RASSEGNA STAMPA

11 SETTEMBRE 2002
MELANIA MAZZUCCO
E Lou preferì la vita alla filosofia

Per tutti era l’ “avventuriera russa” che soggiogò Paul Rée e Friedrich Nietzsche. Di fatto la giovane von Salomé fu l’ ispiratrice dei due intellettuali. Che non seppero condivere il suo sogno anticonformista


IL 28 ottobre del 1901 nelle acque dell'Inn venne ripescato il cadavere di un uomo. Doveva essere scivolato dal sentiero sovrastante. All'altezza delle gole di Charnadura, l'Engadina - una valle ampia e soleggiata - si stringe fin quasi a chiudersi, e il sentiero s'inerpica ripido e scosceso fra le rocce. Gli abitanti di Celerina riconobbero nel corpo quello del dottore tedesco che da circa un anno si era stabilito a vivere nella pensione Misani. La sua morte suscitò grande costernazione, perché il dottore, amato da tutti per la sua bontà, non si faceva pagare per le sue cure ed era noto come “il medico dei poveri". Era considerato una specie di santo. Il suo nome era Paul Rée. La maggior parte degli abitanti del villaggio ignorava che quello stesso santo aveva goduto, nella sua giovinezza, della fama sinistra di mefistofelico spregiatore degli uomini, e di immoralista. Ignorava che il suo nome era destinato a restare legato per sempre a quello del filosofo Nietzsche - suo amico in gioventù, ma con il quale l'amicizia si era conclusa brutalmente e senza rimedio. Nessuno aveva assistito alla sua caduta. Tuttavia, presto si sparse la voce che non era stata involontaria. L'Engadina - «questa meravigliosa fusione di mitezza, grandiosità e mistero» - doveva restare per lui, come per il suo amico, il luogo dove il destino si era rivelato e compiuto.
In una fotografia troppo celebre, scattata nell'estate del 1882, Paul Rée e Friedrich Nietzsche figurano aggiogati alle redini di un carretto sul quale è inginocchiata una giovane donna armata di frustino. I due sembrano divertiti all'idea di sottomettersi alla ragazza, ma i loro amici e parenti li biasimarono aspramente per essere diventati lo zimbello di quell'“avventuriera russa". Lou von Salomé non era un'avventuriera, e anche se era nata a Pietroburgo non era nemmeno russa, bensì di famiglia franco-baltica. Una malattia ai polmoni e l'imperativo della libertà l'avevano spinta verso sud. Aveva ventun anni e, come tutti quelli che convivono con una malattia mortale, desiderava afferrare la vita - e stravolgerla dalle fondamenta. Il suo motto era: osare tutto e non avere bisogno di nulla. Voleva coltivare se stessa fra le menti migliori d'Europa: a Roma le aveva trovate in Rée e Nietzsche. Erano ammalati entrambi, come lei - in verità erano morti, e lei li ridestò a un'apparenza di vita. Erano filosofi, come lei credeva di voler essere. Erano soli, erano spiriti liberi e si vantavano di essersi sbarazzati del fardello della morale filistea. Con l'ambizione infantile di realizzare i suoi sogni, Lou propose loro di formare una Trinità - di studiare, scrivere, vivere e conoscere insieme, in una sorta di cenacolo di eletti. Dove? In autunno, a Parigi o a Vienna. Intanto, d'estate, in Engadina.
Ma in Engadina non vennero. I due uomini commisero lo stesso errore: si innamorarono del «piccolo genio», della ragazza «acuta come un'aquila e coraggiosa come un leone», e la chiesero in moglie. Lei rifiutò entrambi - ma non rinunciò al suo progetto, e Nietzsche e Rée finsero di accettare, sperando però di poterla avere tutta per sé. Ebbe inizio un carosello di equivoci, gelosie, calunnie e menzogne che già in autunno portò allo scioglimento della Trinità. La verità sul fallimento di quel sogno, benché sull'argomento siano state scritte dozzine di libri, non si potrà più conoscere. Di certo Nietzsche ne fu ferito e scosso sino all'orlo della follia. Si sentì, come dopo il balenio di un fulmine, ripiombato nella tenebra. Odiò Lou per averlo deluso - perché in lei aveva amato anche le sue speranze. Si odiò per aver creduto che fosse sua simile - che potesse strapparlo alla sua solitudine, e diventare la sua erede. Giudicò la loro amicizia uno sperpero inutile di amore e sentimento. Tempo dopo, però, riconobbe che di tutte le conoscenze che aveva fatto la più feconda era stata quella con Lou, e solo dopo averla frequentata era stato maturo per scrivere Così parlò Zarathustra. Lei, semplicemente, lo escluse. La sua intelligenza la opprimeva. Per cinque anni visse, accanto ma non insieme, a Rée: lui sopportò di diventare la sua “dama di compagnia". Un'estate, i due realizzarono il vecchio progetto e vennero in Engadina. Abitavano in un vecchio mulino, accanto al fiume Inn.
