![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 SETTEMBRE 2002 |
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EGEMONIA CULTURALE E CONSENSO, I CONCETTI CHIAVE DEL NOVECENTO NELL´ERA DEL
MERCATO GLOBALE
Nell'ultima
intervista concessa, ormai anni fa, alla televisione italiana prima di
rientrare in Italia a costituirsi, Toni Negri, allora rifugiato a Parigi,
aveva sullo scaffale alle sue spalle, in bella evidenza, il libro (purtroppo
postumo) di un filosofo franco-tedesco-americano, Reiner Schürmann,
intitolato Des hégémonies brisées, Le egemonie spezzate. Lo avevo notato sia
perché di Schürmann ero stato amico, sia perché mi sembrava un riferimento
(credo non casuale) interessante per capire le posizioni di Negri, che
ricordavo più dogmaticamente legate al marxismo, sia pure molto personalmente
interpretato. L'immagine mi è tornata in mente leggendo il famosissimo Impero,
il lavoro scritto da Negri insieme a un filosofo americano, Michael Hardt,
che è stato universalmente acclamato (a partire dalle università statunitensi)
come il manifesto della nuova contestazione (anti)globale. Anche se Schürmann è
appena nominato in questo libro, non esito a pensare che la sua idea dell'epoca
attuale come epoca dove tutte le egemonie sono cadute, con le varie metafisiche
che le reggevano, sia uno degli elementi ispiratori del lavoro. L'impero di cui
parlano Negri e Hardt è il mondo globalizzato dove le sovranità locali,
nazionali, con tutto ciò che di istituzionale, e anche di liberale e
democratico, portavano con sé, sono state ormai sostituite da un insieme di
meccanismi integrati che rispondono solo alla impersonale, anche se
rigidissima, legge del mercato. Di fronte a questo sistema sono ormai impotenti
le autorità degli Stati nazionali, e di conseguenze i cittadini che, almeno
negli Stati democratici, votano per governi del tutto privi di peso nei
confronti del potere globale.
Tra
Foucault e Toni Negri
L'uso del termine «impero» che fa da titolo al libro sottolinea proprio sia il
carattere sovranazionale di questo potere, sia il suo presentarsi come ordine
legittimato da una specie di diritto universale - appunto perché non sembra
costruito nell'interesse di un qualche soggetto, o sovrano, determinato.
Confluiscono in tale rappresentazione dell'impero anche molte delle analisi di
Michel Foucault, che aveva parlato del potere moderno, e tardo moderno, come di
una forza coercitiva diffusa capillarmente nella società, a cui tutti finiscono
con il soggiacere perché in molti sensi vi consentono. Per esempio, e
anzitutto, attraverso l'assoggettamento dell'immaginario collettivo ai modelli
diffusi dal mercato mediatico, dalla pubblicità, da quella che già Adorno
(altro autore di riferimento) aveva chiamato la «fantasmagoria della merce».
Insomma, anche se le analisi di Negri e Hardt sono spesso inutilmente fumose,
capiamo benissimo che qui si descrive solo la condizione della società
contemporanea, indicata anche come post-fordista, nella quale, cioè, i
proletari non sono più gli operai di fabbrica di cui parlava il marxismo, e che
sono diventati una minoranza delle forze di lavoro; ma tutta la massa di gente
che, quando lavora, assolve a mansioni difficilmente classificabili, secondo
modelli variabili, flessibili, che per lo più non richiedono, e anzi non
consentono nemmeno (data la loro flessibilità) l'acquisizione di un mestiere e
di una identità di classe. Al potere capillare, ma anche impersonale, del
mercato globale, corrisponde dunque una altrettanto anonima soggettività di
persone che vivono immerse in un immaginario collettivo, fatto di conoscenze
diffuse e di una affettività altrettanto condivisa e partecipata, che tende
sempre più a coincidere con ciò che il potere globale le impone e richiede.
Possiamo tradurre così: se l'autoritarismo moderno era ancora fondato sulla
imposizione di una disciplina da parte di centri di potere determinati (lo
Stato, il padrone ecc.), il potere dell'impero si identifica ormai totalmente
con il sentimento e l'immaginario «spontaneo» di tutti. Abbiamo spesso
osservato, in questa o quella situazione, la contraddizione dei giovani
antiglobal che mangiano al MacDonald, portano scarpe magliette e jeans
rigorosamente griffati, consumano la musica e il cinema che vengono
dall'America, che insomma contestano quel potere di cui di fatto sono i massimi
sostenitori, quasi i prodotti. (E la maggioranza dei nostri concittadini non ha
forse eletto a capo del governo l'imprenditore più ricco del paese, in fondo
sentendolo come simile a sé, condividendone spontaneamente gli ideali e gli
atteggiamenti, non immaginandolo nemmeno lontanamente come un «padrone»?).
