![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 SETTEMBRE 2002 |
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Uno dei
componimenti poetici più belli (ahi!) di Hoelderlin è dedicato alla passione di
Socrate per Alcibiade: Warum huldigest du, heiliger Sokrates...?, e si conclude
con una sorta di sospiro malinconico del vecchio filosofo: "Und es neigen
die Weisen, oft am Ende zu Schoenem sich" - inclinano i saggi sovente -
verso la bellezza alla fine (trad. Vigolo). Suona come una specie di resa, come
se dopo una lunga vita di ricerca del vero e del bene (i
"trascendentali" del pensiero scolastico, insieme al bello) il saggio
prendesse atto che può solo arrendersi al potere "fascinosum" di ciò
che lo soggioga come un immediato di fronte a cui può solo inchinarsi.
Non è come
l'eureka del ricercatore che gioisce per la scoperta; anche il metafisico che
coglie finalmente il primo principio di tutto, forse, è più eccitato dal suo
essere principio, appunto, inizio di un altro processo - la deduzione - che non
per la quiete appagata della contemplazione. Come si vede, però, già
distinguere l'eureka dall'ammirazione, lo "stupore" che è inizio
della filosofia dalla sottomissione patologica, passionale, a qualcosa di cui
non possiamo che riconoscerci schiavi, sudditi, dipendenti, è molto difficile.
E forse questa difficoltà porta scritta in sé, in una sorta di aporetico
compendio, la storia del pensiero, della metafisica, dell'estetica e della
religiosità del nostro mondo. "Signore, da chi potremmo andare?
Tu (solo)
hai parole di vita eterna", dicono i discepoli a Gesù. Ma lo stesso
vangelo li mette in guardia dal chiamare signore chi si presenta con tutte le
apparenze del Messia. Si può chiamare qualcuno signore senza che questo risulti
in una rinuncia alla libertà? E che differenza ci sarà, in ultima analisi, tra
l'amore passione che ci conduce a una specie di cecità, fino al "delitto
passionale", e l'amore carità che è così poco passione da poterci essere
comandato come un dovere (ama il tuo prossimo...)? (...) Perché Socrate
considera una sorta di "caduta" il suo inclinare verso Alcibiade,
qualunque cosa poi questo significhi? Socrate, almeno come ce lo presenta la
tradizione, era tutt'altro che bello.
E dunque,
anzitutto, nel suo rapporto con Alcibiade si deve leggere quella dialettica
dell'amante e dell'amato che Platone descrive nel Simposio. Desidera il bello
chi ne è privo; l'oggetto del desiderio è "oggetto" anche perché non
desidera, a sua volta. Donna-oggetto, uomo-oggetto sono espressioni svalutative
che noi usiamo comunemente; e forse anche la dialettica del Simposio non ignora
questo senso. Né Platone né Hoelderlin pensano davvero che Alcibiade sia
"superiore" a Socrate, per quanto grotteschi possano apparire, per
esempio in un romanzo come La morte a Venezia, gli sforzi del vecchio saggio
reso folle dalla passione per avvicinare l'oggetto del suo desiderio.
O l'idea che
Socrate sia meglio, perché consapevole e saggio, di Alcibiade è sempre solo una
favola inventata dai filosofi per sentirsi superiori, magari semplicemente per
sedurre giovinetti e giovinette parlando loro dei primi principi, del mondo
delle idee, facendosi forza di una divisione già ideologica tra corpi e anime,
tra valori veri e pure apparenze effimere? Nietzsche direbbe questo, e anche
lui ebbe a soffrire non poco dal fatto di non essere "bello", almeno
non tanto da riuscire a convincere Lou Salomé a sposarlo e a vivere con lui.
Alla base di
quella che, alla fine, anche a noi appare una forma di giustizia - il vecchio,
il brutto, non deve aspettarsi o pretendere l'amore dei giovani e dei belli,
questo è la natura...- c'è pur sempre una ingiustizia di base, quella per cui
c'è chi nasce bello e c'è chi nasce brutto. Proprio per esorcizzare questa
"ingiustizia", forse Hegel ha sostenuto che il vero bello è solo
quello dell'arte, quello che risulta da un atto di libera inventività dell'uomo
e che esprime questa libertà. E proprio come tale, la bellezza dell'arte è un
prodotto storico, dunque anche espressione di una determinata cultura e
civiltà.
