![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 SETTEMBRE 2002 |
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Da qualche
tempo si è fatta strada una pattuglia di filosofi e pensatori di vario
orientamento che ha elevato la globalizzazione a categoria di interpretazione
della realtà contemporanea, ed appare pronta a lasciare un segno sulla cultura
degli anni a venire.
Ad unire questi personaggi, estremamente diversi, è una serie di connotati
comuni. L'interdisciplinarietà, in
grado di produrre quanto chiameremo il pensiero
orizzontale o "della contaminazione", declinando insieme -
dunque, orizzontalmente - utensili concettuali provenienti dall'epistemologia
piuttosto che dalla semiologia, dalle "tecnologie dell'informazione"
anziché dalla geografia urbana o antropologica. Il ritorno di un pensiero forte, deciso a raccogliere senza esitazioni
le sfide lanciate dall'età globale per fornire delle risposte di carattere
sistemico. Il cosmopolitismo delle
loro esperienze private, divenuto per questi intellettuali famosi e riveriti,
al pari dei protagonisti della finanza internazionale e dello star-system dello
spettacolo, niente più di un villaggio, per l'appunto globale. E, soprattutto,
il ragionamento sulla mondializzazione,
che diventa finalmente l'oggetto centrale di una speculazione di carattere
filosofico e non solo, intrisa di "meticciato culturale".
Eccone una galleria.
Proglobal (o gli euforici). Un nome
per tutti: quello di Anthony Giddens, celebre sociologo, rettore della
prestigiosa London School of Economics e consigliere principe del primo
ministro inglese in carica, teorico della globalizzazione quale fenomeno dalle
potenzialità emancipatrici. Vicino a lui, si collocano gli altri intellettuali
che hanno forgiato il pensiero del New Labour. Dai politologi David Marquand e
Geoff Mulgan sino allo studioso di relazioni internazionali David Held ed al
giornalista David Goodhart, in gran parte firme di Prospect, la rivista simbolo della cultura lib-lab inglese.
Proglobal pentiti. Non è tutto oro
quel che luccica nella globalizzazione, anzi... È quanto affermano alcuni
pensatori, partiti da posizioni proglobal per ritrovarsi poi sempre più critici
verso talune dinamiche nefaste della mondializzazione. L'economista e filosofo
indiano Amartya Sen, premio Nobel per l'Economia nel '98 e rettore del
Trinity College di Cambridge, esempio eccellente di integrazione tra la cultura
occidentale e quella asiatica, insiste da tempo sull'esigenza di favorire la
crescita materiale e, specialmente, morale degli individui. Il sociologo
tedesco Ulrich Beck, docente a Monaco e presso la londinese Lse, ha introdotto
la nozione di "società del rischio" per descrivere il mondo
occidentale post-industriale. In tutti gli ambiti, dalla vita lavorativa alla
sfera affettiva, si apre per l'individuo post-moderno il vasto orizzonte delle
possibilità, generatore di opportunità, ma anche, e soprattutto, di incertezza.
No global. Toni Negri, già
"cattivo maestro" dell'Autonomia operaia, è l'autore, insieme a
Michael Hardt, di Impero, salutato
dalla stampa internazionale come la "bibbia
dell'antiglobalizzazione". Il pianeta teatro dello scontro tra l'Impero,
ultima forma assunta dal potere dell'età globale, e le moltitudini,
costituisce, per alcuni, il nucleo centrale della "teoria filosofica dei
nuovi tempi". Ascrivibili alla categoria dei critici più radicali della
globalizzazione sono poi la giovane economista britannica Noreena Hertz,
ribattezzata la "nuova Naomi Klein", acerrima avversaria delle
multinazionali; l'americano Jeremy Rifkin, l'eclettico presidente della
Foundation on Economic Trends di Washington, e l'intellettuale per eccellenza
del popolo di Seattle, Riccardo Petrella, il docente no global di economia
sociale dell'università cattolica di Lovanio, presidente del Comitato mondiale
per l'acqua.
I contestatori new global. Stimati
accademici davvero cosmopoliti, i "contestatori" non esitano a
lanciarsi in violenti atti d'accusa contro l'ordine del mondo stabilito dal
capitalismo del "medioevo neoliberale". I sociologi Zygmunt Bauman,
Richard Sennett, Saskia Sassen e l'antropologo culturale Arjan Appadurai
indagano le categorie della tarda modernità con acutezza. Narrano la condizione
umana nelle gigantesche "città globali", la rivoluzione in atto nelle
nozioni di spazio, tempo e classe sociale, il difficile equilibrio tra identità
e differenze etniche nel pianeta mondializzato, come pure l'inservibilità dello
Stato-nazione soppiantato dalla foresta di soggetti transnazionali di varia
natura, la flessibilità quale paradigma doloroso e lacerante del vivere
odierno.
