![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 AGOSTO 2002 |
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Nuove ricerche mostrano che il modo in
cui si dispongono le parti del Dna ha un importanza cruciale
Geni,
non più geni. Mentre si rincorrono le notizie di nuove
mappe del genoma di vegetali e animali e ci si interroga sul legame fra un
frammento di Dna e questo o quel carattere ereditario, la ricerca sta andando
oltre e si va delineando una nuova frontiera.
Dal vocio dei laboratori di genetica già emerge il titolo della prossima
sfida: si parla di «architettura nucleare», un termine che potrebbe
riecheggiare i pilastri della fisica atomica dell'ultimo secolo, ma che invece
si riferisce alla crescente importanza assegnata al modo in cui i geni si
dispongono nel nucleo delle cellule. La
genetica va dunque oltre i geni e le proteine, per sfociare in un terreno
inesplorato che potrebbe avere un ruolo chiave per affinare tecniche importanti
in ambito medico, come la terapia genica.
«Ovviamente
il sequenziamento del Dna è importante, ma non sufficiente per comprendere il
modo in cui il lavoro dei geni è organizzato - spiega Thomas Cremer, docente
di antropologia e genetica umana alla Ludwig Maximilians University (LMU), a
Monaco, in Germania. Basti pensare che
i miliardi di cellule che compongono il nostro organismo hanno lo stesso
corredo genetico, pur avendo caratteristiche e compiti molto differenti».
Ci
deve quindi essere altro, un altro elemento che guida l'accensione o lo
spegnimento di questo o quel gene a seconda del tipo di cellula in esame. E in questo senso si stanno accumulando
prove attorno al ruolo giocato dal progetto architettonico del Dna della
cellula. Proprio come in un palazzo
sede di un grande istituto, piani e stanze sono occupate da diverse persone a
seconda del ruolo che svolgono, così anche il nucleo della cellula sarebbe
diviso in stanze, in compartimenti in cui l'assegnazione dei locali ai singoli
geni è cruciale per la regolazione della loro attività.
Su
questo fronte un risultato importante è arrivato proprio da una ricerca svolta
in Italia, al Laboratorio di Biologia dello Sviluppo, dell'Università di Pavia,
guidato da Carlo Alberto Redi. In
particolari cellule di topo (cellule germinali e cellule del Sertoli), i
ricercatori hanno osservato che se un pezzetto di cromosoma viene a trovarsi in
una posizione diversa da quella «normale», allora i geni possono essere
inattivati o attivati in modo non corretto. «E' questa è una prova forte che,
se esiste una gerarchia di controllo del funzionamento del genoma,
l'architettura potrebbe essere al primo posto», spiega Redi.
Non
solo. Di recente, sulla rivista Nature Review Genetics, è comparso un
lungo articolo che raccoglie i dati scientifici più rilevanti sull'importanza
dell'architettura nucleare nel regolare l'espressione dei geni. In particolare, la visione emergente è
quella che vede i cromosomi in cui il Dna è organizzato occupare all'interno
del nucleo cellulare settori specifici, come se ognuno avesse un suo
compartimento ben definito. Non solo:
anche la posizione di un singolo gene all'interno di un cromosoma sembra
influenzare direttamente la sua attività.
Inoltre,
un lavoro apparso lo scorso aprile sulla rivista Pnas, svolto da un gruppo di ricercatori guidati dallo stesso
Cremer, ha mostrato come la posizione assunta dai cromosomi 18 e 19 in
particolari cellule umane (linfoblastoidi), si ritrova pressoché simile anche
nelle cellule di diversi primati (scimpanzé, gorilla, orangutango).
Una
scoperta che darebbe ulteriore supporto alla grande importanza che riveste
«l'architettura del nucleo» nel funzionamento corretto del genoma.
Spiega
Redi: «Oggi siamo di fronte a un fatto di grande importanza concettuale:
dobbiamo lasciare la visione «genicentrica» del funzionamento dei genoma e
concentrare gli sforzi per capire i meccanismi di regolazione del gene, cioè
quelli dell'architettura. Se una certa
porzione del genoma che include, per esempio, il gene dell'insulina si trova
fisicamente in un certo spazio del nucleo funzionerà come deve, se invece si
trova da un'altra parte funzionerà in modo non corretto».
Certo,
su questo fronte c'è ancora molto lavoro da fare, perché la ricerca è solo agli
inizi. Molti sono gli interrogativi
aperti, gli indizi che attendono conferma, e per questo molto dipenderà anche
dalla capacità dei ricercatori di mettere a punto strumenti di indagine
adeguati. Infatti, per evidenziare la
posizione spaziale occupata da un frammento di Dna nel nucleo, vengono
utilizzate particolari sonde capaci di entrare nelle cellule e, senza scalfirle
o rischiare di modificarne l'organizzazione, riuscire a evidenziare la
posizione di un gene. Ed è facile
intuire che mettere a punto sonde di questo tipo non è affatto semplice.
Ma
la sfida è ormai aperta, perché comprendere il funzionamento dell'architettura
nucleare
potrebbe
avere anche importanti ripercussioni dal punto di vista applicativo. Primo fra tutti sulla terapia genica, quella
tecnica di ingegneria genetica che promette di correggere difetti genetici
della cellula, inserendo direttamente nel genoma stesso una copia sana del gene
difettoso.
«Molti -continua Cremer, pensano ottimisticamente che la terapia genica potrebbe essere dietro l'angolo. Se però è l'architettura del nucleo cellulare a sovrintendere al lavoro dei geni, allora comprenderla a fondo permetterà di disegnare strategie migliori per la stessa terapia genica».