![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 SETTEMBRE 2002 |
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Cresce nel mondo l'uso degli organismi
geneticamente modificati, ma gli studiosi si dividono sui rischi dell'impiego
Scoppia il
caso del mais messicano contaminato dagli organismi geneticamente modificati
(ogm), ma neanche in Europa si scherza: ricercatori della Newcastle University,
in Gran Bretagna, riportano l'attenzione su pericoli ben più gravi e diretti
che gli ogm potrebbero far correre al genere umano. Che cosa avrebbero
dimostrato i biologi britannici? È possibile che ogm capaci di resistere agli
antibiotici - una volta insediatisi nell'intestino - producano microrganismi
nocivi e praticamente invincibili. Un incubo, come quelli evocati dai thriller
più catastrofici.
Torna alla ribalta un terribile rischio. Anche se dalla comunità scientifica
vengono inviti alla calma: gli antibiotici non sono più impiegati nelle piante
geneticamente modificate, e l'Unione Europea vieta tassativamente l'uso di geni
che inducono resistenza agli antibiotici. Il risultato è, comunque, un diffuso
senso di inquietudine sugli effetti dell'agrobiotech. Ha contri buito anche
un'impresa italiana accusata di aver nascosto la presenza di ogm in un suo
prodotto per l'alimentazione animale. Degli ogm si sa ancora molto poco, tranne
che stanno espandendosi nelle campagne di tutto il globo. Gli ettari di suolo
agricolo coltivati con sementi ingegnerizzate sono passati da 39,9 milioni nel
1999 a 44,2 milioni nel 2000, per balzare a 52,6 milioni nel 2001. L'anno
scorso 5 milioni e mezzo di agricoltori di 13 Paesi hanno seminato piante dal
genoma ritoccato. È ormai transgenico, in Usa, il 32 % del mais e il 74% della
soia. Il dibattito è perciò più incandescente che mai. E, sui media, autorevoli
scienziati intervengono per rassicurare l'opinione pubblica, in contraddittorio
con schiere di epidemiologi. Il mais messicano fa notizia: è il più antico del
mondo. Il granturco è spuntato proprio all'ombra delle piramidi azteche e maya.
La contaminazione del mais messicano non è però soltanto un evento fortemente
simbolico.
Il professor Marcello Buiatti, del dipartimento di biologia animale e
genetica dell'Università di Firenze, ha studiato il caso. «Mesi fa, a Firenze,
abbiamo tenuto un convegno internazionale presso l'Istituto agronomico per
l'Oltremare. Erano rappresentati, tra gli altri, il governo messicano e le
multinazionali. E si è concluso che, anche se non venissero confermati i
ritrovamenti di mais transgenico nella Sierra Juarez, è molto probabile che
mais ingegnerizzato, prodotto in Messico o portato dagli Usa dai frontalieri,
abbia sparso i propri geni nelle coltivazioni». Quali le conseguenze? «Il
Messico è la maggiore riserva mondiale di biodiversità di mais, preziosissima
per l'umanità, che ne ha bisogno se vuole poter cambiare le varietà coltivate e
produrne altre in caso di bisogno. Il pericolo è che il transgenico renda
alcune varietà locali più competitive di altre, che verrebbero così
soppiantate. In tal mondo, si ridurrebbe la variabilità a disposizione del
genere umano».
Nella comunità scientifica c'è chi non vede tutto questo rischio. È chiaro che
mais e soia geneticamente modificati - dove sono accettati - stanno prevalendo
sulle colture tradizionali, osserva il professor Dario Casati, direttore del
Dipartimento di economia e politiche agrarie e agroalimentari all'Università di
Milano. «La diffusione degli ogm non minaccia la biodiversità, anzi la stimola:
i geni con i caratteri che interessano vengono ricercati proprio nelle varietà
minori, che erano state accantonate per la loro ridotta produttività». E poi,
obietta Casati, gli ogm rispondono alle necessità dei paesi più poveri, le cui
popolazioni sono sottonutrite.
Ma gli avversari degli ogm incalzano, forti di un nuovo dato: meno dell'uno per
cento delle piante transgeniche ha speciali proprietà nutrizionali. E il
professor Buiatti è d'accordo. Lui non crede che gli ogm possano dare una mano
contro la fame nel mondo. Con gli ogm, il valore nutritivo non aumenta; «semmai
c'è qualche vaga possibilità di rischio. Questo non significa, però, che un
aiuto di altro genere non possa venire dai transgenici, nel futuro. Ma dovrebbe
trattarsi di piante fatte nei Paesi in via di sviluppo, secondo le loro
esigenze, da loro brevettate e perciò a costi bassi». È vero: gli ogm finora
disponibili, quelli della prima generazione, hanno soprattutto la proprietà di
resistere agli attacchi dei parassiti delle piante. «In prospettiva però - fa
notare Casati - si annunciano prodotti arricchiti con nutrienti, vitamine o
tali da potersi sostituire ai farmaci. Insomma prodotti più apprezzabili dal
consumatore».
Quanto all'ultima, grande paura, suscitata attorno agli ogm - il rischio che
vengano fuori microrganismi killer, del tutto inattaccabili con gli antibiotici
- servirà almeno ad accrescere la vigilanza? Tutto è nato dall'abitudine
iniziale di introdurre gli antibiotici come "marcatori" nei nuovi
organismi geneticamente modificati, spiega il professor Casati. Questa pratica
è stata interrotta da tempo. «Comunque il timore mi sembra eccessivo. Appare
scarsamente probabile che la resistenza agli antibiotici possa essere
trasmessa, per questa via, ad altre specie». Anche Buiatti è dell'avviso che il
rischio sia teorico e basso. Ma spera che sia recepita e soprattutto attuata la
nuova direttiva Ue sulla sicurezza, che bandisce per i prossimi cinque anni
esperimenti con geni resistenti agli antibiotici.
Le incognite, insomma, restano. E al professor Tullio Regge che, per
tranquillizzare gli animi, osserva che già negli anni '60 - per mezzo di
radiazioni - si inducevano mutazioni genetiche nelle piante (dando origine a
decine di migliaia di nuove varietà), Buiatti obietta che quelle non erano
pratiche di ingegneria genetica (inaugurata solo nel 1981). «Con quegli
esperimenti, non si introducevano geni nuovi in specie in cui non c'erano mai
stati. Perciò non condivido il ragionamento del professore. Il quale, in
sostanza, vorrebbe poter affermare: l'ingegneria genetica l'abbiamo sempre
fatta e non è successo nulla».