![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 AGOSTO 2002 |
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Per Edizioni di Comunità, «Storie di
medicina», l'ultimo libro di Alessandra Parodi
Grammatica clinica «Non si può togliere alla medicina la possibilità di
guardare all'uomo come ad un'opera d'arte...coltivando, insieme, la tecnica e
l'estetica»
La storia della medicina è
fatta di tanti capitoli individuali. I protagonisti sono il medico ed il
malato. Il loro è un dialogo. A questo si aggiunge il non detto, capace di
regolare con il silenzio il rapporto e che, in quanto tale, si riempie di
simboli. Così, come nell'esperienza letteraria, il detto ed il non detto del
rapporto medico-paziente diventano un blocco, la comprensione
dell'interno-esterno, dell'implicito-esplicito. Al medico, il compito di
tradurre in un linguaggio senza alterare la lingua del paziente, senza
modificare i fonemi. Si elabora qualcosa che prima dell'incontro non esisteva.
Tutto questo è grammatica medica e stile, mescolati insieme. E' la nascita di
un romanzo, scritto a quattro mani che non ha regole precise, che ogni volta
deve essere inventato, che si costruisce e si distrugge. Romanzo che ha
un'inizio ed una fine. Costruzione che, iniziata nel rapporto, continua al di
fuori di questo, diventando autosufficiente. Nel testo di Alessandra Parodi (Storie di medicina, Edizioni di
Comunità) si legge in «Intrecci di storie»: «E' l'incontro di due storie:
quella della medicina scientifica e quella della medicina popolare. La storia
della medicina è tutt'altro che un percorso lineare in cui le conoscenze si
sommano ordinatamente e modelli esplicativi nuovi cancellano quelli vecchi...
perché le linee di pensiero si spezzano e si interrompono, magari riemergendo
più avanti, perché in uno stesso periodo coesiste una molteplicità di approcci
al problema delle malattie...». L'epistemologo non può, prescindere da un
percorso teorico. «Ma il malato dov'è?» Come medico mi pongo questa domanda. La
medicina è fatta di storie. Sono loro le vere protagoniste. Piccole, segrete,
individuali, alle quali il medico partecipa con curiosità e dubbio. La danza
del progresso, fatto di passi avanti ed indietro. Dove la verità di oggi è la
bugia di domani. Per chi soffre è importante solo essere curato e se è
possibile, arrivare a guarire. Essere considerato «persona». «La medicina nel
suo complesso è politica, come diceva Virchow» cita Parodi. La medicina è un'astrazione
se elimina l'essere che soffre in nome di una teoria o di un nuovo modello
terapeutico. «Olismo», termine da non usare in maniera riduzionistica se è
capace di ridare dignità ad una imprescindibile santa alleanza psiche-corpo. La
specializzazione diventa aspetto negativo se seziona l'uomo in apparati
costituiti da fisiologie autonome che poi, parcellizzate non sono più
ricollegabili. La specialistica, assolutamente necessaria, perde infatti di
vista la complessità. Le determinazioni non possono spiegare la totalità
«uomo». Le singole tessere, definibili, non giustifcano il mosaico, è solo il
suo insieme, l'immagine completa, che fa entrare nel mondo della complessità.
Come in un orchestra, il solista dopo essersi espresso, deve saper rientrare nel
proprio ruolo. La medicina può solo essere individuale.
La misura è quella che definisce la scienza e ne determina il progresso. Ma il
paradosso uomo, psiche-corpo è fatto di misura e di non misura, di scienza ed
arte. Misura-non misura, la dicotomia fa parte della nostra semantica. E'
scomparsa la meraviglia dei primi greci davanti all'opera d'arte. Si deve
fuggire dai bagliori del dogma che attrae con i suoi luccichii chiusi in una
definizione.
Medicina scientifica o scienza medica? La medicina è soggetta alle regole della
metodologia scientifica? La medicina è più assimilabile alla matematica che
alla rigidità aritmetica. Le infinite variabili, non renderanno mai una
malattia uguale all'altra perché è diverso l'individuo nella quale si
manifesta. Essendo tante le «maschere» che fanno la persona, si può essere
certi che l'epistemologia da sola, possa spiegare la medicina e non si
necessiti anche di etica? E perché non anche di estetica, se si guarda all'uomo
come ad un opera d'arte? Siamo sicuri che a determinare un'emozione ci sia solo
un ormone? Non si può ridurre una lacrima alla conseguenza della costrizione
del canale lacrimale, pena perdere il significato del fenomeno. Non si può
togliere alla medicina la possibilità di guardare all'uomo come opera d'arte,
dove all'esecuzione tecnica si sommi la meraviglia della sensazione del
rapporto tra gli esseri. Questo non vuol dire annullare la tecnica nella sua
misurabilità, ma solo aumentarla dell'incommnsurabilità del senso che può
essere solo individuale.
L'errore sta nell'entrare nel dogma, l'innamoramento senza critica delle
proprie conoscenze. Scienza aperta e non scienza chiusa. Non è «carenza
istituzionale» non ascoltare con calma ed interesse i problemi del paziente da
parte del medico che deve vedere nell'«altro», se stesso.Tuomela trattando del
metodo scientifico si riferisce a scienza, protoscienza e pseudoscienza. «La
forza vitale viene identificata con la vis medicatrix naturae, cioè con la
capacità riparatrice spontanea dell'organismo». Parodi colloca questa frase nel
capitolo della medicina alternativa, quella che Tuomela considerebbe
pseudoscienza od al massimo protoscienza. «Energia vitale», invisibile
incommensurabile intuizione degli antichi. Nome che ha caratterizzato un
pensiero vitalista. Non è forse assimilabile alla totipotenzialità dell'uomo
con i suoi segreti nascosti che lentamente ci si disvelano? Sono esempio di
questo le cellule staminali ed il loro commensurabile potere curativo? L'uomo è
la natura ed è nella natura, buona o cattiva che sia. Questo è l'esistere.
Cercando di porre fine ad inutili speculazioni, che Heidegger chiamerebbe
«chiacchiere» (gerede), vorrei ricordare una frase kantiana che ogni medico o
meglio, ogni essere, dovrebbe applicare prima di riferirsi all'«altro»: «l'uomo
è un fine o non un mezzo».