RASSEGNA STAMPA

13 OTTOBRE 2002
PIETRO GRECO
Il buco tecnologico della ricerca

Il nostro paese non e in grado di creare e competere nel settore dell'hi-tech

Siamo entrati, si dice, nell'era della conoscenza.  Età nella quale il fattore dinamico della società ormai globalizzata non è tanto il fare, quanto il sapere.  Il fluido vitale, il sangue, di questa nuova era è fatto di cultura, in particolare di cultura scientifica, e di formazione continua.  Ma la struttura portante, lo scheletro, dell'era fondata sulla conoscenza è l'alta tecnologia (hi-tech).  Quella dimensione dove il sapere scientifico più avanzato e la creatività tecnologica più raffinata si saldano per produrre innovazione.  Di processo e di prodotto.

Nell'era della conoscenza, l'hi-tech è il fronte dove i paesi misurano la propria competitività e la propria creatività.  Non è retorica nuovista.  Lo dicono le cifre.  Negli ultimi venti anni gli scambi commerciali mondiali di prodotti ad alta tecnologia sono cresciuti più del doppio rispetto agi scambi di altri prodotti.  Tanto che ormai l'hi-tech rappresenta un terzo degli scambi di manufatti nel mondo. I brevetti relativi all'hi-tech sono passati dal 28,4% del totale nel 1980 al 37,2% nel 1998.  E poiché i brevetti sono un indicatore della capacità di innovare, risulta chiaro come l'hi-tech sia la dimensione più dinamica della creatività nell'era della conoscenza.

Ebbene, da questa dimensione l'Italia, unica tra le grandi economie del mondo, è tagliata fuori.  La sua distanza dal gruppo dei paesi leader tende così inesorabilmente a crescere da risultare, ormai, difficilmente colmabile.  Siamo, sempre più, una colonia tecnologica.  Ancora una volta, ahimé, non è retorica vittimista ma pura traduzione dal linguaggio delle cifre.  Le cifre presentate da Sergio Ferrari, Paolo Guerrieri, Franco Malerba, Sergio Mariotti e Daniela Palma nel loro Terzo Rapporto su L'Italia nella competizione tecnologica internazionale (Franco Angeli).  Il gap italiano è ormai tale, dicono Ferrari e gli altri, da prefigurare non solo «un ritardo progressivo» ma «un'esclusione strutturale» dell'Italia dal novero dei paesi in grado di creare e di competere nel settore dell'hi-tech.

Le cifre, in sintesi, sono queste.  La domanda italiana di alta tecnologia sul mercato internazionale è pari a quella di tutti i partner europei e, in genere, occidentali.  Insomma la società italiana ha bisogno di hi-tech proprio come quella tedesca e inglese o, tutto sommato, come quella americana e giapponese.  Solo che il paese riesce a soddisfare sempre meno questa domanda, al contrario non solo di Usa e Giappone, ma anche di Francia, Gran Bretagna e Germania.  Tant'è che, tra i grandi paesi del G7, solo l'Italia ha un saldo commerciale negativo nel settore hi-tech.  E questa divergenza tende a crescere.  La quota italiana nelle esportazioni mondiali hi-tech era del 2,94% nel 1992, è passata al 2,72% nel 1995 e al 2,48% nel 1998.

Il fatto grave è che questa perdita ulteriore e progressiva di competitività si è verificata nel decennio d'oro del nostro settore manifatturiero.  In quegli anni '90 in cui il saldo commerciale del nostro paese è letteralmente esploso grazie agli effetti della svalutazione della lira (-32% rispetto al dollaro e -44% rispetto al marco nel triennio 1993-1995), al basso costo del lavoro e alle politiche di risanamento dei conti pubblici realizzati dai governi di centrosinistra. E in questa congiuntura favorevole che il paese ha perso (definitivamente?) l'occasione per agganciarsi al treno, veloce, dell'hi-tech. I due settori fondamentali del «nuovo paradigma tecnologico» che informa di sé l'era della conoscenza sono le «tecnologie dell'informazione e della comunicazione» e le «nuove biotecnologie».  Ebbene: nel corso degli anni '90 l'Italia è definitivamente uscita dal primo e non è riuscita a entrare nel secondo.  Tutto questo mentre la congiuntura era favorevole e gli altri paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Germania,) in difficoltà nel corso degli anni '80, dimostravano che era possibile recuperare terreno rispetto agi Stati Uniti, al Giappone e alle economie dinamiche del sud-est asiatico, agganciarsi al treno hi-tech ed entrare da protagonisti nell'era della conoscenza.

Perché l'Italia ha perso questo treno e, ora, vede la sua distanza aumentare a velocità crescente rispetto ai paesi capaci di creare hi-tech?  Vi sono ragioni strutturali, sostengono Sergio Ferrari e i suoi colleghi.  L'alta tecnologia prevede la «scientifizzazione della produzione».  E l'Italia, lo dimostra una storia semisecolare di «sviluppo senza ricerca», è strutturalmente incapace di far leva sulla cultura scientifica per innovare i suoi prodotti.

Dove ha origine e dove risiedé questo deficit strutturale?  Facciamolo dire alle cifre.  Il sistema Italia nel suo complesso investe in ricerca scientifica, volano della produzione scientificizzata dell'hi-tech, l'1% della ricchezza che produce ogni anno.  Questa cifra è la metà esatta della media europea (2% circa) e un terzo di quanto investono Usa e Giappone (3% circa).  Tuttavia, se guardiamo più in profondità nelle statistiche fornite dall'Ocse e registrate da Ferrari e colleghi, scopriamo che la differenza è minima per quanto riguarda le spese in ricerca di origine statale.  Lo stato in Italia spende in ricerca scientifica circa lo 0,5% del Pil, più o meno quanto la Germania e la Gran Bretagna, un solo un po' meno di Francia, Usa e Giappone (dove lo stato investe in ricerca tra lo 0,6 e lo 0,8% del Pil).  D'altra parte i nostri scienziati hanno una produttività scientifica del tutto simile a quella media europea e occidentale.

