RASSEGNA STAMPA

10 SETTEMBRE 2002
editoriale
Lettori militanti per Singer
Se fosse legittimo assumere il Festivaletteratura come sintomo degli interessi più diffusi negli italiani compresi tra l'età dell'adolescenza e quella della vecchiaia, non c'è dubbio che faremmo la figura del paese più vorace nel divorare libri, e per di più non votati all'intrattenimento spicciolo ma a una concentrazione che lascia ben poco spazio a altre forme di redenzione dal tempo del lavoro. Si va via da Mantova ogni anno più stupefatti, non solo dal numero di persone che seguono gli incontri con scrittori, filosofi, poeti, ma dalla familiarità rivelata dalle loro domande con opere che, stando ai resoconti delle vendite, sembrerebbero raggiungere non più di qualche migliaio di passionari della lettura. Possibile che si ritrovino tutti a Mantova, come al raduno di un club letterario all'aperto? O che ogni libro venduto circoli in un numero di mani tale da giustificare il gap tra la popolarità dell'autore in questione e le lamentele editoriali? Una domanda non del tutto diversa, in fondo, da quella che veniva spontanea di fronte alla folla dei manifestanti per i diritti degli immigrati, poi per la difesa dell'articolo 18: forse gli elettori di Berlusconi e i renitenti alla lettura in parte coincidono, abitano sottosuoli popolati di televisori e riemergono di tanto in tanto, poi tutti insieme come soldati pronti all'appello, quando si tratta di votare. Si direbbe non ce ne fossero, di questa specie, tra il pubblico di Mantova, e meno che mai all'incontro in cui Benedetto Vecchi solidarizzava, nella sua presentazione, con Peter Singer, una sorta di satanasso per tutti i benpensanti di qua e di là dall'oceano. L'avvenente professore, infatti, ha avuto modo di rendersi sgradito ovunque, grazie alle sue sacrosante battaglie in favore della libera scelta dei singoli su questioni insindacabili quali l'eutanasia, l'aborto, gli esperimenti sugli animali: battaglie sull'esito delle quali si gioca il destino di una società civile. Un destino oscurato, per ora e si direbbe per molto ancora, da pregiudizi tanto impermeabili alle ragioni del buon senso da sconfinare nella superstizione; quando basterebbe non ridurre a una paginata di slogan il pensiero di Singer per capire quanti orizzonti aprano le sue insistenze sulla necessità di privilegiare le scelte dei singoli su questioni che nessuna legge può dirimere.
E' accettabile che la durata della vita soggiaccia a imperativi tutt'altro che kantiani, che quando si tratta di persone lontane ci si appelli a ragioni che trasferite ai propri cari sembrerebbero, improvvisamente, insostenibili? Quanto prolungare il proprio futuro quando nemmeno il presente più prossimo è tollerabile; quale orizzonte disegnare per un bambino impossibilitato a proiettarsi in un domani, e perciò condannato a subire impotente il proprio destino? La drammaticità di queste e altre decisioni è possibile debbano essere sottomesse a trafile scandite dai ritmi della burocrazia, al vaglio di carte bollate destinate a giacere mentre il nome al quale si riferiscono sta cedendo la sua dignità di persona agli attacchi della malattia, o del dolore, o della coscienza che se ne va? Solo in una società fondata sulla cooperazione piuttosto che sulla competitività - dice Singer - sarebbe possibile approssimarsi, di volta in volta, alla soluzione che comporta minore sofferenza; solo fondandosi sull'incrocio di solidarietà che concorrano con eterogenee competenze alla risoluzione dei problemi più urgenti sarebbe possibile compensare il relativismo culturale che minaccerebbe, altrimenti, la legittimità di subordinare il rispetto della legge alla volontà dei singoli. Una utopia, per ora, necessaria tanto più forti sono le pressioni a mantenerla tale - come dimostravano, a Mantova, alcune delle domande del pubblico, rapito dalle questioni sollevate da Singer, e tuttavia non ancora pronto a abbandonare l'irrazionalità che si accompagna al nostro retaggio cattolico. Al quale è indifferente, tuttavia, quale inizio e quale fine spetti alle altre cosiddette «creature del signore», ammazzate per nutrire le nostre vite, non prima che le loro - è ancora Singer a ricordarcelo - vengano alimentate, e finalmente reificate, in spazi mortali.
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vedi anche
Filosofia (e) politica