Perché proprio in Engadina? L'Engadina apparteneva a Nietzsche. Lui, che aveva un bisogno fisico di cielo sereno, vi trascorreva da anni estati di solitudine e febbrili passeggiate. Fra quei laghi e quelle montagne - come su un'isola lontana dall'ottuso furore del mondo - aveva concepito le sue opere. Meno di dodici chilometri separavano il mulino di Celerina dalla casa di Nietzsche, a Sils-Maria. Avrebbero potuto chiarirsi - perfino riconciliarsi. A quel tempo Nietzsche aveva nostalgia del loro «orribile modo di pensare»: in Europa, Lou e Rée erano le uniche due persone libere dalla tartuferia morale che lo disgustava, e gli mancavano. Nietzsche, sempre più bisognoso di maschere, si identificava con Filottete, l'eroe greco abbandonato dai suoi compagni sull'isola deserta a causa della ferita purulenta che lo divorava. Ma il mito vuole che senza le frecce di Filottete i Greci non espugneranno Troia. Sofocle racconta che i Greci mandarono sull'isola Ulisse e il giovane figlio di Achille per estorcergli l'arco - e che infine Troia fu presa. Dai sentieri attorno a Celerina, Salomé e Rée dovevano ogni giorno vedere Sils-Maria, circondata dall'acqua - ma non andarono sull'isola di Nietzsche. Non strapparono all'eroe ferito l'arco magico. E se, come Nietzsche lasciava capire, la sua Troia era la conoscenza, Lou e Paul Rée non erano destinati a espugnarla.
E in un certo senso andò proprio così. I Salomé, preoccupati dallo scandalo e dalle manovre della sorella di Nietzsche, che perseguitava Lou con velenosi pettegolezzi, volevano costringerla a tornare in Russia - con le buone o con le cattive. Lou doveva dimostrare alla famiglia e alla società che non era venuta nel cuore dell'Europa per divertirsi e civettare con i filosofi, ma per studiare e progredire. Quell'estate, in Engadina, le esperienze vissute presero forma e, in pochi giorni, a Merano, divennero un libro ponderoso e profondo, che uscì nel 1885: Alla ricerca di Dio. Vi tornavano le questioni dibattute con Nietzsche - la morte di Dio, la perdita della fede. Benché lo avesse scritto “su commissione", le procurò il rispetto intellettuale che cercava. Perfino Nietzsche lo apprezzò: la ragazza aveva realizzato ciò che desiderava da lei, «per il resto, che il diavolo se la porti». Ma Lou, che pure scrisse romanzi e importanti trattati, non divenne davvero una filosofa né una scrittrice - più tardi, dopo l'incontro con Freud, divenne ciò che già era: un'analista, la terapeuta delle anime. Era l'ispiratrice, Diotima - colei che feconda la mente. Nove mesi dopo averla amata, gli uomini della sua vita partorivano i loro libri migliori. Così era stato per Nietzsche, così doveva essere per Rilke. Così non fu per Rée.
L'estate in Engadina portò il completamento del trattato sulla morale cui lavorava da tempo. Ma Nietzsche rifiutò che gli venisse dedicato, gli editori rifiutarono di pubblicarlo, e quando infine apparve fu un tale fallimento che Rée capì che la filosofia lo aveva abbandonato. Non avrebbe espugnato Troia. Con la filosofia, lo abbandonò anche Lou - che si fidanzò con il professor Andreas. A quarant'anni, il filosofo fallito ebbe il coraggio di capovolgere la sua vita: si laureò in medicina, si ritirò nella tenuta di famiglia e si mise a esercitare per i poveri dei dintorni. Dopo la morte di Nietzsche, nel 1900, vendette la tenuta e si trasferì a Celerina. Forse voleva testimoniare che riteneva ancora Nietzsche il suo “angelo tutelare" e che non avrebbero dovuto separarsi, o prendere il suo posto di “eremita dell'Engadina". Ma la santità è la risposta per chi non ha mai creduto negli uomini? In una delle sue massime, aveva scritto: «Io devo essere filosofo. Se non avessi più spunti per farlo, allora per me sarebbe meglio morire». O forse era tornato per Lou von Salomé. Per lei, che ricordava «come un periodo particolarmente felice un'estate a Celerina».
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