![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 AGOSTO 2002 |
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In questo senso limitarsi a
seguire la marea, giustificando l'esistente, ovvero il dogma di Washington, per
le Nazioni Unite può trasformarsi in suicidio istituzionale. Di fatto è la
rotta tracciata dalla politica di Kofi Annan, con le sue marce forzate verso
una vera e propria privatizzazione delle Agenzie Onu, politica che rischia di
fare piazza pulita dell'idea originale su cui, cinquant'anni fa, sono state
fondate.
Un'idea che, non bisogna
dimenticarlo, ha reso possibile ad alcune Agenzie cosiddette
"tecniche" di mettere in atto strategie che hanno fruttato, in
passato, notevoli successi. Basti citare i programmi di vaccinazione di massa
condotti negli anni '60 e '70 dall'Organizzazione Mondiale della Sanità che
hanno portato all'eradicazione del vaiolo negli anni '80. Ma era un'OMS dotata
di autonomie decisionali e di forte potere contrattuale nei confronti
dell'industria farmaceutica, ben diversa da quel carrozzone asservito agli
interessi di Big pharma nel quale l'ha trasformata l'attuale presidenza.
Perdita di autonomia e di
restringimento dei margini di manovra si registrano in tutte le Agenzie, che si
occupino di alimentazione o di questioni ambientali. Sono passati i bei tempi
del Summit di Rio durante il quale vennero stilate convenzioni come quella
sulla Biodiversità e stabiliti principi, come il principio di precauzione, che oggi
sono pietre miliari da difendere con le unghie e con i denti.
Global Compact
I margini, dicevamo, si sono paurosamente ristretti. In questo senso Annan ha
fatto un ottimo lavoro. Sotto la sua gestione è stato stilato un codice di
autoregolamentazione delle corporation, il Global Compact, tutto incentrato
sulla nozione di "responsabilità sociale" nettamente distinta dalla
"perseguibilità", e quindi assolutamente privo di ogni meccanismo di
verifica, figuriamoci di sanzione. Il Global Compact così concepito è stato poi
trasformato in una sorta di "bollino" griffato Nazioni Unite. Ciò
significa che chiunque sia sotto questo ombrello ha passato la revisione -
etica? ambientale? - e può essere infilato nella lista degli "esperti",
ovvero dei beneficiari di quella pioggia di soldi che le Agenzie e le
istituzioni finanziarie internazionali continuano a distribuire. Perché, ed è
questa la tesi del nuovo corso, se i governi sono corrotti e incapaci, chi
meglio delle imprese può gestire i finanziamenti per i progetti di
"sviluppo sostenibile? " Così, mentre questi ultimi diventano
l'occasione per mettere le mani su qualche altra fetta di bene collettivo - che
sia l'acqua, la terra, le risorse agricole o genetiche - nelle Agenzie dell'ONU
non rimane nemmeno un esperto indipendente, uno che sappia fare il suo mestiere
senza essere al soldo di due padroni: il pubblico, che lo paga, e il privato
che ci guadagna.
Il Global Compact, che avrà
un ruolo fondamentale nell'imporre l'agenda delle transnazionali sul vertice di
Johannesburg, elargisce la patente di "socialmente responsabili" ad
aziende impresentabili come Nike, Rio Tinto e altre. E' ovvio che, strutturate
in questo modo, le nuove Nazioni Unite possono solo presenziare conferenze,
summit e quant'altro, sfornando dichiarazioni generiche e roboanti ma, in
sostanza, lavorando a giustificare l'esistente. Il messaggio è chiaro: la
governance senza governo, come la chiama Joseph E. Stiglitz, pentito
vice-presidente della Banca Mondiale, è già in atto, e non saranno certo le
Nazioni Unite a minacciare questa governance corporativa e strutturalmente
anti-democratica - ripetiamo, già perfettamente funzionante - candidandosi da
corpo regolatore super-partes per impedire il saccheggio e difendere i più
poveri e i meno armati.
C'eravamo tanto amati
Con "sindrome di Stoccolma" s'intende una sorta di innamoramento
per i propri carnefici. L'espressione è stata utilizzata dai militanti canadesi
del ETC Group (ETC sta per Erosione, Tecnologia e Concentrazione corporativa)
per indicare "la triste sequenza di misure di compromesso che hanno
pacificato le proteste popolari negli ultimi trenta anni" da quando,
appunto, si tenne a Stoccolma il primo Summit sullo sviluppo sostenibile.
Ma a criticare il modello
dello "sviluppo sostenibile" non sono soltanto gli estremisti del
gruppo etc. A Seattle come a Porto Alegre, a Monterrey come a Roma, i diretti
interessanti hanno raccontato, con dovizia di particolari, quali sono gli
effetti nei paesi poveri dello "sviluppo sostenibile" targato Kofi
Annan. Per africani, asiatici e latino americani "sviluppo
sostenibile" sta per "aggiustamenti strutturali" come questi
stavano per "colonizzazione". Cambiano i nomi ma i soldi restano
sempre nelle stesse mani e la pratica quotidiana di espropriazione delle terre,
dei diritti e, alla fin fine, della possibilità stessa di sopravvivere delle
comunità più deboli continua con la stessa ferocia di sempre.
