![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 SETTEMBRE 2002 |
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Le uniche idee globali per valutare il
mondo hanno basi fragili, di solito soltanto umorali. Leibniz e Leopardi non
c'entrano. Il segreto è calibrare animo e indole.
Sarà
una malattia di stagione, sarà la tristezza del rientro al lavoro, sarà il mito
dell'autunno caldo, sarà l'idea che l'anno vero cominci ora e non il l°
gennaio, e dunque tutte le incognite si addensano adesso. Ma in questi giorni ogni discorso comincia
con una domanda o una professione di ottimismo e di pessimismo. Come vede lei la situazione? chiedono i più
timidi. In autunno saranno dolori,
dicono i catastrofisti. Sul governo,
sulla guerra, sull'inflazione, sull'ambiente.
Da Johannesburg a Manhattan, congressi e anniversari planetari inducono
a fare i conti con il tasso di ottimismo e di pessimismo che circola nel
mondo. E gli annunciati conflitti
settembrini tra governo e opposizione alimentano questa diade psicologica.
Le
uniche ideologie rimaste in piedi sono il pessimismo e l'ottimismo, di solito
appannaggio rispettivo delle culture antagoniste e d'opposizione, e delle
culture protagoniste o di governo. Ma
sono rimaste davvero le ultime visioni del mondo, le ultime idee globali per
valutare il presente e prevedere l'avvenire, gli ultimi grandi racconti per
interpretare la realtà e i suoi accadimenti.
Eppure il loro fondamento è fragile, a volte banale, tutt'altro che
teoretico, di solito caratteriale, anzi peggio, umorale. Nel suo delizioso florilegio intitolato Prima persona (edito in questi giorni da
Mondadori, pagg. 266, euro 16), Giuseppe Pontiggia distingue tra un
orientamento umorale ed uno funzionale: ci sono i pessimisti per carattere,
cattiva digestione, senso tragico, e ci sono gli ottimisti per dovere d'ufficio
o requisito di mestiere, come i pubblicitari, obbligati a mandare messaggi
positivi. I politici sono pessimisti all'opposizione, ottimisti al
governo. La vecchia sintesi gramsciana,
pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, dice ormai poco nell'epoca
del bipolarismo e dell'alternanza democratico-umorale.
Il
pessimismo nasce in Francia nel 1759, informa Pontiggia. Dicono che sia stato un illuminista
disincantato, Mallet du Pan, a coniare l'espressione, ma forse non è vero. C'è del pessimismo anche sulle origini dei
termine. Fa il suo ingresso ufficiale
nell'Académie Française, nel 1835, dove viene accolto nel lessico
accademico. Naturalmente ci riferiamo
all'espressione e non alla sostanza; di pessimisti ce n'erano già prima di Cristo, fra gli etruschi e
gli egizi, fino ai poeti pagani; il suo atto dl nascita è in quel distico che
ritiene un male già l'esser nati ed un bene il morir più presto possibile. Ma dopo millenni di lamenti, solo nel secolo
dei lumi fa la sua comparsa l'espressione pessimismo. L'ottimismo nasce un ventennio prima, e a denunciare la nascita
del trovatello sono i gesuiti che nel 1737, in uno scritto apparso sulla
rivista Memoires de Trevoux, lo
identificano in Leibniz e nella sua teoria sul mondo attuale ritenuto il
migliore dei mondi possibili. Dunque,
la prima volta che si usa la parola ottimismo è per criticarlo.
Entrambi
nascono nell'alveo del razionalismo. Il
primo conflitto tra pessimisti e ottimisti è narrato da Voltaire in Candide ou l'optimisme, che ridicolizza
appunto la visione rosea della vita; dopo il terremoto di Lisbona vi fu chi,
come lui, vide il mondo abbandonato dalla Provvidenza, e chi viceversa ritenne
che esistesse, come poi dirà Manzoni, anche la Provvida sventura, il male che
produce il bene. Già 130 anni fa, nel Dizionario di Niccolò Tommaseo
debuttano in Italia i vocaboli di ottimista e pessimista.
