RASSEGNA STAMPA

18 AGOSTO 2002
MAURIZIO BLONDET
Sopravviveremo al summit di Johannesburg?

Praga affogata dalla Moldava. Dresda allagata. La nuvola sporca delle foreste incendiate del Borneo che copre da settimane il Sud-Est asiatico: nei giorni in cui si apre (Johannesburg, il 26 agosto) il vertice Onu sullo sviluppo sostenibile, bisogna considerare questi tristi segni come auspici favorevoli alla riuscita del congresso. Non ci sarà bisogno di dilungarsi sull’urgenza di affrontare il degrado climatico e ambientale del pianeta, ammesso si possa far qualcosa. Depone a favore di un auspicabile successo del vertice anche la strategia ben congegnata: per la prima volta lo "sviluppo" non sarà dipinto come il nemico dell’"ambiente", ma la forza che va alleata e integrata nella lotta per la conservazione della natura.

Vuol dire che s’è tratta lezione dal fallimento del vertice di Rio di dieci anni fa. Là, sul podio, trionfarono tutti gli umori malthusiani, le pulsioni anti-nataliste, le invocazioni alla crescita-zero che l’Occidente viziato poteva secernere. Si vollero "imporre" riduzioni di consumi, di emissioni, di sviluppo. Risultato: la resistenza a questi fondamentalismi coalizzò settori opposti - dai petrolieri texani alla Cina - al punto che nessuno degli obbiettivi di Rio è stato raggiunto.

A Johannesburg, il messaggio appare dunque rovesciato: per salvare l’ambiente bisogna favorire in modo sensato lo sviluppo e migliorare la vita dei popoli poveri e arretrati. Si parlerà meno di carbon tax e altre imposizioni punitive (e impossibili da infliggere), e più di assistenza e stimolo alla modernizzazione del Terzo Mondo; nella convinzione, speriamo sincera, che l’arretratezza, la fame, la miseria sono il peggior agente inquinante.

Insomma: a Johannesburg l’uomo non sarà più il virus che infetta terre e mari con le sue attività, e di cui va frenata la diffusione. Non fosse che per questo, ci sarebbe da augurare al summit sudafricano tutti i risultati che spera.

Ma le possibilità di successo (ossia di giungere a regolazioni pro-ambientali accettate globalmente) paiono minate da certi caratteri del summit stesso. Il primo è il suo titanismo demiurgico. Basta leggere il preliminare "Piano d’azione in dieci punti" per capire che solo una mano onnipotente potrebbe attuare quell’agenda. Come "sradicare la povertà", se no? Ancor più: se la proposta è di "mutare i modelli di consumo e produzione" attuali che sono insostenibili, ciò richiederebbe un sinedrio di illuminati dotato di poteri coercitivi mondiali, un tecnototalitarismo orwelliano. Così, la predilezione onusiana per le macro-cifre contrasta con la ben nota realtà: ciascun macro-problema richiede micro-soluzioni specifiche in ogni luogo e caso e comunità locale (la Sicilia, primo mondo, non ha risolto il problema-acqua; figurarsi il Sahel).

L’altra e connessa causa di possibile naufragio è il gigantismo stesso del vertice. Ci saranno 60mila delegati, 5mila giornalisti, 737 organizzazioni non-governative ciascuna con la sua istanza particolare; tonnellate di petizioni scritte su infinite tematiche, e decine di manifestazioni pro o contro qualunque cosa. Il rischio non è solo la dispersione e l’inconcludenza. Potrebbe essere anche il colossale canto del cigno dell’Onu. Già indebolita come istanza mondiale (l’unica che c’è) dai tempi calamitosi e violenti che abbiamo appena cominciato a vivere, potrebbe dare qui l’ultima prova della sua impotenza.
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