![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 OTTOBRE 2002 |
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A colloquio con il grande sociologo che riconosce i suoi debiti
con la cultura italiana. Senza dimenticare Camus e Borges
Ha la
semplicità, l'eleganza nel contatto, dei grandi. E grande lo è, questo signore
alto e snello di settantasette anni, uno dei maggiori sociologi del secondo
Novecento con David Riesman e pochi altri, il cui nome non facile (è polacco di
origine) Zygmunt Bauman viene immediatamente accostato al termine
globalizzazione. La solitudine del cittadino globale uscito da noi nel
2000 è il titolo che forse più ha colpito e si è inciso nella memoria, con quel
che di sollecitudine e di pena che sembra contenere. Non è una falsa
impressione: Bauman è uno studioso della società, ma non freddo, distante,
asettico. Le sofferenze degli uomini, le loro umiliazioni sono al centro della
sua riflessione e della sua partecipazione. L'ha già scritto e ora lo ripete in
questo incontro milanese a margine di un convegno sulla "società
planetaria" promosso in ricordo del sociologo Alberto Melucci, a un anno
dalla prematura scomparsa: "Non è possibile la neutralità morale in
sociologia, chi lo sostiene mente a se stesso". La sua biografia lo
conferma. Fuggito con la famiglia in Urss all'invasione della Polonia nel '39
in quanto ebrei, là arruolatosi più tardi in un corpo di volontari polacchi per
combattere contro i nazisti e finalmente rientrato a Varsavia, il suo sogno era
di studiare fisica. Ma davanti alla distruzione della sua terra Bauman decise
di occuparsi dei "buchi neri" del Paese e "del big bang della
sua resurrezione". Come? "Scelsi la sociologia, convinto che potesse
cambiare il mondo".
Col tempo
questa fede s'è forse stemperata, ma non persa. Lo ribadisce nel libro che esce
domani in Italia (Società, etica, politica) e che essendo il frutto di
cinque "interrogatori" condotti da un altro sociologo, Keith
Tester, diviene quasi una summa del pensiero dello studioso, oggi professore
emerito alle Università di Leeds e di Varsavia. E' qui che Zygmunt Bauman
elenca un suo particolare pantheon di "maestri": Camus, Gramsci,
Calvino, Borges. Partiamo da qui, con le prime domande.
Albert
Camus? " Mi ha insegnato la ribellione. E la sensibilità alla giustizia,
che è il prevenire che la gente soffra. Senta questa frase di Camus: "C'è
la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa,
non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima"".
E' il suo
credo? "Spero lo sia. Non so se ho evitato tutte le trappole".
Antonio Gramsci? "Gli sono molto grato. Mi ha permesso di congedarmi
onorevolmente dall'ortodossia marxista. Senza vergogna per averla condivisa e
senza l'odio di tanti ex".
In che modo
Gramsci è stato illuminante? "Rifiuta il determinismo per cui, nel
marxismo ufficiale, gli uomini sono solo biglie, pedine della storia. Porta una
visione flessibile degli uomini: noi siamo creati dalla storia e, insieme,
artefici della storia. Qui si può incontrare anche Borges: la storia è un libro
che stiamo scrivendo e al tempo stesso veniamo scritti".
Italo
Calvino? Bauman passa all'entusiasmo: "E' il più grande filosofo tra i
narratori e il maggior narratore tra i filosofi. Il suo Le città invisibili è
il miglior testo di sociologia mai scritto. Ho imparato più da questo
libriccino che da tanti volumoni. Ogni "città" riguarda un argomento
sociologico e in due paginette c'è l'analisi più acuta possibile. Per esempio,
a Leonia fortuna e felicità sono misurate in base alla quantità di rifiuti che
si gettano via senza rimpianto. E' il modello di oggi: una vita è felice se è
una perpetuità di nuovi inizi. La durata è sempre stata un valore da che mondo
è mondo, mentre oggi per la prima volta sono valori la transitorietà, lo scarto
veloce, il non conservare perché quel che si conserva può rubare il posto a
cose sempre "nuove e migliori".
Dove
finiremo? Non lo sa Calvino né io. Di qui, nella storia, non siamo mai
passati".
