![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 SETTEMBRE 2002 |
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«Ché la Bellezza, odimi bene, Fedro, la Bellezza soltanto
è divina e visibile a un tempo, ed è per questo che essa è la via al sensibile,
è, piccolo Fedro, la via che mena l'artista allo spirito». Così scrive Thomas
Mann nel romanzo La morte a Venezia, uno dei capolavori della letteratura in
cui l'idea di bellezza, una bellezza spirituale, evanescente e tormentata, è
teorizzata in maniera più compiuta. Poeti, artisti e pensatori si sono sempre
interrogati su cosa fosse il Bello, cercando nel piacere offerto dal divino
gioco delle linee e delle proporzioni un mezzo per accedere ai segreti più
nascosti della natura, al mistero del Creato, al senso stesso della vita. Una
domanda più che mai attuale in quest'epoca dominata dalle apparenze, in cui la
bellezza sembra essere rimasto l'unico valore degno di essere professato, in
una sottile quanto diabolica associazione con il potere, la ricchezza, il
benessere. Dalle immagini pubblicitarie alle passerelle degli stilisti, dalle
copertine delle riviste ai programmi televisivi, viviamo in un mondo assediato
dalla bellezza, dove l'estetica prevale ormai sull'etica.
Sergio Givone è professore di Estetica all'Università di Firenze, studioso
del rapporto tra filosofia, arte e religione e autore di saggi come Ermeneutica
e romanticismo e Storia del nulla , e dei romanzi filosofici Favola delle
ultime cose e In nome di un dio barbaro. Ed è uno degli ospiti più attesi al
prossimo "Festival Filosofia" che da venerdì 20 a domenica 22
richiamerà a Modena, Carpi e Sassuolo filosofi, artisti, psicologi e critici
d'arte per discutere su quella cosa che dimostra, per dirla con Kant, la
benevola risposta della Natura al nostro bisogno di conoscenza.
- Professor Givone, Nietzsche diceva che la bellezza parla con voce sommessa.
Ma oggi sembra piuttosto che essa gridi da ogni angolo di strada?
«Nella società contemporanea la bellezza si trova in una condizione
paradossale. Viviamo in un mondo che insegue forsennatamente la bellezza, ma
che non sa più che cosa essa sia. Solo ciò che è bello sembra degno di
esistere. Ma il risultato è il trionfo del brutto, o peggio, di quella parodia
del bello che è la cosmesi. Questa "estetizzazione" pervasiva non può
che sfociare in un mondo desolatamente privo di qualsiasi luce di bellezza. Ciò
vale anche per il paesaggio naturale e per quello umano, nel quale si vanno
ampliando sempre più quelle zone opache che sono all'insegna dell'abbandono o
dello sfruttamento del territorio. Ci sono quartieri che paiono concepiti per
mortificare la vita, corsi d'acqua ridotti a fogne, cieli che si sono spenti. E
lo stesso può dirsi per i luoghi deputati al bello. Quale bellezza, nella
pretesa che tutto lo sia? E quale bellezza, nell'ossessione di ricondurre
l'esistente sotto la sua signoria?»
- In un mondo dominato dall'estetica c'è ancora spazio per l'etica?
«Non molto. In assenza di altri criteri, è inevitabile che anche nelle nostre
decisioni morali ci affidiamo a modelli che rinviano alla bellezza o comunque a
sentimenti di piacere (o di ripugnanza). Accade così che persino i nostri
giudizi morali siano sempre più simili a giudizi di gusto. E' l'inclinazione
per certi stili di vita piuttosto che per altri a farci decidere del bene e del
male. Anche in politica l'immagine prevale sull'argomentazione razionale, tanto
che mi domando se il dominio dei mass media non ci collochi ormai in una
dimensione post-democratica».
- La pubblicità è uno dei campi in cui la bellezza è più sfruttata. Come si
conciliano la dimensione spirituale della bellezza con le leggi materiali del
mercato?
«Il mercato è il luogo dell'esperienza estetica, l'esperienza estetica non ha
luogo se non al mercato. Noi consumatori sappiamo che cosa comprare e i signori
del mercato sanno che cosa vendere in virtù di un sapere che ci accomuna: un
sapere che assomiglia a un certo gustare le cose come tutti le gustano o come
tutti s'immaginano di gustarle. Il valore di scambio delle merci si va
risolvendo in valore simbolico, ossia nella capacità che il prodotto ha di
suscitare sogni, andare incontro ad attese, soddisfare bisogni. Di qui la
trasformazione del mondo in uno shopping center che sfigura e annienta identità
e sostituisce alla bellezza autentica una sua simulazione virtuale».
- Ma perché questa simulazione ha una così forte presa sulle persone?
«Perché simulare la bellezza significa simulare la gioia di vivere, il
benessere, l'appartenenza a una tribù sociale. Naturalmente dietro la
simulazione c'è il nulla. Come insegna il nichilismo contemporaneo, la realtà è
apparenza e nient'altro che apparenza».
- Dunque quel legame profondo tra bellezza e verità, che molti filosofi, da
Kant a Heidegger, hanno teorizzato, si è definitivamente spezzato?
«Come potrebbe la bellezza essere manifestazione di verità, se non è più
neppure strumento d'inganno? Le seduzioni della bellezza, che un tempo avevano
carattere demoniaco, oggi sono soltanto gioco, messinscena, pubblicità. Non a
caso Nietzsche scrisse: "Un filosofo che ancora credesse al nesso
bellezza-verità meriterebbe di essere preso a bastonate"».
- Come reagisce l'arte contemporanea a questa decadenza della bellezza?
«Della bellezza l'arte contemporanea non ne vuole più sapere. In una specie di
ascesi purificatrice, si è progressivamente raccolta nell'inestetico, in una
dimensione dove il bello e il piacevole sono negati. Oggi l'arte è urto, è
choc, e trae la sua forza espressiva dal rifiuto di qualsiasi abbellimento e
addolcimento. Se un artista come Beuys fa rotolare delle pietre sul pavimento
di un museo, e lì le lascia, nella loro nuda "cosalità", non è in
nome di un'armonia prestabilita, ma semmai per gettare sul mondo uno sguardo
dal suo lato in ombra. La bellezza non è più cosa dell'arte, essendo diventata
cosa mediatica, pubblicitaria».
- Dunque dobbiamo rassegnarci all'idea che la bellezza non sia più uno
strumento di conoscenza del mondo, ma solo un inganno privo di ogni legame con
la realtà?
«Forse. Ma forse proprio la bellezza negata e abbandonata è l'ennesima
dimostrazione dell'essenza della bellezza come rivelazione di verità, di un
senso altrimenti destinato a sfuggirci, inoggettivabile, enigmatico, ma non per
questo meno prezioso. La bellezza non ci fa toccare con mano come stanno
esattamente le cose, secondo l'equazione che gli strateghi del marketing
vorrebbero far valere: ciò che è bello vale e dunque è degno di essere
acquistato. Tuttavia dove, se non nella bellezza e attraverso la bellezza, ci è
dato fare esperienza di qualcosa che ci turba nel profondo, come se ne andasse
di noi, della nostra vita, e di quanto la rende degna di essere vissuta? Baudelaire
si chiedeva se la bellezza scaturisse dal cielo più profondo o da qualche
abisso infernale. E Dostoevskij suggeriva che il mondo potesse essere salvato
dalla bellezza. Due modi diversi per ribadire il legame tra bellezza e verità».