![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 OTTOBRE 2002 |
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Sarà una
semplice coincidenza, ma è indicativo che siano usciti pressoché
contemporaneamente due studi di grande ampiezza sulla tirannia e sul
dispotismo, due concetti che, pur avendo una storia secolare, sono quasi
scomparsi dal linguaggio politico corrente.
Si tratta di
Dispotismo. Genesi e sviluppi di un concetto filosofico-politico, a cura di
Domenico Felice (ed. Liguori) e di Tyrannie et tirannicide de l'Antiquité à
nos jours di Mario Turchetti (Presses Universitaires de France).
Anche se il
concetto di tirannia ha conosciuto nel '900 una breve stagione di gloria negli
scritti di Élie Halévy (L'ère des tyrannies, 1936), di Leo Strauss (On
Tyranny, 1948) e altri, il male politico dominante del secolo è stato il
totalitarismo.
Accanto al
totalitarismo hanno avuto un loro spazio i concetti di "regime
dittatoriale", "autoritarismo", "autocrazia", ma
tirannide e dispotismo sono rimasti nell'ombra. Come spesso avviene con gli
studi che ripercorrono le interpretazioni di un concetto dall'antichità ai giorni
nostri, l'opera di Mario Turchetti e la raccolta di saggi curata da Domenico
Felice ci fanno riflettere su aspetti dimenticati o sottovalutati della
tirannide e del dispotismo che hanno un'indubbia attualità.
Nel
linguaggio corrente, ad esempio, la parola tirannia evoca l'usurpazione del
potere, la dittatura, l'ingiustizia, la violenza, la crudeltà, l'oppressione.
Nel suo significato antico, che fa la sua apparizione in Grecia dal VII secolo
a.C., il termine tirannia indica invece, in primo luogo, il potere arbitrario e
assoluto.
Questa
accezione del termine si trova in Erodoto, che chiama tiranno il sovrano che
non deve rendere conto a nessuno delle sue azioni, e in Aristotele. Inteso
quale potere arbitrario anziché potere conquistato e tenuto con la violenza, la
tirannia esiste nel mondo contemporaneo nella forma di potere invisibile delle
grandi corporazioni multinazionali che sfuggono al controllo delle leggi
nazionali e internazionali e impongono i loro interessi, sostiene Noam Chomsky.
I tiranni di
oggi non sono sovrani ma "senatori camuffati", veri e propri
"tiranni privati" che, giusta la definizione classica, non rendono
conto a nessuno.
In realtà,
come osserva Turchetti, definire tirannia il potere delle grandi corporazioni è
più una forzatura polemica che una descrizione precisa dello stato delle cose.
È tuttavia innegabile che sia gli Stati nazionali sia la comunità
internazionale hanno serie difficoltà a richiamare le grandi multinazionali al
rispetto del diritto.
Il mondo
contemporaneo ha conosciuto e conosce anche tiranni che opprimono con la
violenza i loro popoli e violano i diritti umani. Eppure, nonostante ci siano i
tiranni, è di fatto scomparsa la dottrina del tirannicidio che per secoli è
stata parte integrante delle teorie della tirannide.
Nella sua
formulazione storicamente più influente, che è quella di Cicerone, la dottrina
del tirannicidio afferma che l'individuo che uccide il tiranno non si macchia
del crimine di assassinio, ma compie un gesto glorioso.
Un'eco
lontana della dottrina classica del tirannicidio sopravvive nelle formulazioni
moderne del diritto di resistenza. Con la differenza, sostanziale, che tale
diritto nei limiti in cui è riconosciuto, appartiene ai popoli e non ai
singoli.
La
risoluzione 2625 dell'Onu, ad esempio, sancisce che se i popoli vittime di
coercizione nell'esercizio del loro diritto all'autodeterminazione
"reagiscono e resistono", hanno il diritto di chiedere il sostegno
delle Nazioni Unite.
A riprova
della scarsa rilevanza del principio di resistenza nel nostro tempo, la
risoluzione si applica quasi esclusivamente ai casi di dominio coloniale e ai
movimenti di liberazione nazionale. Anche la Costituente prese in
considerazione di inserire nell'articolo 50 il diritto di resistenza: "Quando
i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla
Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del
cittadino".