La scelta di
Togliatti
E l'egemonia? Il libro di Negri e Hardt, magari con il filo conduttore di
Schürmann, si può capire meglio se lo si confronta con la nozione di egemonia.
Che, come si sa, e come si può leggere nel bel libro di Giuseppe Bedeschi sul
pensiero politico italiano del Novecento, è un concetto chiave di Gramsci.
Nelle società complesse come quella italiana (di oggi, ma già della prima metà
del secolo scorso) non si può immaginare di prendere il potere come Lenin in
Russia, con un atto di forza. Bisogna invece costruire una cultura condivisa
orientata in senso egualitario, insomma bisogna produrre consenso. Sulla base
di questa nozione di Gramsci (che qui risulta inevitabilmente semplificata, e
che gli avrebbe permesso anche, se fosse vissuto più a lungo, di spiegare il
fallimento del regime sovietico a causa delle sue origini leniniste) si è
fondata la scelta democratica dei comunisti italiani a partire da Togliatti. Il
consenso e l'egemonia culturale si manifestano (anche) nelle scelte elettorali.
La lotta politica è una lotta di culture, di visioni del mondo, che competono
per farsi valere come l'orientamento prevalente di una certa società. Ma a
proposito delle masse che, nel libro di Negri e Hardt, sono insieme i prodotti
e i produttori dell'impero - in quanto ne condividono sempre più
«spontaneamente» le regole - si può ancora parlare di egemonia, e addirittura
di egemonia culturale? Per molti versi, sembrerebbe di sì; giacché il consenso
qui non è prodotto da una qualche pressione esterna, l'adesione alle regole
imperiali non è imposta da nessuna forza coercitiva. E al fondo dell'idea di
egemonia, come fa notare bene Bedeschi, c'è sempre stato il sogno di una
società organica, dove la volontà dei singoli si identificasse senza residui e
senza sforzo con la volontà di tutti, come nell'immagine che i romantici
avevano della città greca e della sua «bella eticità» senza conflitti. Una
simile società doveva anche essere quella che, una volta realizzato il
comunismo, avrebbe potuto fare a meno dello Stato. Per quanto in modo diverso,
questo sogno di una società «etica» domina anche i tanti lamenti contemporanei
sulla caduta dei «Valori»: le difficoltà della nostra società deriverebbero
dalla mancanza di valori spontaneamente condivisi e dallo sfrenarsi di tendenze
anarchiche.
Il paradosso e l'interesse dell'Impero di Negri e Hardt consiste nel fatto che,
mentre da un lato essi prendono atto della caduta di tutte le egemonie, dal
potere degli Stati al vigere delle varie culture, a favore di una
globalizzazione della mentalità e persino degli affetti determinata
dall'imporsi universale del mercato, continuano poi a immaginare la possibile
emancipazione in base a un modello organico. Alla rivoluzione del proletariato
industriale a cui pensava Marx, Negri-Hardt sostituiscono la rivolta delle
«moltitudini», che essi comparano addirittura con il cristianesimo nascente che
determinò, o contribuì potentemente a determinare, la fine dell'impero romano.
Marxismo dannunziano
La fiducia, che traspare anche da questa comparazione, nella forza «buona»
delle moltitudini, accompagnata da una dura polemica contro tutte le forme di
rappresentanza e in fondo contro ogni costruzione statuale, costituzionale,
giuridicamente strutturata, è un segno evidente del fatto che la vecchia
nostalgia per la bella eticità, per la società organica, per l'egemonia, non è
affatto scomparsa nella visione politico-filosofica di Negri. Il problema che
il libro pone è certo quello davanti a cui tutti ci troviamo: tentare la
costruzione di una società libera anche nelle nuove condizioni della
globalizzazione, che non è solo economica ma coinvolge profondamente la nostra
mente e i nostri stessi affetti, desideri, sogni. L'analisi di questi aspetti
radicali della globalizzazione è forse il contributo più originale di questo lavoro.
Non ci aiuta, però, la costruzione (un po' astratta, un po' estetizzante: Guido
Viale ha parlato in proposito di «marxismo dannunziano») di una nuova
mitologia che, invece di prendere davvero atto della fine delle egemonie, va in
cerca di nuove pericolose figure di redentori globali.