RASSEGNA STAMPA

2 OTTOBRE 2002
GIANNI VATTIMO
Morire, che noia

L'EUTANASIA TRA ETICA E DIRITTO

Non so se oggi sia ancora così, ma anni fa, quando nell' Italia degli anni Cinquanta si discuteva della competenza dei tribunali militari (che qualcuno voleva valesse per sempre e per ogni tipo di reato nei confronti di chi era stato anche solo militare di leva), avevo scoperto che il tentato suicidio era considerato, dalla legislazione militare, un reato da perseguire severamente.

La giustificazione ovvia che veniva avanzata per questa norma era che spesso i soldati fingono un suicidio per poter essere esonerati dai loro doveri e tornarsene a casa. Ma era sempre citato anche un altro principio: se da soldato ti uccidi o cerchi di farlo danneggi la patria togliendogli i tuoi servigi di militare, è come se disertassi. È una storia che mi viene sempre in mente quando penso al problema dell'eutanasia.

Alla fin fine, l'obbligo di restare in vita a tutti i costi anche quando la vita per me non abbia più alcun senso umano - non solo vegetale o animale, e nemmeno quello della speranza di migliorare in futuro - finisce per essere soltanto motivato da qualche altro valore a cui si suppone che la mia vita, o semplice sopravvivenza, dovrebbe servire.

Ma quale sarebbe mai questo valore, persino dal punto di vista qui ricordato del servizio militare o civile alla patria? Se non servo più a nessuno, e non ho ragionevoli speranze di recupero, perché non posso togliere il disturbo a me e agli altri? Anche il dovere che hanno gli altri di non togliermi di mezzo, in quelle condizioni, deriva solo dal loro dovere di rispettare la mia libertà.

Ma se per "amor mio" mi privano della libertà, in questo caso quella di decidere della mia vita, che rispetto è mai? La coscienza religiosa che assegna solo a Dio (qui però difficilmente riconoscibile, sotto il travestimento della malattia terminale, del virus irrimediabile, ecc.) il potere di decidere della nascita e della morte non sarà in ultima analisi affetta da superstizione? E quando si trovasse la medicina contro la malattia o il virus, non sarebbero più la volontà di Dio? Se ci si pensa, a parte questa versione superstiziosa della religione (sempre meno popolare, peraltro), quasi tutte le ragioni che si avanzano contro l'eutanasia sono di tipo giuridico.

Nessuno vuole prendersi la responsabilità di aiutarmi a morire, in fondo disturbo meno se sopravvivo dentro una macchina, con strazio mio, se sono minimamente cosciente, e dei miei cari. Ma quello che si chiama il "testamento biologico", regolamentato opportunamente, può ben valere a risolvere questi problemi.

Solo così potremo dire che la nostra società, che si vuole moderna, liberale, democratica, non pone niente al di sopra della libertà umana; non, soprattutto, una "natura" un valore della vita (anche i virus sono vita, anche le cellule cancerose lo sono: dobbiamo loro rispetto assoluto?) che dovrebbe essere affermato anche al di là di ogni rispetto per la libertà (ossia, per l'anima).

Chi mi vieta di scegliere l'eutanasia, con tutti i limiti che una simile scelta comporta, ma ai quali si può umanamente porre il rimedio del diritto, non lo fa per amore della mia libertà, ma solo per tenere in pace la propria coscienza o per non procurarsi noie legali. Sarebbero questi i valori veri a cui dobbiamo rispetto?.
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