![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 AGOSTO 2002 |
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Dareste retta a Ronaldo, se
volesse spiegarvi come si gioca a scacchi? Affidereste i vostri risparmi ad uno
sconosciuto, solo perché assomiglia vagamente a Sean Connery? Mentre qualsiasi
persona di buon senso risponderebbe negativamente ad entrambe queste domande,
nel discorso tenuto al meeting di Rimini il presidente del Senato ha
prospettato una soluzione esattamente opposta: invitando tutti noi a condannare
quello che egli ha definito il «tic di Platone», in base alla presunta autorità
di chi ne sa di Platone quanto Ronaldo di scacchi o uno sprovveduto qualunque
di investimenti redditizi. Vediamo perché.
Karl Popper è stato certamente una delle figure più note della filosofia
della scienza contemporanea. In tutta obbiettività, si deve tuttavia
riconoscere che il suo contributo più serio e significativo è affidato ad una
delle sue primissime opere («La logica della scoperta scientifica»), pubblicato
nel 1936, prima in tedesco e poi in inglese. Si dovrebbe altresì aggiungere che
«La logica» resta uno dei grandi libri del pensiero del Novecento per le
critiche che ad essa sono state indirizzate, più ancora che per l'influenza
positivamente svolta sugli sviluppi successivi della ricerca contemporanea.
Prova ne sia il fatto che i maggiori autori della seconda metà del secolo -
Paul Feyerabend, Thomas Kuhn e Imre Lakatos - sono accomunati da
un'impostazione radicalmente polemica nei confronti delle testi sostenute nella
«Logica». E prova ne sia, inoltre, il fatto che lo stesso Popper formulò, nei
decenni successivi, una serie di argomentazioni tendenti a problematizzare
fortemente, e qualche volta perfino a contraddire, la posizione espressa
nell'opera del 1936.
Anche per queste considerazioni, si tende oggi ad ammettere quanto solo pochi
avevano affermato in passato: e cioè che la figura di Popper è stata
indebitamente sopravvalutata, soprattutto nella cultura italiana, la cui
tradizione nel campo della filosofia della scienza era (e in larga misura
ancora è) troppo recente e troppo fragile per non subire il fascino dei facili
slogan nei quali si è ben presto tradotto un certo popperismo di maniera.
Pur con queste non marginali precisazioni, nessuno può cancellare l'importanza
delle tesi popperiane nel campo dell'epistemologia, vale a dire in quel settore
altamente specializzato della filosofia che analizza i risultati, i contenuti e
i metodi della ricerca scientifica. Ma - attenzione - in quel settore, e con i
limiti su accennati, e non anche negli altri numerosi campi in cui si articola,
e si specifica, la riflessione filosofica. Viceversa, Popper non si è affatto
accontentato di definire i criteri della razionalità scientifica, ma ha preteso
anche di occuparsi di teoria politica e di ingegneria sociale (come egli la
definiva), convinto di poter applicare all'ambito delle scienze umane e sociali
la stessa metodologia riguardante le scienze empiriche. I risultati di questa
arbitraria «invasione di campo» furono disastrosi: libri come «La società
aperta e i suoi nemici» o come «Miseria dello storicismo», sono talmente pieni
di approssimazioni e di inesattezze, e spesso di vere e proprie sciocchezze,
proposte per giunta con grande sicumera, da non poter essere neppure presi in
considerazione da chi si occupi con un minimo di professionalità di politologia
e di sociologia. Ma non è tutto. Quando scrive «La società aperta», nel pieno
della seconda guerra mondiale, Popper si trova lontano dall'Europa, e per sua
stessa ammissione non è in condizione di consultare né la copiosissima
letteratura critica, e neppure i testi originali di Platone.
Ciononostante, con troppa baldanzosa autostima, affidandosi soltanto a ricordi
lontani, Popper conduce una serrata critica della concezione platonica,
dimostrando di non aver capito quasi nulla di quel pensiero, e confermando di
non possedere neppure gli strumenti tecnici - testuali, filologici e analitici
- per misurarsi con un autore del tutto irriducibile alle formulette
popperiane.
Bene. La seconda carica istituzionale dello Stato, in una sede influente quale
è quella del meeting di Rimini, non trova di meglio che esortare tutti gli
italiani ad imitare Popper, relegando nell'infamia Platone e l'efferata
tradizione di pensiero che da lui è scaturita. Un tic - quello di Marcello
Pera - veramente ridicolo, se non fosse anche grave il suo esercizio:
soprattutto perché proveniente da chi, come studioso e come figura pubblica,
dovrebbe essere abituato a calibrare bene le parole, evitando fatue chiacchiere
in libertà.
Date retta. Se volete imparare a giocare a scacchi, rivolgetevi ad un maestro
di una buona scuola scacchistica. E dite a Ronaldo di occuparsi, se ancora può,
soltanto di calcio.