RASSEGNA STAMPA

2 AGOSTO 2002
FRANCESCO NEGRO
La danza del progresso

Per Edizioni di Comunità, «Storie di medicina», l'ultimo libro di Alessandra Parodi
Grammatica clinica «Non si può togliere alla medicina la possibilità di guardare all'uomo come ad un'opera d'arte...coltivando, insieme, la tecnica e l'estetica»

La storia della medicina è fatta di tanti capitoli individuali. I protagonisti sono il medico ed il malato. Il loro è un dialogo. A questo si aggiunge il non detto, capace di regolare con il silenzio il rapporto e che, in quanto tale, si riempie di simboli. Così, come nell'esperienza letteraria, il detto ed il non detto del rapporto medico-paziente diventano un blocco, la comprensione dell'interno-esterno, dell'implicito-esplicito. Al medico, il compito di tradurre in un linguaggio senza alterare la lingua del paziente, senza modificare i fonemi. Si elabora qualcosa che prima dell'incontro non esisteva. Tutto questo è grammatica medica e stile, mescolati insieme. E' la nascita di un romanzo, scritto a quattro mani che non ha regole precise, che ogni volta deve essere inventato, che si costruisce e si distrugge. Romanzo che ha un'inizio ed una fine. Costruzione che, iniziata nel rapporto, continua al di fuori di questo, diventando autosufficiente. Nel testo di Alessandra Parodi (Storie di medicina, Edizioni di Comunità) si legge in «Intrecci di storie»: «E' l'incontro di due storie: quella della medicina scientifica e quella della medicina popolare. La storia della medicina è tutt'altro che un percorso lineare in cui le conoscenze si sommano ordinatamente e modelli esplicativi nuovi cancellano quelli vecchi... perché le linee di pensiero si spezzano e si interrompono, magari riemergendo più avanti, perché in uno stesso periodo coesiste una molteplicità di approcci al problema delle malattie...». L'epistemologo non può, prescindere da un percorso teorico. «Ma il malato dov'è?» Come medico mi pongo questa domanda. La medicina è fatta di storie. Sono loro le vere protagoniste. Piccole, segrete, individuali, alle quali il medico partecipa con curiosità e dubbio. La danza del progresso, fatto di passi avanti ed indietro. Dove la verità di oggi è la bugia di domani. Per chi soffre è importante solo essere curato e se è possibile, arrivare a guarire. Essere considerato «persona». «La medicina nel suo complesso è politica, come diceva Virchow» cita Parodi. La medicina è un'astrazione se elimina l'essere che soffre in nome di una teoria o di un nuovo modello terapeutico. «Olismo», termine da non usare in maniera riduzionistica se è capace di ridare dignità ad una imprescindibile santa alleanza psiche-corpo. La specializzazione diventa aspetto negativo se seziona l'uomo in apparati costituiti da fisiologie autonome che poi, parcellizzate non sono più ricollegabili. La specialistica, assolutamente necessaria, perde infatti di vista la complessità. Le determinazioni non possono spiegare la totalità «uomo». Le singole tessere, definibili, non giustifcano il mosaico, è solo il suo insieme, l'immagine completa, che fa entrare nel mondo della complessità. Come in un orchestra, il solista dopo essersi espresso, deve saper rientrare nel proprio ruolo. La medicina può solo essere individuale.
La misura è quella che definisce la scienza e ne determina il progresso. Ma il paradosso uomo, psiche-corpo è fatto di misura e di non misura, di scienza ed arte. Misura-non misura, la dicotomia fa parte della nostra semantica. E' scomparsa la meraviglia dei primi greci davanti all'opera d'arte. Si deve fuggire dai bagliori del dogma che attrae con i suoi luccichii chiusi in una definizione.
Medicina scientifica o scienza medica? La medicina è soggetta alle regole della metodologia scientifica? La medicina è più assimilabile alla matematica che alla rigidità aritmetica. Le infinite variabili, non renderanno mai una malattia uguale all'altra perché è diverso l'individuo nella quale si manifesta. Essendo tante le «maschere» che fanno la persona, si può essere certi che l'epistemologia da sola, possa spiegare la medicina e non si necessiti anche di etica? E perché non anche di estetica, se si guarda all'uomo come ad un opera d'arte? Siamo sicuri che a determinare un'emozione ci sia solo un ormone? Non si può ridurre una lacrima alla conseguenza della costrizione del canale lacrimale, pena perdere il significato del fenomeno. Non si può togliere alla medicina la possibilità di guardare all'uomo come opera d'arte, dove all'esecuzione tecnica si sommi la meraviglia della sensazione del rapporto tra gli esseri. Questo non vuol dire annullare la tecnica nella sua misurabilità, ma solo aumentarla dell'incommnsurabilità del senso che può essere solo individuale.
L'errore sta nell'entrare nel dogma, l'innamoramento senza critica delle proprie conoscenze. Scienza aperta e non scienza chiusa. Non è «carenza istituzionale» non ascoltare con calma ed interesse i problemi del paziente da parte del medico che deve vedere nell'«altro», se stesso.Tuomela trattando del metodo scientifico si riferisce a scienza, protoscienza e pseudoscienza. «La forza vitale viene identificata con la vis medicatrix naturae, cioè con la capacità riparatrice spontanea dell'organismo». Parodi colloca questa frase nel capitolo della medicina alternativa, quella che Tuomela considerebbe pseudoscienza od al massimo protoscienza. «Energia vitale», invisibile incommensurabile intuizione degli antichi. Nome che ha caratterizzato un pensiero vitalista. Non è forse assimilabile alla totipotenzialità dell'uomo con i suoi segreti nascosti che lentamente ci si disvelano? Sono esempio di questo le cellule staminali ed il loro commensurabile potere curativo? L'uomo è la natura ed è nella natura, buona o cattiva che sia. Questo è l'esistere. Cercando di porre fine ad inutili speculazioni, che Heidegger chiamerebbe «chiacchiere» (gerede), vorrei ricordare una frase kantiana che ogni medico o meglio, ogni essere, dovrebbe applicare prima di riferirsi all'«altro»: «l'uomo è un fine o non un mezzo».
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