RASSEGNA STAMPA

22 SETTEMBRE 2002
GIOVANNI REALE
L'essere si nasconde nell'«impianto»

«Per salvarsi l'uomo moderno deve liberarsi dei prodotti della tecnica»

Pubblicate da Adephi le conferenze di Brema del 1949 e di Friburgo del 1957

Per le Edizioni Adelphi, nella collana «Biblioteca Filosofica», esce un nuovo volume della prestigiosa serie delle opere di Martin Heidegger curate da Franco Volpi.  Si tratta delle Conferenze di Brema e Friburgo, tradotte da G. Gurisatti («Conferenze di Brema e Friburgo», Adelphi, Milano 2002, pan. 226, € 35,00).  Le conferenze di Brema recano il titolo «Sguardo su ciò che è», quelle di Friburgo «Principi del pensiero».  Al lettore non specialista di filosofia interessano soprattutto le conferenze di Brema tenute nel 1949 (i cui singoli titoli sono La cosa, L'impianto, Il pericolo, La svolta), che si incentrano sull'interpretazione sull'essenza della tecnica e sul significato che essa ha per l'uomo moderno.

Nei confronti della tecnica sono state assunte tre differenti posizioni, che riassumono la communis opinio in maniera perfetta: una prima elogiativa, una seconda dispregiativa e una terza di carattere neutrale. I sostenitori della prima opinione elogiano la tecnica e la esaltano come ciò che ha prodotto il maggior grado di progresso per l'umanità, e giungono addirittura a proclamarla «redenzione dell'uomo».  I sostenitori della seconda opinione -pronunciano invece - sulla -tecnica giudizi del tutto negativi: essa sarebbe una vera e propria sventura dell'umanità, una catastrofe del mondo moderno. I sostenitori della terza opinione ritengono che il significato, il valore e la portata della tecnica dipendano per intero da ciò che l'uomo fa di essa, ossia dalla capacità umana di governarla dal punto di vista morale e religioso.

Tali opinioni cadrebbero nell'errore di «considerare la tecnica in termini tecnici», e di conseguenza non raggiungerebbero la conoscenza della sua essenza.  Anche la terza posizione, pur dimostrandosi seria e responsabile, è inadeguata, in quanto - dice Heidegger - «chi spaccia la tecnica per qualcosa di neutrale la rappresenta ... soltanto come uno strumento mediante il quale qualcos'altro è prodotto e ordinato».  Invece «l'essenza della tecnica non consiste in ciò che essa ha di tecnico, bensì si limita a celarsi in esso».

La tesi sostenuta dal filosofo è la seguente: l'essenza della tecnica è qualcosa che trascende il tecnico; è essa stessa a dominare l'uomo, e non viceversa.  Per questo «Tutto ciò che è soltanto tecnico non giunge mai a penetrare nell'essenza della tecnica.  Anzi, non è in grado di conoscerne nemmeno l'anticamera».

In che cosa consiste l'essenza della tecnica?  La risposta che dà Heidegger si può riassumere nelle seguenti tre proposizioni: 1) l'essenza della tecnica è l'«impianto»; 2) l'essenza dell'impianto è il «pericolo»; 3) nel pericolo dell'impianto è l'essere stesso che opera, nascondendosi e manifestandosi a un tempo.

Il messaggio espresso in questi termini suona fortemente criptico, ma, se si leggono e rileggono con attenzione le dense pagine di queste conferenze, lo si può comprendere abbastanza bene: infatti, Heidegger riprende e ribadisce più volte i concetti chiave come in cerchi concentrici via via più ampi, in modo da far giungere al nocciolo del problema.

L'«impianto» come essenza della tecnica non è un semplice prodotto della civiltà: è una sistematica riduzione delle cose a «risorse», ossia è una trasformazione di esse in mezzi di riserva per la produzione.  In tal modo le cose vengono svuotate del loro vero senso. L'«impianto» traduce il termine tedesco Ge-Stell: e poiché stellen significa «porre», si può tradurre in italiano (come mi suggerisce un giovane e grande cultore di questo filosofo) con "dispositivo", che rende bene quel dis-porre o pre-disporre messo in atto dalla tecnica.

Si comprende, in conseguenza  di questo concetto, come l'«impianto» o «dispositivo» della tecnica implichi «dimenticanza dell'essere» (oblio e smarrimento del significato delle cose e del mondo in quanto tali). «L'impianto - dice il filosofo pone l'essere fuori dalla verità e dalla sua essenza, depone l'essere dalla sua verità»; occulta l'essere nella sistematica disposizione delle cose in funzione della produzione. Proprio in questa "dimenticanza" e in questo "rifiuto" del «pericolo, che esprime l'essenza dell'impianto». Però l'impianto è il «pericolo non in quanto tecnica, bensì in quanto essere»: esso manifesta «il Destino dell'essere», e quindi «determina un'epoca dell'essere».

Ma, dice Heidegger, il modo in cui l'essere, si è espresso come Destino  nell'impianto, può essere superato «in base all'avvento di un altro Destino». Però per l'avvento di un nuovo Destino, l'uomo può e deve dare un suo contributo, nella misura in cui egli fa parte dell'essenza stessa dell'essere.  Tuttavia, dice Heidegger, «Se l'uomo non si  insedia dapprima e anzitutto nel suo spazio essenziale e vi prende dimora, egli non è in grado di compiere niente di essenziale all'interno del destino ora dominante», perché come diceva Meister Eckhart, da «coloro la cui essenza non è grande, qualsiasi cosa facciano, non ne viene fuori nulla».

Nell'essenza stessa del pericolo si cela «la possibilità di una svolta», che, mediante un «improvviso lampeggiare della verità», fa emergere dalla dimenticanza dell'essere la sua "salvaguardia", e di conseguenza la verità - dell'essere.  Heidegger dice «Anche nell'impianto, inteso come un destino essenziale dell'essere, è essenzialmente presente una luce proveniente dal lampo dell'essere».  Hölderlin scriveva: «Dove è il pericolo, / anche ciò che salva cresce», Heidegger essenzializza il detto poetico di Hölderlin, affermando che il pericolo stesso «in base alla sua essenza porta ciò che salva».  Infatti, la stessa «costellazione dell'essere ci chiama»; e l'uomo come «pastore dell'essere», può, nel pericolo, sentire tale richiamo. Però lo può sentire solo a patto che sappia liberarsi da quel predominio dei prodotti della tecnica (come il cinema, la radio, la televisione e oggi i computer), per cui «l'udire e il vedere vengono meno».

H.G. Gadamer nell'ultima intervista che gli ho fatto per ,questo giornale (domenica 17 settembre 2000), mi diceva che Heidegger ha «passato tutta la vita a cercare Dio: proprio questa è la chiave del suo pensiero», e che alla fine in certo senso lo aveva trovato.  In effetti, Heidegger nell'ultima conferenza di Brema scrive: «Se Dio viva, oppure rimanga morto, non si decide mediante la religiosità degli uomini, e ancora meno, mediante le aspirazioni teologiche della filosofia e della scienza naturale.  Se Dio sia Dio avviene sulla base della costellazione dell'essere.  Finché non esperiamo, pensando, ciò che è, non possiamo mai appartenere a ciò che sarà».  E nella celebre intervista pubblicata dalla rivista «Der Spiegel» (13 maggio 1976) diceva: «Ormai solo un Dio ci può salvare.  Ci resta, come unica possibilità, quella di preparare nel pensare e nel poetare, una disponibilità all'apparizione del Dio o all'assenza del Dio nel tramonto (al fatto che al cospetto del Dio assente,, noi tramontiamo)».

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