![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 AGOSTO 2002 |
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GLI ANATEMI CONTRO IL FILOSOFO AMATO DAL
PRESIDENTE DEL SENATO
Stanno istruendo un processo filosofico (postumo) sperando in un verdetto di
inappellabile condanna contro Karl Raimund Popper. Come mai? Come mai Eugenio
Scalfari, cultore dell’illuminismo francese (di quello scozzese alla David
Hume che molto piace ai liberali e dispiace assai ai giacobini e ai
rivoluzionari un po’ meno) scomoda addirittura un editoriale per confinare per
sempre Popper nel recinto dei pensatori «minori» del Novecento? E come l’Unità
si scandalizza, con oltre un cinquantennio di ritardo, per la tesi popperiana
del «Platone totalitario»?
E come mai Giovanni Sartori
si lascia intervistare per affermare con apodittica categoricità che il Popper
che indagò sul «Platone totalitario» sarebbe un Popper minore? L’opera «minore»
di un pensatore «minore»? E poi quale sarebbe il Popper maggiore, forse quello
che in articulo mortis parla male della televisione, icona venerata per gli
alfieri della guerra santa contro la videocrazia? Come mai?
E’ semplice: l’anatema contro
Popper risulta politicamente attuale dopo che il presidente del Senato Marcello
Pera, parlando al Meeting ciellino di Rimini, ha risfoderato un testo
prezioso del Popper «minore» e ha osato risalire a Platone come all’artefice
di quel «tic totalitario» che ancora oggi vivacchia (a stento, ma vivacchia)
negli interstizi delle società democratiche e pluralistiche occidentali,
rinverdendo l’antico sogno utopistico del paradiso in terra, storicamente alla
base dei raccapriccianti inferni della storia realizzati in terra tra i
reticoli dei gulag e dei lager.
L’opera in cui Popper
argomentò la connessione tra il perfettismo platonico e l’utopismo totalitario
moderno è La società aperta e i suoi nemici. Opera «minore» o no, fatto sta che
l’editoria italiana ebbe talmente tanta paura a tradurla e a pubblicarla da
dover attendere ben ventisette anni prima di dare al lettore italiano un
libro-cardine della cultura europea. E mentre l’editoria italiana sonnecchiava,
un intellettuale libero e coraggioso come Norberto Bobbio recensì nei primi
anni del dopoguerra in solitudine l’opera popperiana in lingua inglese.
Criticandola, ma non anatemizzandola.
Per metterne in evidenza le
contraddizioni e le eventuali incongruenze, non per sbeffeggiarla con
presuntuosa superficialità sperando di affondarla per meglio polemizzare con un
filosofo che fa il Presidente del Senato e che da qualche decina di giorni in
qua sembra essere diventato il nemico pubblico numero uno del partito
dell’indignazione permanente. Dunque, suscita molta impressione che Popper (e
Pera con lui) stabilisca una connessione tra il platonismo e la sindrome
totalitaria.
E certamente appare dettata
dal puro buon senso l’idea che, se esiste una differenza tra la libertà dei
moderni e quella degli antichi, ci sarà pure una differenza tra il dispotismo
degli antichi e quello (totalitario) dei moderni. Eppure dovrà pur esserci una
ragione se nel mondo (in Italia no, tranne Bobbio e la sparuta pattuglia dei
popperiani storici, da Dario Antiseri a Marcello Pera) Popper viene letto,
discusso e criticato e non demonizzato.
E qualcosa deve pur risuonare
alle orecchie dei moderni quando si ponga mente al modello platonico di un
Stato retto dal filosofo-re il cui compito è quello di sradicare il Male dalla
comunità, imporre come obbligatorio il bene comune, debellare ogni genere di
difformità, sopprimere ed esiliare gli agenti della corruzione e del disordine,
esercitare una tirannia poliziesca non solo sui corpi ma anche sulle anime dei
sudditi.
Stabilire una relazione
concettuale e intellettuale tra il platonismo politico e l’utopismo moderno
della società perfetta che pretende di fare violentemente tabula rasa di ogni
imperfezione e mandare a morire, sterminati, i nemici del Bene e del Ordine è
davvero così pazzesco, così anacronistico, così insensato? O appare
insopportabile armare di solide basi concettuali l’opposizione ad uno Stato
invadente ed oppressivo, l’elogio della «società aperta», del primato della
società civile sullo Stato e della persona (o dell’individuo) sulla società?
E’ bella la polemica politica dura, perché il conflitto nella «società aperta» non è nocivo e anzi ne è il lievito. Ma vale la pena prendersela con un libro per scagliarsi contro una legge passata al Senato? E di chi è allora l’anacronismo, di Pera che cita Popper che a sua volta accusa Platone? Oppure di chi, per criticare il governo, manda al macero un libro prezioso come La società aperta e i suoi nemici?