RASSEGNA STAMPA

8 OTTOBRE 2002
MICHELE EMMER
La matematica poesia dell'universo

Senza l'immaginazione (e la capacità dì stupirsi) non potremmo capire il mondo

Qualche anno fa uno dei temi della prova scritta di italiano per la maturità era una citazione da un libro scritto da un matematico.  Autore David Eugene Smith, titolo originale The Poetry of mathematics and Other Essays (Scripta Mathematica, New York, 1947).  Una raccolta di saggi di cui il primo intitolato Poetry and Mathematics (Poesia e matematica).  La citazione era: «La Matematica è generalmente considerata come agli antipodi della Poesia.  Eppure la Matematica (Mathesis) e la Poesia hanno la più stretta parentela, perché sono entrambe il frutto dell'immaginazione.  Poesia è creazione, invenzione, finzione; e la Matematica è stata definita, da un ammiratore, la più sublime e la più meravigliosa delle finzioni».,

Nel 1996 il matematico americano Robert Osserman ha pubblicato un libro: Poesia dell'Universo: l'esplorazione matematica del cosmo (Longanesi, Milano, 1996). E' il racconto del tentativo di scoprire la struttura ordinata dell'universo tramite strumenti matematici.  Perché Osserman usa la parola poesia? «Cercavo semplicemente di essere evocativo.  Uno dei temi centrali del libro è la forza e la capacità della immaginazione umana, in particolare al servizio della comprensione dell'universo.  Ora molti poeti come Ovidio, Dante e Milton hanno usato la loro capacità immaginativa per creare una immagine dell'universo; i matematici hanno fatto lo stesso, ma poche persone sanno dell'importanza dell'immaginazione in matematica.  L'immaginazione è la vera essenza della matematica ed è questo il tema centrale del libro».  In uno dei capitoli del libro, Lo spazio curvo, Osserman paragona l'idea dello spazio curvo di Georg Friedrich Bernhard Riemann (1826-1866) e il nuovo modello cosmologico che Riemann presentò a Gottinga nel 1854 alla descrizione che Dante fa nel Paradiso dell'Universo.  In particolare quando Dante descrive l'universo come formato da due parti.  Una che ha il suo centro nella terra, circondata da sfere mobili sempre più grandi sulle quali sono infissi la Luna, il Sole, i vari pianeti e le stelle fisse.  La sfera esterna, che delimita l'intero universo visibile, viene detta «Primo mobile».  Al di là di esso c'è l'«Empireo» che Dante raffigura come un'altra sfera, con vari ordini di angeli che ruotano in sfere concentriche attorno ad un centro in cui un punto di luce irraggia con una intensità quasi accecante. (Paradiso 1-129) Osserman aggiunge: «La visione di Riemann è ovviamente più scientifica di quella di Dante essendo quantitativa oltre che qualitativa».

La geometria e la matematica hanno non solo contribuito ma influenzato in modo essenziale l'evolversi del modello di forma dell'universo nella mente degli uomini.  Non si tratta di strumenti matematici che sono stati utili per capire, quanto idee guida che hanno mutato nel corso dei secoli l'immagine che ci siamo costruiti dell'universo: la matematica poesia dell'universo.

Il libro di Osserrnan mi è tornato in mente quando sono andato a vedere ed ascoltare la nuova opera di Claudio Ambrosini alla Biennale Musica di Venezia: Big Bang Circus (regia di Christine Dormay, direttore Marcello Panni, orchestra Ex Novo Ensemble).  Come scrive nella presentazione Ambrosini con Sandro Cappelletto, autore del libretto: «Un'orchestra, una compagnia di canto, un presentatore: va in scena la storia della creazione dell'universo».  Non vi sono dubbi che la scienza in scena attraversi un periodo di grande interesse.  Da Copenhagen a Proof da Galois ad Infinities di Ronconi su testi di Barrow.  In molti casi come nel film A Beautiful Mind si tratta di storie di scienziati, di matematici, sono loro i protagonisti.  Nel caso di Infinities era la matematica stessa in scena; uno spettacolo teatrale sul linguaggio scientifico, sui suoi segni esoterici, non per far «capire», che questo non è il ruolo del teatro, ma per stupire, coinvolgere, affascinare.  Per capire la poesia della matematica e del teatro?