I
costituenti decisero, dopo una discussione di alto livello, di omettere questo
comma dall'articolo. Se fosse stato inserito nella nostra Costituzione, questo
principio sarebbe forse rimasto lettera morta, anche per le evidenti difficoltà
di applicarlo; o forse avrebbe aiutato la formazione di una mentalità civica
meno docile e remissiva.
Dalla
mentalità docile, o meglio servile, prende le mosse anche la storia del
dispotismo che si svolge parallela a quella della tirannia. Aristotele
definisce infatti il dispotismo come una forma di monarchia in cui il monarca
governa per il suo interesse su popoli schiavi per natura che "sottostanno
al dominio dispotico senza ritrosia". A differenza della tirannide, il
dispotismo è dunque legittimo e non è vissuto come governo oppressivo o
violento.
Esso ha
inoltre una caratteristica geografica destinata a diventare nei secoli parte
integrante del concetto: mentre la tirannia è un male sopportato dai Greci, il
dispotismo è proprio dei barbari e dell'Oriente.
Machiavelli
parlando della monarchia in cui uno è signore e "li altri sono sua
servi" cita quale esempio "la monarchia del Turco".
Montesquieu,
dopo aver definito dispotico quel governo in cui uno solo, senza legge e senza
regola, trascina tutto secondo la sua volontà e il suo capriccio, senza
divisione dei poteri e con il sostegno della religione, cita anch'egli la
monarchia dei turchi. Fondato sull'ansia ossia il senso d'insicurezza; o sul
terrore, l'angoscia violenta e paralizzante, il dispotismo vive se non è
costretto a sottoporsi a regole e limiti.
Ma fin
quando si conserva nella sua forma tipica esso fa di un popolo una moltitudine
di schiavi politici simili agli schiavi domestici. Sulla scia di Montesquieu il
dispotismo diventa nel pensiero politico del Settecento l'antitesi della
libertà perché presuppone e incoraggia la mentalità servile e dunque distrugge,
con lo strumento della paura, la stessa radice morale e interiore del vivere
libero.
Con
l'eccezione, gravida di conseguenze, dell'idea giacobina di un dispotismo della
libertà che Marat formula su Le Moniteur del 6 aprile 1793: "è con la violenza
che bisogna realizzare la libertà, ed è giunto il momento di organizzare il
dispotismo temporaneo della libertà per distruggere il dispotismo del re".
Paradossalmente,
con l'affermazione dei regimi politici liberali e democratici che avrebbe dovuto
rappresentare la vittoria sul dispotismo, la storia del concetto si arricchisce
di contributi nuovi e inquietanti: Benjamin Constant mette in guardia contro
"il dispotismo dei moderni" che prende forma di un potere oppressivo
esercitato questa volta "con l'autorità e a nome di tutti"; Alexis de
Tocqueville individua nella società democratica un dispotismo "di nuova
specie", un "potere immenso e tutelare" che "avvilisce gli
uomini senza tormentarli"; John Stuart Mill denuncia il dispotismo
dell'opinione pubblica che manipola le idee e, diversamente dalla tirannia, non
opera solo sulle azioni ma anche sulla mente.
Nonostante
la sua indubbia novità nella storia dei regimi politici, il totalitarismo che
ha dominato la scena del Novecento ha in comune con il dispotismo la capacità
di estendere il dominio fino alla coscienza: il suddito docile è tale non
perché non può ribellarsi ma perché non vuole ribellarsi e addirittura si
identifica nel capo.
C'è da chiedersi perché tirannia e dispotismo non sono più parole chiave del nostro linguaggio politico, vista la continuità storica che i due studi mettono in evidenza. Fra le varie risposte possibili la più inquietante è che le forme contemporanee della tirannide e del dispotismo del nostro tempo sono diventate talmente scaltre da cancellare i nomi che le descrivono e al tempo stesso le condannano senza appello quali modi perversi di dominio.