I civico-politici. Alla ventilata
scomparsa della politica dall'orizzonte di un pianeta globale egemonizzato
dalle forze dell'economia si deve imputare anche il ritorno della filosofia
politica, che intende rifondare le categorie di cittadinanza e democrazia in
epoca postmoderna e multiculturale. La statunitense Martha Nussbaum viene
considerata una delle artefici del "ritorno ad Aristotele"
nell'ambito della cultura contemporanea, nel nome della giustizia sociale e del
recupero delle nozioni di virtù e bene comune. L'israeliano Avishai Margalit,
fautore del dialogo con i palestinesi, è il teorico della "società decente",
ovvero di un consesso sociale nel quale le istituzioni si sforzano di garantire
la dignità e la non umiliazione dei propri componenti. Il brasiliano Roberto
Mangabeira Unger, filosofo del diritto, esponente di punta del movimento dei
Critical Legal studies, è il teorico di una raffinata forma di psicologia
politica e di un modello di Stato neocostruttivista e neointerventista.
L'americano Michael Walzer, direttore della celebre rivista Dissent, è l'alfiere di una versione
riveduta del neocomunitarismo, fondata sulle "sfere di giustizia"
(sociale, ma non solo). Lo scienziato della politica americano Benjamin Barber,
docente alla Rutgers University, è uno studioso dei problemi della cittadinanza
ed un osservatore alquanto critico delle conseguenze negative che il
fondamentalismo, da un lato, ed il mercato globale senza regolamentazioni,
dall'altro, producono sulla qualità della vita democratica.
I post-postmoderni. Tra i pensatori
orizzontali si delinea una composita pattuglia di personaggi passati tutti
attraverso un serrato confronto con la fase postmodernista degli anni Ottanta,
poi lasciata alle spalle. Si tratta dei "post-pomo" (o
"post-postmoderni). Il tedesco Peter Sloterdijck, docente di Estetica e
Filosofia a Vienna e Karlsruhe, è un intellettuale provocatorio e
neo-nietzscheano di grande notorietà. "Critico della ragione cinica"
e poi impietoso narratore della "riforma genetica della specie" in
atto, Sloterdijck si presenta ora come un brillantissimo genealogista della
globalizzazione. Donna J. Haraway, filosofa della scienza, vedette della teoria
femminista e docente presso l'università di Santa Cruz in California, si
presenta come una critica feroce del paradigma scientifico - maschile ed
antropocentrico - egemone. Animalista ed antirazzista e impegnata, è la
creatrice di immaginifiche metafore che compendiano l'evoluzione del suo
pensiero neomaterialista. Ai suoi antipodi si trova il politologo
nippoamericano Francis Fukuyama, membro di influenti think-tanks conservatori
e, da ultimo, nominato da Bush nel Comitato federale sulla bioetica. Celebre
grazie alla sua teoria neohegeliana sulla "fine della storia",
Fukuyama, timoroso di un "futuro post-umano", sposa la difesa a
oltranza dell'economia capitalistica con la salvaguardia della nostra specie,
minacciata dall'ingegneria genetica.
I cyber (i "pensatori
digitali" oppure i "net-thinkers"). Innamorati della California
e intenti a mostrarci quanto il pensiero dell'età della globalizzazione sia
debitore della Rete delle reti, sono i "cyberpensatori" (o
"pensatori digitali"). Il sociologo catalano Manuel Castells, il
Max Weber della Network Society, colui che si sforza con maggiore potenza di
pensiero di disegnare i contorni epistemologici della vita ai tempi di Internet
e della globalizzazione. Il filosofo finlandese Pekka Himanen, docente a
Helsinki e Berkeley, inventore di quell’“etica hacker" che dovrebbe
coniugare finalmente creatività, spirito di condivisione e professionalità. E
spunta anche un francese: Pierre Lévy, l'epistemologo che dirige il
dipartimento Hypermédia della Sorbona. Fantasioso "antropologo del
cyberspazio", invita il genere umano ad avvalersi politicamente delle
straordinarie opportunità offerte dalle nuove tecnologie per rifondare la
democrazia in maniera più giusta e consentire ad ogni individuo di esprimere le
proprie potenzialità.