Rifiuti:
nella "modernità liquida", come Bauman ha battezzato il tempo attuale
in cui nulla è fisso, niente garantito, tutto mutevole, dove "la storia è
priva di direzioni e la biografia priva di progetti", sempre più sono i
rifiuti umani. "Certi mestieri, certe specializzazioni, certe capacità
sono svalutate sempre più. Già la prima modernità aveva creato un ordine
artificiale dentro cui molti non erano inseribili. Non "adatti". Un secolo
e più fa per questi problemi locali c'erano soluzioni globali: i
"rifiuti" emigravano in America, in Canada, in Australia. Poi, oltre
all'emigrazione, ecco la colonizzazione, l'imperialismo... Oggi, al contrario,
cerchiamo disperatamente soluzioni locali a problemi globali. Le migrazioni
sono oggi la più grande posta in gioco, ma non sono più unidirezionali, vanno
in tutte le direzioni. E' un problema globale, ma noi cerchiamo soluzioni
locali, tipo "chiudiamo le frontiere". Ma non funziona".
Che fare?
Zygmunt Bauman ti guarda con perplessità ironica. "Non lo so, le soluzioni
dovranno trovarle quelli che oggi hanno 20-30 anni. S'è prodotto un divorzio
tra potere e politica. Prima coincidevano nel territorio dello stato-nazione.
Ma oggi il potere è extraterritoriale e non c'è una politica di quell'ampiezza.
La grande questione aperta è un nuovo matrimonio. E attenti a non confondere
politica internazionale con politica globale. La prima è una somma di
nazionalità, una poi dice sì al tal accordo, un'altra dice no e si blocca
tutto. Nasceranno nuove forme".
Intanto,
come non bastasse, è divenuto globale pure il problema morale, avverte Bauman.
"Si dice che l'Olocausto concerne tre categorie di persone: le vittime, i
carnefici, gli astanti, o spettatori. Ebbene, oggi, tramite la tv, siano tutti
spettatori, tutti consapevoli, delle sofferenze altrui anche in lontanissime
parti del mondo. Prima, sapere di una carestia terribile in Africa attraverso i
giornali era diverso. La tv cambia tutto. Ora vedi, sai. Dunque ti riguarda. E'
la globalizzazione della responsabilità. Oltretutto nell'economia globale siamo
tutti interdipendenti (quel che fa uno a Singapore ha un impatto anche su di me
e viceversa, anche se io non conosco le connessioni intermedie) e a ciò fa
riscontro la vulnerabilità reciproca assicurata".
Una buona
notizia secondo Bauman è che "per la prima volta nella storia l'imperativo
morale e l'istinto di sopravvivenza vanno nella stessa direzione. Per millenni
per seguire la morale dovevi sacrificare qualche tuo interesse. Oggi gli
obiettivi coincidono: o ci prendiamo cura della dignità di ognuno, nel pianeta,
o moriremo insieme. E attenzione, non basta assicurare a tutti cibo e acqua:
molte iniquità ieri tollerabili oggi non lo sono più, la modernità è arrivata,
si è fatta conoscere in tre quarti del mondo, dunque tante ingiustizie prima
ritenute "inevitabili" vengono avvertite come
"inaccettabili". Parecchi conflitti attuali non sono nati per il
cibo, ma per la dignità offesa".
Se la
modernità è "liquida", inafferrabile, e se la storia ci ha condotti
in situazioni del tutto inedite, c'è però qualcosa di "solido" e
"vecchio" che Zygmunt Bauman ritiene bussola e strumento quanto mai
attuale: il socialismo.
"C'è
più bisogno di socialisti da che è caduto il Muro di Berlino", dice.
"Prima il comunismo è stato col fiato sul collo del capitalismo producendo
un meccanismo di "controllo ed equilibrio" che ha salvato il
capitalismo stesso dall'abisso. Ora è indispensabile il socialismo: non lo
ritengo un modello alternativo di società, ma un coltello affilato premuto
contro le eclatanti ingiustizie della società, una voce della coscienza
finalizzata a indebolire la presunzione e l'autoadorazione dei dominanti".
Insieme, nel libro Bauman si dichiara anche liberale ("la sicurezza dei mezzi di sussistenza e la libertà sono complementari"), ma è per il socialismo che sfiora la poesia: "Come la fenice, rinasce dal mucchio di ceneri lasciate dai sogni bruciati e dalle speranze carbonizzate degli uomini. E sempre risorgerà". Concludendo: "Se è così, spero di morire socialista".