Ma
la coppia è diseguale. Si riconosce con
qualche difficoltà uno statuto filosofico all'ottimismo, mentre ci si inchina
devoti al pessimismo letterario e filosofico, dal romanticismo in poi: l'asse
Leopardi-Schopenhauer ha fatto scuola, letteralmente. E' a scuola, infatti, che sulla scia di De Sanctis, il pessimismo
fa il suo ingresso trionfale e petulante e si trasforma pure in maniera. Ognuno ricorderà lo strazio delle lezioni
sul pessimismo leopardiano, zeppe di luoghi comuni che riducevano la visione
tragica del poeta ad una lagna tra il luttuoso e lo iettatorio. E invece, ci ricorda Pontiggia, nessuno come
Leopardi ci ha dato un'immagine luminosa e dolce della felicità, del paesaggio,
dell'amore, della giovinezza.
Insomma,
non c'è solo morte, dolore e infelicità nei suoi pensieri e nei suoi
canti. E poi c'è una bella differenza
tra il senso tragico dell'esistenza e il pessimismo, che ne è un cascame
ideologico-moralistico, umorale e giaculatorio. Nietzsche, per esempio, era un pensatore tragico, ma ridente;
tutt'altro che pessimista, era danzante e lieve, a tratti euforico, pur nella
disperazione. Fu negli anni Venti e
Trenta che assunse nobiltà il kulturpessimismus,
la corrente di pensiero che attraversò la mitteleuropea e si intrecciò alla
letteratura della crisi. A cominciarla
fu quel profeta piangente di Spengler che dopo il Tramonto dell'Occidente, scrisse un breve saggio, Pessimismus? (pubblicato a mia cura in
Spengler Scritti e pensieri, Sugarco),
che può dirsi il manifesto del pessimismo.
E
che il suo pessimismo nascesse più dalla biografia e dal carattere che dalla
filosofia e dallo sguardo alla civiltà, lo si
può vedere dai suoi frammenti
di diario, melanconici e pessimistici, pubblicati da Adelphi (A me stesso). Un conto, infatti, è la melanconia che di solito accompagna
il genio e gli animi sensibili, assai più della serenità e della gioia; un
altro, invece, è la visione pessimista, che appartiene come l'ottimismo, al
regno artificioso della falsa coscienza.
Non può esistere un pessimismo o un ottimismo in assoluto, anche perché
non abbiamo termini di paragone per giudicare la vita in sé; non possiamo dire
se sia un male o un bene in sé vivere o morire, mancando di conoscere il suo
contrario. E invece ne abbiamo troppi,
e divergenti, termini di confronto per dare una valutazione attendibile della
vita in generale nel paragone con le altre vite. Pessimismo e ottimismo dipendono troppo dall'osservatore e troppo
poco dalla realtà; sono impressioni soggettive e non esiti oggettivi.
Tanto
infondati appaiono alle loro origini, quanto concreti appaiono invece i loro
effetti; sappiamo che dalla borsa alla vita, passando per la politica e per la
vita pubblica e privata, il pessimismo e l'ottimismo modificano le cose,
producono effetti reali. A voler essere
salomonicamente banali dovremmo dire che bisognerebbe essere di animo
pessimista e di indole ottimista, lasciando che la contemplazione colga i
frutti dell'amarezza, della privazione e del dolore e che l'azione viceversa
raccolga i frutti della fortuna, della buona aspettativa, della predisposizione
al meglio. André Malraux parlava di
pessimismo attivo; non aspettarsi nulla di buono e pure impegnarsi come se
tutto possa volgersi al meglio.
Variante eroico-letteraria del precetto gramsciano. Agire con passione, pensare con disincanto.
Ma tu sei ottimista o pessimista? Dipende da che ora, in che luogo, in relazione a cosa, in compagnia di chi. Mi sono ormai convinto che ottimismo e pessimismo siano due binari paralleli che conducono ad una stessa destinazione: l'imbecillità.