![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 LUGLIO 2002 |
|
In un
momento come quello attuale, in cui si discute accesamente nel Paese e anche in
Parlamento dei problemi della Bioetica (fecondazione assistita, eutanasia,
clonazione, trapianti d'organo) e tutto il patrimonio morale dell'uomo comune
sembra messo in discussione e franare, per non precipitare in un
problematicismo sterile e nel cinismo, è importante e urgente trovare un punto
fermo, sui cui fondare le nostre valutazioni morali.
Quale può
essere il punto archimedeo per costruire le risposte alle sfide che le
biotecnologie, la genetica, la tecnomedicina pongono all'uomo? Può essere il
rispetto della vita? La qualità della vita?
Fa
riflettere molto la proposta di Albert Schweitzer, il famoso medico,
organista, teologo, filosofo, che con la moglie nel 1913, dopo aver conseguito
la laurea in Medicina, si imbarcò per il Gabon ed è rimasto a Lambaréné tutta
la vita fino alla morte (1965), fornendo assistenza e ospitalità ai sofferenti
di lebbra e di malattie tropicali. Il suo impegno umanitario gli valse nel 1952
il premio Nobel per la pace. È opportuno meditare la prima traduzione italiana
integrale di quattro prediche di Schweitzer (La melodia del rispetto per la
vita. Prediche di Strasburgo, a cura di E. Colombo, Edizioni San Paolo, pp.
87, euro 9,50), che costituiscono un singolare documento della sua nascente
filosofia morale, il cui fondamento si condensa nella sintetica e ormai famosa
espressione "rispetto per la vita" in tutte le sue forme, dalle più
elementari fino all'uomo.
Cercare il
fondamento dell'etica e anche della bioetica significa trovare il presupposto,
che, se negato, rende contraddittorio o irrazionale tutta l'etica e anche la
bioetica. Lo schema di fondazione, come ci ha insegnato Aristotele, si può
formulare nei seguenti termini: A è un principio etico valido, perché la sua
negazione è irrazionale, in quanto contraddice i presupposti (le condizioni
costitutive) dello stesso pensiero morale.
Qual è il
presupposto comune a tutti gli uomini e a tutti i viventi? La vita. "Noi
viviamo nel mondo e il mondo vive in noi", afferma Schweitzer. Confutando
ogni visione biologistica della vita umana e dell'etica, Schweitzer evidenzia
sulla scia di Kant la profonda differenza tra la legge naturale e la legge
morale. Il rispetto per la vita non è prodotto dalla legge naturale, ma è il
grande evento che la legge morale ha introdotto nel mondo. La natura, infatti,
non conosce nessun rispetto per la vita: la produce e al tempo stesso la
distrugge. Gli esseri viventi vivono a danno degli altri esseri viventi. Il
rispetto per la vita entra in conflitto con se stesso, perché talvolta può richiedere
che si distrugga un'altra vita. La natura lascia che si commettano le crudeltà
più efferate, anche prive di senso. La vita più preziosa (l'uomo) è sacrificata
e distrutta dalla più vile (Schweitzer cita i bacilli della tubercolosi che
danno la morte all'uomo). Le formiche sopravvivono aggredendo altri viventi, il
ragno con la sua tela irretisce e uccide altri piccoli esseri.
Schweitzer
parla di una "misteriosa scissione nella volontà di vita" che porta
la vita a opporsi alla vita e a generare sofferenza incolpevole e morte. È con
l'uomo e con la legge morale, oggettiva e universale, che compaiono la verità e
il bene nel mondo e si giunge alla condivisione. La legge morale prescrive
l'universale rispetto per la vita: il bene è conservare e promuovere la vita,
il male il distruggerla e soffocarla. Schweitzer ci richiama a un atteggiamento
realistico e responsabile verso gli animali e le piante, a stare attenti a non
uccidere in modo avventato e a farlo solo se vi siamo costretti.
Il rispetto
per la vita inizia con il rispetto per la propria esistenza. Contro la cultura
della eutanasia e della necrofilia, Schweitzer afferma: "rimanere in vita
è un atto etico". Chiunque conosca davvero la vita si sgomenta quando
perde senso e diviene insopportabile. Ci salva soltanto il rispetto per la
vita. La vita, in sé, è così oscura, così misteriosa, così enigmaticamente
incomprensibile.
Nell'assordante
chiasso del mondo prestiamo dunque ascolto all'eterno canto della vita -
piccola, chiara melodia sospesa su tutto - e lasciamoci da essa guidare verso
il nostro destino". In tale prospettiva la concezione del mondo del
buddismo è "una grande tentazione: insegna la liberazione dal mondo,
intesa come cessazione della vita".
Afferma
perentoriamente Schweitzer: "non esiste altro principio che il rispetto
per la vita; non si può dire che l'umanità realizzi un fine nel mondo: essa
stessa è il suo fine". Il rispetto per la vita non significa semplicemente
rispetto per l'essere in quanto tale, per la vita biologicamente intesa, ma
rispetto per tutti i valori e per tutti i fini che compongono e completano la
vita.
La mia vita non è formulabile in rigidi precetti, ma cresce, come un arbusto, nella tensione per il rispetto della vita propria ed altrui. Se l'etica consiste non solo nel conservare e favorire la vita, ma anche nel cercare di portarla verso il valore più alto, nella proposta di Schweitzer è implicita anche la nozione di qualità della vita. Se proviamo a negare il rispetto e la qualità della vita, scompare anche l'etica. Questo dimostra quanto sia fondamentale nella bioetica la melodia del rispetto per la vita indicataci da Schweitzer.