![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 SETTEMBRE 2002 |
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Biodiversità a rischio
Trentamila specie cancellate ogni anno: la più rapida estinzione nella
storia della Terra. Con un solo responsabile. Parla Niles Eldredge, celebre paleontologo. «Siamo
più distruttivi del cataclisma che annientò i dinosauri»
Stiamo assistendo alla più grande e rapida estinzione
della storia della terra. Al ritmo di 30 mila specie cancellate ogni anno, tre
all'ora, entro un secolo rischiamo di vedere ridotta la biodiversità del
pianeta del 25 per cento e nel giro di 500 anni potrebbero essere scomparsi
quasi tutti gli animali e le piante. «Ma quello che rende questa estinzione
unica e particolarmente drammatica è il fatto che a causarla siamo noi, gli
esseri umani. Ed è la prima volta che questo avviene: che una singola specie
stia distruggendo il resto del mondo». A parlare è uno dei più grandi esperti
di estinzioni al mondo, Niles Eldredge, autore assieme al famoso biologo
Steven Jay Gould, scomparso pochi mesi fa, della discussa teoria evolutiva
degli equilibri punteggiati. Eldredge, che ha partecipato nei giorni scorsi al
convegno Spazio e tempo: in cosmologia e
biologia organizzato dall'Università di Salerno, è paleontologo e ha
dedicato molti anni allo studio delle cinque grandi estinzioni che si sono
verificate nelle ere passate. «In tutte le estinzioni documentate finora dallo
studio dei fossili e della terra, la causa è sempre stata di tipo fisico»,
spiega. «Si trattava di grandi cambiamenti climatici oppure dell'impatto tra la
terra e un asteroide, come avvenne 65 milioni di anni fa quando scomparvero i
dinosauri».
Adesso invece sono le attività dell'uomo, il suo eccessivo sviluppo
demografico, l'urbanizzazione e la distruzione delle foreste che stanno
cancellando il patrimonio di biodiversità del nostro pianeta. «In un certo
senso si potrebbe dire che l'uomo sia una specie di asteroide vivente, perché
gli effetti del suo agire non sono poi tanto diversi da quelli dei grandi
sconvolgimenti fisici che hanno portato alle altre estinzioni», continua
Eldredge, che al tema ha dedicato due libri La
vita in bilico. Il pianeta Terra sull'orlo dell'estinzione (Einaudi) e Le trame dell'evoluzione (Raffaello
Cortina editore). «Soprattutto da quando ha inventato l'agricoltura e ha
cominciato a piegare le altre specie ai propri fini, l'uomo si è praticamente
posto al di fuori degli ecosistemi».
Ma l'aspetto più preoccupante è che, nel passato, la vita sulla Terra è sempre
ripartita dopo ogni grande estinzione perché l'evento catastrofico che l'aveva
causata si concludeva e sul pianeta veniva raggiunto un nuovo equilibrio che
permetteva lo sviluppo di nuovi animali e piante. Adesso invece non è possibile
rimuovere la causa di tanta distruzione. «E' solo attraverso politiche che
permettano un uso più equilibrato delle risorse ambientali che si può sperare
di limitare la perdita della biodiversità», dice ancora Eldredge. «E'
necessario considerare, che anche solo per la propria sopravvivenza l'uomo
necessita di almeno 40 mila specie viventi».
A interessarsi della crisi della biodiversità, Eldredge è arrivato partendo
dagli studi di paleontologia. Secondo Eldredge infatti, la vita sulla terra si
è evoluta seguendo un percorso a ostacoli. L'evoluzione quindi non sarebbe un
procedimento graduale, come descritto da Darwin, ma un susseguirsi di lunghe
fasi statiche (di equilibrio), in cui le specie animali e vegetali rimangono
immutate per tre-cinque milioni di anni, interrotte da improvvisi salti
evolutivi, episodi puntuali in cui drammatici cambiamenti ambientali causano,
in un arco di tempo tra i 5 e i 50 mila anni, l'estinzione di numerose specie
da un lato, e la nascita di molte altre con nuove caratteristiche dall'altro. Quando
nel 1972 Steven Jay Gould e Niles Eldredge, proposero questa teoria erano molto
giovani e nessuno li prese in considerazione.
«C'è stato un generale rifiuto da parte dei paleontologi che non volevano
rinunciare al darwinismo, cioè all'ipotesi che gli individui subiscano
cambiamenti graduali nel tempo per opera della selezione naturale», ricorda
Eldredge. «Ma l'anno dopo l'abbiamo ripubblicata, stavolta sotto forma di
libro, l'abbiamo chiamata “teoria degli equilibri punteggiati" e l'abbiamo
presentata in modo provocatorio, proprio per sollevare una discussione tra i
paleontologi».
E questa volta il dibattito prese vita e continua ancora oggi. I darwinisti
ortodossi infatti sostengono che sono le mutazioni a livello genetico a causare
l'evoluzione della specie. Eldredge invece rimane convinto che il contenuto
degli “equilibri punteggiati" sia valido. «La cosa più interessante però è
che oggi guardiamo a questi fenomeni non dal punto di vista di una singola
specie, come invece facevamo all'inizio, bensì di un intero ecosistema». Spiega:
«In un certo ecosistema e in preciso momento, a causa di un evento esterno, la
maggior parte delle specie presenti si estinguono, pochissime sopravvivono e
possono comunque andare incontro a cambiamenti ma soprattutto molte nuove
specie si formano». Uno sguardo d'insieme, quindi, che considera l'ambiente
come un complesso d'interazioni e non la semplice somma delle specie che ci
vivono. Ma proprio perché tocca anche le scienze biologiche, l'ecologia e le
scienze della terra, il dibattito sull'evoluzione è uscito ben presto dal
circolo dei paleontologi per estendersi ad altri ambiti. E addirittura diventa
un modo per studiare i diversi sistemi, sia quelli biologici che quelli
culturali e politici. «Non c'è poi troppa differenza nell'approccio da usare. E'
importante conoscere la storia di ogni sistema, sapere come si è evoluto, per
poterne capire e comprendere la struttura. Io adesso ho deciso di dedicarmi
proprio a questo, allo studio dell'evoluzione dei sistemi biologici
complessi».