RASSEGNA STAMPA

18 SETTEMBRE 2002
DARIO ANTISERI
"La cultura non può essere strofinaccio per la cucina del fascismo"

Non diversamente da altri intellettuali - come, per esempio, Gaetano Salvemini - Croce fu dell'opinione che il fascismo, agli inizi, costituisse una terapia per i mali della società italiana. E, anche dopo il delitto Matteotti, tra i voti dei senatori favorevoli a Mussolini ci fu, ovviamente, quello di Giovanni Gentile, ma pure quello di Croce. Solo dopo il discorso del 3 gennaio 1925, tenuto da Mussolini alla Camera, Croce ebbe chiaro che il fascismo non era la terapia bensì la malattia; e questa malattia aveva un nome preciso: totalitarismo. E al Manifesto degli intellettuali del fascismo, scritto da Gentile, egli contrappose il Manifesto degli intellettuali anti-fascisti che apparve sul Mondo il primo maggio del 1925. Per Croce il Manifesto "fascistico" non è se non "un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini", e dove si intessono "un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all'autorità e di demagogismo, di professata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamento alla Chiesa Cattolica, di aborrimento dalla cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo". E val la pena non dimenticare quello che Croce, sempre nel Manifesto degli antifascisti, scrive sul rapporto tra intellettuali e politica. "E, veramente, gl'intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell'arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l'ascriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il dovere di attendere, con l'opera dell'indagine e della critica, e con le creazioni dell'arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale, affinché, con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie. Varcare questi limiti dell'ufficio a loro assegnato, contaminare politica e letteratura, politica e scienza, è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi neppure un errore generoso". E, in altro contesto: "Soprattutto mi offende che la bianca stola (per usare l'immagine di Fra' Iacopone), con la quale ai miei occhi andava vestita la Filosofia, amore dei miei amori giovanili, sia diventata uno strofinaccio per la cucina del fascismo o di altra politica qualsiasi".

Nel 1949, in occasione dell'ottantatreesimo compleanno di Croce, Alcide De Gasperi gli invia un telegramma di auguri. E a De Gasperi Croce risponde con la seguente lettera: "Io penso spesso a te, non politicamente, ma umanamente, e mi fo presente la vita che sei costretto a condurre, e ti ammiro e ti compiango e ti difendo contro la gente di poca fantasia che non pensa alle difficoltà e alle amarezze che è necessario sopportare a un uomo responsabile di un alto ufficio per fare un po' di bene e per evitare un po' di male. Che Dio ti aiuti (perché anche io credo, a modo mio, a Dio, a quel Dio che a tutti è Giove, come diceva Torquato Tasso), che Dio ti aiuti, nella buona volontà di servire l'Italia e di proteggere le sorti pericolanti della civiltà laica e non laica che sia. Io passo dieci ore al giorno al tavolino e lavoro assiduamente e del mio lavoro non sono scontento. Ma muovermi e andare in giro, non che mi sia impossibile, ma è gravoso, e ciò non dipende da me ma dagli anni che sono molti. Perciò di rado vengo a Roma, ma da qui procuro di seguire gli avvenimenti e dar qualche consiglio che il buon senso mi ispira".

Benedetto Croce si spegne nel mattino del 20 novembre 1952. Sul Corriere della sera Orio Vergani annotava che era morto "il professore che non aveva insegnato in nessuna scuola e che aveva invece insegnato a tutti". Non fu quello di un eroe il destino di Croce. Ma testimone egli fu: tenne accesa la fiaccola e la speranza della libertà negli anni del totalitarismo fascista. Da qui l'immensa gratitudine di tutti gli uomini liberi, in Italia e non solo in Italia.
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