![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 AGOSTO 2002 |
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LE SEMPRE PIÙ FREQUENTI FUSIONI SOCIETARIE CANCELLANO IL DNA DELLE
INDUSTRIE
C’è un percorso quasi inevitabile che caratterizza la
prospettiva attuale delle imprese nel loro sforzo di venire a capo della crisi
tumultuosa e della ridefinizione dei mercati: ed è quello della ricerca della
«dimensione», intesa, qui, come rapporto ottimale tra le forze da mettere in
campo e i risultati che le mantengano in condizione di sicurezza, oltre il
galleggiamento.
In uno scacchiere sempre più sovranazionale (quanto, almeno,
ai fattori che incidono sullo scenario competitivo) la robustezza del respiro e
l’ampiezza della visione strategica va di pari passo con la capacità di scalare
di livello e, dunque, di acquisire un peso e una rilevanza meno settoriale o
localistica.
Ciò dà luogo a un vasto fenomeno di fusioni,
acquisizioni, accordi e incroci, che portano in primo piano una questione di
non poco rilievo: di ciò che ha consentito di funzionare sino ad ora, e che
sembra aver raggiunto il suo limite di «competenza», cosa andrà conservato e
cosa lasciato; quali modifiche si rendono necessarie e cosa invece va
reinterpretato alla luce del nuovo assetto, non solo dimensionale? In altre
parole: molti processi aggregativi in atto nel mercato tendono a «salvare» il
valore economico di unità imprenditive maturate fino al limite del loro
sviluppo, trasferendole in unità più grandi, diversamente rappresentative nel
nuovo scenario competitivo.
Ma, ciò facendo, mettono inevitabilmente in crisi le
identità originarie attorno alle quali i diversi organismi avevano costruito la
loro storia e si erano imposti con una loro specificità che non era solo di
tipo economico. Dal momento che si tratta di percorsi il cui risultato non è
scontato (come è agevole dedurre da non pochi esempi, anche recenti) sembra
opportuno porsi alcune domande, che danno luogo a riflessioni meno semplici di
quanto possano apparire le singole operazioni a tavolino.
E innanzitutto: qual è la probabilità di perdere, insieme
con la propria tradizionale autonomia, anche le ragioni del proprio successo?
Le culture originarie dell’impresa, attraversando nelle più diverse direzioni i
loro assetti organizzativi ed economici, sono, insieme, un potente fattore di
spinta e, in contesti mutati, altrettante forze di freno, potenzialmente
disgreganti. La scelta, su base numerica e quantitativa, che prospetta come
auspicabili, ragionevoli e quindi pienamente giustificate, certe operazioni di
accorpamento societario, nasconde spesso le difficoltà che si possono
incontrare là dove le variabili divengono più sfumate, impalpabili quasi, come
spesso è impalpabile l’anima; o, almeno, quei fenomeni di incerta definizione
che con l’anima sembrano spartire l’aleatorietà e, insieme, la tenace
persistenza.
Quando il tema è la confluenza e la fusione di imprese
che hanno, prese singolarmente, una loro storia precisa e consolidata, bisogna
avere grande attenzione a «dove si mettono le mani». Si tratta pur sempre di
organismi vitali che hanno sviluppato una loro anima, fatta di tradizioni, di
cultura materiale e simbolica, di valori condivisi, di linguaggi caratteristici
e di investimenti emozionali che legano il «gruppo» non meno delle aspettative
e degli interessi dei singoli. L’anima è sempre un elemento delicato da
maneggiare.
Proprio perché mobile, instabile, sfuggente; così poco
quantitativa. Nulla sembra essere più distante dalla logica e dalle competenze
manageriali - tutte volte a semplificare perché tutto sia calcolabile - di
questa sensibilità verso ciò che non è rappresentabile. La tentazione più ovvia
è dunque quella di trascurare questi scarti imperfetti, refrattari ad entrare
negli schemi collaudati dell’azione economica, congeniali all’operare del
manager.