Di qui,
anche oltre le intenzioni di Hegel, si può muovere per relativizzare l'ideale
della bellezza: ci sono varie "bellezze", nessuna assoluta. Si può
persino spiegare il sospetto di Socrate-Hoelderlin nei confronti del bello che
ci soggioga. Poiché tende a imporsi come armonia e perfezione, il bello può
anche essere solo un inganno ideologico. Brecht teorizza un teatro non
aristotelico, cioè una forma artistica che non ottenga l'effetto di conciliare
i conflitti e di far apparire razionale ciò che razionale non è, come la
tragedia di Edipo.
La bellezza
come armonia, la statua greca imitata nell'arte di oggi, la forma compiuta in
cui non c'è residuo di inspiegabile, di non consumato, ecc. non solo è specchio
di una armonia che si suppone esistente; ma ha l'effetto di far apparire
armonico un ordine che non lo è, dunque di funzionare come "apologia
dell'esistente". Ecco però altri versi di Hoelderlin che vengono qui a
proposito: "Nur zu Zeiten ertraegt goettliche Fuelle der Mensch. Traum von ihnen ist
drauf das Leben..." "Solo
a momenti l'uomo sopporta pienezza divina. Sogno di essi è, dopo, la
vita".
Ma possiamo
tranquillamente chiamare pienezza divina l'arte classica, specchio (ideologico,
falso) di una società armoniosa che non c'è, o addirittura, almeno oggi, per
noi, in questa società, inganno ordito da chi vuol farci credere che tutto va
bene e il mondo è giusto com'è, con i suoi belli e i suoi brutti. E se oggi ci
dicessero che è possibile, in futuro, trasformare questo mondo in un mondo di
belli, attraverso semplici manipolazioni genetiche? Ma, domanderemmo subito:
belli classici o belli romantici, o belli simbolici, o figure sublimi come il
Laocoonte? Belli ariani o belli semitici, belli asiatici o belli neri come i
Vatussi?
La teoria
che voglia tener conto di questo problema non può far altro, ancora una volta,
che "sottomettersi" alla natura: la vita è bella perché è varia, come
si sa. Non sarà mai bellezza la monotonia e la ripetizione di un modello, anche
se oggi ci può apparire il massimo. Non: nel bello si annuncia il divino; ma
quel divino che si annuncia, imprevisto, come una "grazia" che ci
viene senza che l'aspettiamo, "come il ladro nella notte" di cui
parla il Vangelo, quello è il bello.
E la venuta
del ladro nella notte va aspettata in uno stato di "thlipsis", come
scrive San Paolo commentato da Heidegger, in uno stato di tribolazione e non
nella sazietà soddisfatta dei crapuloni e nemmeno nella quiete silenziosa della
contemplazione mistica. Neanche la quiete di chi ha scoperto finalmente
l'essenza del bello e vi si attiene tranquillamente. Thlipsis, Demoiselles
d'Avignon con gli occhi storti, Merda d'artista di Manzoni, ammirazione per
Naomi Campbell e per Beckham mista al sospetto di essere presi in giro dal
mercato e dalla pubblicità - sono il nostro modo di esperire la bellezza in
questo momento della storia dell'essere; né una visione vera ed essenziale, né
un semplice inganno da dissipare in favore di una concezione finalmente
definitiva e adeguata.
La sola
"giustizia" che la teoria - una teoria cosciente del sospetto e della
ingiustizia che sempre ha accompagnato finora il bello, e che ci appare la più
resistente a ogni tentativo di "giustificazione" - possa immaginare è
la moltiplicazione dei canoni, il sovvertimento della loro pretesa di
definitività. Ora che Dio è morto, vogliamo che vivano molti dèi. Vogliamo
poterci muovere liberamente, ma senza alcuna rotondità classica, tra molti
canoni, tra molti stili - di abbigliamento, di vita, di arte, di etica -
vivendo come un autentico dovere etico e religioso la "thlipsis", il
tormento della molteplicità.
Può ben
darsi che la stessa crisi della famiglia nella nostra società, la crescente
provvisorietà delle relazioni, (il bello, se ce n'è uno, della abolizione
dell'art.18!!) sia nella liberazione per la molteplicità. Forse, e qui viene a
taglio l'esempio negativo dell'art. 18, non dimenticando mai che la bellezza è
un affare dell'arte e non, immediatamente, della vita. Si può e deve essere
"flessibili" in tutti i nostri amori, ma anche abbastanza ironici e
flessibili verso lo stesso ideale, dovere, della flessibilità: crederci solo
come a una menzogna dei poeti...