Big Bang Circus vuole raccontare l'evoluzione dell'universo, o meglio riportarci indietro alla nascita dell'universo, al grande Big Bang iniziale.  Puntando sulla scienza e sull'immaginario.  Partendo (o arrivando) alle cosmogonie delle diverse civiltà.  Dai Sumeri ai Maya, dall'India all'antico Egitto alla Cina, senza trascurare gli Apache, i Navaho, gli Aztechi, persino gli Eschimesi.  Non dimenticando Omero, Plinio.

Inizia lo spettacolo, una scena buia, tra il fumo. Si sentono delle voci e le parole di tante lingue diverse si fondono, si sovrappongono; non si comprendono, non si devono comprendere.  Sono musica.  Un grande monolito nero appare in scena, come quello di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick.  L'opera inizia, la musica comincia a coinvolgere, a creare l'attesa, a far seguire il racconto.  Che non è un racconto, piuttosto un magma di suggestioni che prendono forma, che coinvolgono a poco a poco.  E la poesia dell'universo irrompe, la fantasia, l'immaginazione.  Ci sono momenti in cui la musica e la messa in scena raggiungono effetti di grande impatto, come quello di Venere ed il gioco degli specchi con quella bolla di sapone che scende sulla scena (una delle ipotesi sull'universo è che fosse un ammasso tipo bolle di sapone).  Gli specchi funzionano molto bene, sembrano liquidi, perché la superficie si muove, fluttua.  La musica funziona, avvolge, coinvolge.  Funziona molto anche l'invenzione degli armonici ruotati nell'aria sia in scena che dall'orchestra.  Altre invenzioni in cui la musica, la scena, gli attori coinvolgono, anche quando si vedono le lavagne sulla scena ed Einstein e Born, i due famosi fisici, discutono.  Quando Aristarco dimostra che la terra gira intorno al sole, con quella piccola candela.

Non manca Leopardi: «Interminati spazi,.. e sovrumani silenzi... io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura... infinito silenzio ... ». Leopardi ha scritto nel 1813, a 15 anni, una storia dell'universo, primo italiano sino a quell'epoca che ha tentato una impresa del genere. E' appena stato pubblicato un libro in cui, oltre al testo di Leopardi, compare il «seguito» della storia.  Margherita Hack ha ripreso il racconto di Leopardi aggiornandolo ai giorni nostri. (Hack, Leopardi Storia dell'astronomia: dalle origini al duemila ed oltre, Dell'Altana editore, 2002).  Dei momenti invece non sono riusciti, quello degli esseri mostruosi: l'androgino, i fratelli siamesi.  Non si capisce bene che cosa c'entrino con il resto, non sono riusciti dal punto di vista della regia.

Gli interventi del presentatore, un po' scienziato, e un po' imbonitore, sono sopra le righe alle volte, quando non lunghi e didascalici come alla fine dello spettacolo in cui tra l'altro, sotto la lunga lettura dei nomi delle costellazioni, la musica si interrompe.  E' forse l'equivoco di fondo dello spettacolo: dire tante cose, spiegare, voler essere «scientifici» mentre nella prima parte è il suono delle parole in tutte le lingue e la musica che avvolge, senza preoccuparsi di «far capire".  Perché voler spiegare e non affascinare, coinvolgere, commuovere?  La musica ci riesce, le parole non sempre ed è un peccato perché con qualche parola in meno l'opera era perfetta, un grande equilibrio tra lo spettacolo della scienza e la poesia della musica.

Non si danno risposte ovviamente a quale sia il fine dell'universo.  Della nostra vita.  Uno spettacolo che affascina in certi momenti, in cui la musica ci coinvolge sempre ma ogni tanto è «interrotta» dalle troppe parole.  Come diceva Osserman quello che conta è la poesia dell'universo, la fantasia, l'immaginazione.
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vedi anche
Il pensiero matematico