Così si finisce quasi sempre per meravigliarsi quando
certi progetti, economicamente e finanziariamente ben fondati ed appetibili,
entrano in crisi e rischiano di fallire per l’emergere di elementi
imponderabili: quel «quasi niente» rappresentato dalla variabile più umana e
meno artificiale delle organizzazioni. Questa, pur così poco appealing per la
nostra mentalità programmatoria e dunque votata a interessi marginali, rode
tenacemente dal di dentro e lavora «di sotto», minando risultati che, a priori,
apparivano scontati. E’ molto spesso il gioco delle identità in tensione che manda
in crisi le attese anche più ragionevoli.
E l’identità delle parti, dei singoli attori, chiamati a
confluire in un quadro più grande, è in fondo, il «gioco delle differenze»,
della diversità: quello che ci consente di essere e sentirci in un certo modo,
specifico; di posizionarci rispetto agli altri; di avere passioni storicamente
legittimate e orgogli non meno plausibili. Inglobare identità multiple si
presenta allora come operazione da eseguire con molta attenzione e altrettanto
rispetto, proprio perché non sarà sufficiente la ragionevolezza dei progetti,
la giustificazione dei numeri, né la maggiore garanzia contro il rischio, dal
momento che la percezione del rischio non è omogenea tra le parti, e ciò che
uno avverte come minacciante è spesso più la perdita di un universo consolidato
che quello di un futuro sempre aleatorio.
Ogni qualvolta che qualcuno, singolo, istituzione o
impresa «avanza una pretesa» nei confronti di qualcun altro, è probabile che
otterrà una risposta formulata «in termini di valori e di credenze» e dunque si
metterà in gioco più il livello personale che i riferimenti direttamente
imputabili a benefici economici o strategici. Su questo piano ciò che va tenuto
e valorizzato, ciò che invece è così caduco da poter essere lasciato senza
troppi rimpianti, i vantaggi di mettere insieme i punti di forza e così via,
sono faccende che richiedono tempo, continuità di interpretazione e
coinvolgimento; pazienza lungimirante.
Chi è chiamato ad aderire a una nuova identità, o a
riformulare la sua, vive generalmente un percorso assai simile ad una
elaborazione del lutto: e di ciò è bene avere chiara percezione. La perdita, il
distacco, anche se parziale, dalle precedenti certezze, tende a «fissare» il
proprio oggetto di soddisfazione in ciò che si è chiamati a lasciare; e questo
provoca ritardi, frustrazioni, e spesso anche irragionevoli resistenze.
Come è irragionevole la speranza che tutto ritorni al
punto di origine, prima della perdita. E dal momento che le proprie radici sono
un bene non alienabile (né è plausibile mettere insieme a posteriori radici
così localizzate e diverse come sono quelle delle singole storie) c’è un solo
modo per «fuoriuscire dal lutto»: ed è quello di offrire un «punto di fuga» che
consenta di risettare tutto il quadro e di dare una prospettiva leggibile al
nuovo paesaggio.
Una nuova storia in cui possano confluire, senza essere
disconosciute, le storie precedenti e che sappia «prendere l’anima». L’identità
«nuova» si può costruire dunque solo a partire da un progetto condiviso e
dall’aggancio forte al futuro: l’unico punto di fuga possibile, che consente di
non tagliare le radici, di farle confluire più in alto; intrecciando i rami e,
sperabilmente, anche i frutti. Il passato è tecnicamente «irrimediabile» e
irredimibile; ed è bene che sia così.
Ma sul futuro le opzioni sono aperte, e su queste si deve lavorare perché, unendo le forze, nulla si perda per strada. Applicando alle imprese che si trasformano ciò che Freud interpretava dell’anima singola, si può sostenere che «prima o poi bisogna pur cominciare a volersi bene se non si vuole deperire», irrimediabilmente.