Ormai, comunque, quella sorta
di compromesso fra esigenze del mercato e limiti dell'ecosistema inaugurato a
Stoccolma, comincia a raccogliere critiche anche in ambienti meno radicali.
Piovono severe ammonizioni da parte del moderato World Watch Insitute mentre il
WWF lancia l'allarme a fronte dei dati emersi dal suo ultimo rapporto sulla
salute del pianeta, il WWF's Living Planet Report 2002, guadagnando così la
vecchia accusa di catastrofismo insieme a quella, del tutto inedita, di
terzomondismo.
C'è qualcuno lì dentro?
Mentre le Nazioni Unite si
modellano sul consenso di Washington, però, la società civile si organizza. A
livello internazionale il movimento dei movimenti è forte: gli indios rialzano
la testa, gli abitanti delle favelas si riprendono l'acqua, i contadini indiani
cacciano le multinazionali, gli schiavi delle maquilladoras asiatiche si
sindacalizzano, le donne africane tessono reti di solidarietà e microcredito
per mettere le mani sul valore economico del proprio lavoro. I nuovi militanti,
per quanto possa essere arretrato il loro paese, imparano a usare il computer e
riescono, non si sa davvero come, a far sapere ai ricchi bambini-adulti
occidentali che i loro giocattoli sono sporchi di sangue. E in Occidente gli
investitori fuggono dalle grandi corporation rivelatisi, nello spazio di pochi
mesi, semplici associazioni a delinquere. Ovunque - meno, forse, nella vecchia
Europa - non solo la critica ma anche le pratiche alternative sono all'opera, e
fanno paura. Gli slogan inventati per esorcizzare la paura -
"responsabilità sociale" e "riforma etica" del capitalismo
corporativo - non bastano.
Proprio per questo il momento
è maturo per una scelta. La modesta proposta strategica presentata dalla Etc
durante l'ultimo incontro internazionale dei delegati del movimento, e
approvata dal "parlamentino globale" che si va edificando lontano dai
set televisivi, scandisce i tempi e i modi di un salto di qualità. Perché,
chiede ETC, continuare a fare la foglia di fico delle Nazioni Unite? "Le
organizzazioni della società civile debbono liberarsi dalla Sindrome di
Stoccolma e impegnarsi in tattiche più radicali" e la ETC propone
un'agenda che, passando per il Vertice di Johannesburg, arrivi al prossimo
Social Forum Mondiale di Porto Alegre "con una visione globale e un piano
realistico. Se, come è probabile, i governi e le Nazioni Unite non mostreranno alcuna
disponibilità a prendere in considerazione i realistici obiettivi delle
organizzazioni della società civile, il Social Forum Mondiale del prossimo anno
potrebbe adottare un "approccio caldo" ai negoziati
intergovernamentali". Il che significa, tradotto in parole povere, che le
organizzazioni del movimento potrebbero decidere in blocco di cancellare tutti
i futuri incontri con le Nazioni Unite e lanciare un "processo politico
più mirato".
L'agenda proposta da ETC è
costruita con cura, facendo i conti in tasca all'ONU. Le 27 proposte approvate
dal Forum delle Ong che si è riunito a Roma sono, in realtà, dei semplici
segnali che le Nazioni Unite potrebbero dare in tempi brevi: non sono infatti
richiesti né stanziamenti che non siano già disponibili "pronta
cassa", né catene di incontri intergovernativi. Proposte modeste, niente
di più che studi, incontri e piccole modifiche strutturali. Ma si tratta di
segnali niente affatto ambigui dell'intenzione di posizionare la politica delle
Agenzie tenendo conto delle richieste in ognuno dei settori principe
individuati dal movimento: democrazia, diritti, ambiente, giustizia di genere,
sovranità alimentare, riforma agraria, accesso ai mercati, accesso all'acqua,
accesso alla salute e tutti gli altri temi menzionati più volte. Non si chiede
molto: un pronunciamento qui, l'istituzione di una commissione di studio là,
l'approvazione di un protocollo a lungo tenuto nel cassetto. Ventisette segnali
chiari per dire una cosa sola: ONU, se ancora esisti, batti un colpo.
Come era prevedibile durante le prime occasioni internazionali nessun colpo è stato battuto. Ora resta soltanto Johannesburg, ovvero uno dei palcoscenici più depauperati dove appunto il grande business dello "sviluppo sostenibile" sembra diventata l'unica occupazione dei funzionari Onu. Dall'altra parte della barricata, il movimento africano. Se qualcuno ha dei dubbi sulla sua radicalità - in quanto il meno sindacalizzato del mondo e forse il più segnato dalla presenza delle confessioni religiose - si ricordi di Durban e della battaglia contro le multinazionali del farmaco. Sinceramente, a noi fa ben sperare. Ne abbiamo incontrati gli agguerriti rappresentanti - pochi, pochissimi, ma ognuno sostenuto dallo sforzo economico di un'intera comunità - a Seattle, a Porto Alegre, a Roma. Forse è proprio dal continente più martoriato che deve partire la svolta.