Guardiamo, invece, alla spesa in ricerca delle imprese.  Scopriamo allora che le imprese italiane investono in ricerca lo 0,57% del Pil, contro l'1,21% della Gran Bretagna, l'1,35% della Francia, l'1,55% della Germania, il 2,16% degli Usa e il 2,19% del Giappone.  Insomma, le nostre imprese spendono nella «scientificizzazione della produzione» da un terzo a un quarto rispetto alle imprese dei paesi con cui competono.  Non solo.  Queste spese tendono a diminuire (si sono ridotte del 25% nel corso degli anni '90), nonostante che lo stato finanzi la spesa in ricerca delle imprese italiane molto più di quanto non succeda negli altri paesi.

La verità, dunque, è piuttosto semplice: l'Italia ha perso il treno dell'hi-tech per entrare nell'era della conoscenza perché le imprese italiano non credono nella «scientificizzazione della produzione».  Perché le nostre imprese non hanno una vocazione alla ricerca.

Da dove deriva questa mancanza di vocazione?  Non certo dal fatto che i nostri imprenditori siano in media peggiori di quelli di altri paesi.  Nasce dalla particolare struttura del sistema produttivo italiano.  Dove, si sa, prevale di gran lunga la media e piccola impresa.  La rete di micro aziende che innerva il nostro paese è dotata sia di una sua straordinaria creatività artigiana che a tratti diventa artistica sia di una formidabile flessibilità.  Per questo l'Italia è riuscita a «inventare» una sua via allo sviluppo che le ha consentito di ritagliarsi una nicchia nell'ambito della produzione a media e bassa intensità tecnologica e diventare una delle grandi economie del mondo.  Per questo negli anni '90 l'Italia, soprattutto l'Italia del Nord-Est, ha fatto registrare un clamorosa competitività sui mercati internazionali.

Tuttavia la media e piccola impresa italiana non ha la capacità e la cultura per irrobustire la creatività artigiana e modellare il proprio sviluppo su una solida struttura tecnoscientifica.  Non ha la capacità di passare dello «sviluppo senza ricerca» allo «sviluppo fondato sulla ricerca», tipico di tutte le altre economie avanzate.  Per questo il sistema Italia diverge da tutti gli altri paesi industriali, perdendo competitività nel settore delle alte tecnologie non solo rispetto agli altri paesi dell'Occidente e ai paesi emergenti dell'Asia sud-orientale, ma persino rispetto ai paesi dell'Est europeo, che hanno abbandonato un decennio il modello di economia centralmente Pianificata per assumere quello dell'economia di mercato.  L'autentico naufragio dell'Italia nel mare dell'hi-tech è stato mascherato, negli anni '90, dai formidabili risultati conseguiti dal nostro paese nel mare della produzione a media e bassa intensità tecnologica.  Ma gli effetti di quel resistibile naufragio cominciando ad avvertirli oggi, che la nostra competitività nel low-tech inizia a perdere colpi.  Oggi ci accorgiamo di essere virtualmente fuori dall'«economia della conoscenza».  E ci accorgiamo che questa esclusione può avere effetti drammatici sulla tenuta della nostra economia.  E, qualcuno dice, persino sulla tenuta della nostra democrazia.

Questa condizione è strutturale.  Dipende dalla natura dei nostro sistema produttivo.  Ma non è immodificabile.  La politica può e deve tentare di creare una cultura dell'innovazione nel nostro paese fondata finalmente sulla «scientificizzazione della produzione».  Come?  Facendo leva sul nostro patrimonio scientifico, che nei settori della ricerca di base e della ricerca applicata è di qualità non inferiore a quella degli altri paesi avanzati, pur essendo, in genere inferiore per quantità.  Stimolando una vocazione alla ricerca nella nostra impresa.  E, soprattutto, definendo, i settori strategici (due o tre) di sviluppo.  Un po' come hanno fatto la Francia con l'aerospazio, la Germania con l'automazione e l'elaborazione delle informazioni, la Gran Bretagna con la farmaceutica e la componentistica elettronica, la Svezia con la farmaceutica e gli apparati per le telecomunicazioni.

Definire un settore strategico di sviluppo significa sviluppare con coerenza e sistematicità la scienza di base, la scienza applicata, lo sviluppo tecnologico, la formazione.  E significa sviluppare una costellazione di servizi specifici alle imprese di quel settore (compresa la modulazione della politica estera).

Il sistema politico italiano non è mai riuscito a dare un indirizzo di sviluppo tecnoscientifico al paese.  Occorre riconoscere che neppure il centrosinistra c'è riuscito.  Tuttavia oggi vediamo operare un governo che, con sistematica determinazione, si muove in direzione contraria a quella che dovremmo imboccare.  Non solo ferisce la scienza di base e la scienza applicata; non solo titilla le attese assistenzialistiche delle imprese senza stimolarne una reale vocazione alla ricerca, non solo non indica alcun settore strategico di sviluppo, ma non sembra avere consapevolezza alcuna dell'importanza di questi temi.

Allo stato dei fatti e senza una brusca inversione di tendenza, tra dieci anni il quarto rapporto su «L'Italia nella competizione tecnologica internazionale» non potrà fare altro che registrare il definitivo collocamento del nostro paese tra le colonie tecnologiche, più o meno ricche, del mondo.
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