![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 AGOSTO 2002 |
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Secondo i risultati di uno studio
pubblicato da «Science», la presenza di un gene protegge chi ha subito abusi
nell'infanzia dal destano di diventare un adatto aggressivo
Esiste
un gene che protegge il ambino maltrattato dal destino quasi certo di adulto
violento e aggressivo. Lo sostiene una ricerca realizzata da studiosi del
King's College di Londra, dell'Università statunitense del Wisconsin e
dell'Università neozelandese di Otago.
La ricerca viene pubblicata oggi dal settimanale scientifico americano
«Science».
L'abuso
e gli stress subiti in età infantile sono unanimemente considerati un fattore
di rischio. I bambini che ad esempio hanno subito abusi sessuali hanno una
probabilità doppia rispetto agli altri di diventare adulti disturbati, magari
anch'essi terribili orchi violentatosi.
Secondo
la ricerca pubblicata da «Science», il futuro del bambino pare però essere
legato ad un enzima, la monoamina ossidasi A (MaoA). Questa molecola è una spazzina del sistema nervoso. E' una specie di tarlo chimico in grado di
rosicchiare, inibendone l'attività, alcuni neurotrasmettitori, le sostanze che
permettono il passaggio di certi segnali nervosi. Alcuni individui sono dotati di un'alta attività della MaoA,
altri meno. E' una predisposizione genetica.
Un
certo numero di studi effettuati sui topi avevano già legato una bassa
funzionalità dell'enzima ad un comportamento aggressivo. Altri avevano cercato di vedere questa
corrispondenza, senza però confermarla, nel mammifero per noi più importante,
l'uomo.
Gli
psicologi non riuscivano però ad osservare a lungo un grande numero di persone,
per poterne cogliere la storia sociale e psicologica, e capire cosi capire gli
effetti che i traumi del passato possono avere sul futuro.
Poi
è giunta in aiuto una campagna di studi promossa nel 1972 dal governo
neozelandese su una popolazione campione di 1037 bambini, seguita per i decenni
successivi proprio allo scopo di definirne la storia clinica e sociale. Un team di medici, psicologi e psichiatri ha
quindi deciso di utilizzare i dati della Nuova Zelanda, integrandoli con altri,
nuovi. Sui soggetti dello studio, 442 bambini selezionati tra i 1037 del primo
studio, i ricercatori hanno rilevato l'attività dell'enzima per capire
l'attività MaoA. La ricerca ha
riguardato solamente maschi. Un approccio dettato dal fatto che gli uomini sono
più semplici da studiare perché il gene che produce l'enzima è localizzato sui
cromosomi X della cellula e i maschi hanno un solo cromosoma di questo
tipo. Poi gli scienziati hanno cercato
di misurare la storia degli eventuali abusi e maltrattamenti dei soggetti
includendo percosse, rifiuto da parte della madre, perdita dei genitori, fino
ai più pesanti abusi fisici e sessuali.
Quindi hanno compilato il triste elenco dei sintomi antisociali:
aggressività, combattività, abitudine alla menzogna, al furto e disobbedienza
alle regole.
«Non
cercavamo di individuare il gene della "criminalità" - ha detto
Terrie Moffit del King's College di Londra - ma solamente di capire le
interazioni tra un ambiente ostile e il futuro comportamento antisociale». Nell'ipotesi che tale rapporto fosse mediato
dal genotipo del bambino.
Risultato:
solo il 12 per cento dei bambini aveva una bassa attività della MaoA. Ma, una volta cresciuti, l'85 per cento di
questi sono poi diventati degli adulti problematici.
Mentre
i bambini con grandi quantità dell'enzima non hanno avuto statisticamente
grandi problemi in età adulta, coloro che hanno poca MoaA rappresentano il 44
per cento di quelli che hanno mostrato un comportamento antisociale.
Insomma, il gene pare essere in grado di lenire i traumi e assicurare una vita più normale a chi ha avuto dei problemi nell'infanzia. Ma, suggeriscono gli autori della ricerca, probabilmente l'enzima ha un ruolo anche nel superamento di traumi dovuti ad incidenti stradali o guerre. «In futuro sarà possibile individuare con un test chi è più predisposto a non superare i traumi - ha aggiunto Moffitt - e forse riusciremo ad elaborare farmaci che riescano a rendere le persone più resistenti».