![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 LUGLIO 2002 |
|
A cento anni dalla nascita, uno dei più importanti filosofi del
Novecento viene raccontato dallo studioso Dario Antiseri
Seduto alla scrivania del suo studio alla Libera università internazionale degli studi sociali (Luiss) di Roma, Dario Antiseri quasi scompare dietro una montagna di carte. La pila più alta è dedicata a Karl Popper: ci sono le sue opere - dalla "Società aperta e i suoi nemici" a "Cattiva maestra televisione", dalla "Logica della scoperta scientifica" a "La ricerca non ha fine" - e gli studi su di lui, molti dei quali firmati dallo stesso Antiseri. Docente di Metodologia delle scienze sociali e autore, con Giovanni Reale, di uno dei manuali di filosofia per licei più tradotti nel mondo, Antiseri è stato l'intellettuale che più si è impegnato per far conoscere il pensiero di Popper in un Paese che a lungo dimostrò un'incomprensibile ostilità verso il pensatore austriaco nato il 28 luglio 1902. "La ricezione del pensiero di Popper - spiega - non è stata facile in Italia. Le ragioni sono molteplici: da una parte c'è stata l'indifferenza di chi, negli anni Settanta - era il 1973 quando, dopo aver bussato inutilmente a molte porte, convinsi l'editore Armando a pubblicare La società aperta e i suoi nemici, il primo libro di Popper tradotto in italiano - si occupava di altre branche della filosofia, allora dominanti; dall'altra hanno pesato motivi ideologici. In quel periodo la cultura italiana era dominata dal marxismo e Popper aveva attaccato duramente la teoria marxista, demolendone la pretesa di scientificità. Il pensiero di Popper fu frainteso anche dagli intellettuali cattolici e dai liberali legati alla scuola crociana: i primi mostrarono indifferenza per la sua opera - con l'eccezione dell'Osservatore Romano, che apprezzò la sua difesa della libertà e la sua critica al totalitarismo marxista - i secondi erano troppo legati al dogma crociano per cogliere i fermenti di novità provenienti dalla Mitteleuropa. Ma anche qui ci fu qualche eccezione: il lucido liberalismo di Popper è stato ben recepito da grandi intellettuali liberali come Marcello Pera, Massimo Baldini, Lorenzo Infantino". - Popper si formò nella Vienna del primo Novecento, in un clima di grande fermento culturale, ed ebbe contatti col Circolo di Vienna. Quanto influì quel contesto sulla sua filosofia? "Della Grande Vienna egli recepì molte istanze. I suoi maestri furono studiosi come lo psicologo Karl Buhler e gli epistemologi Heinrich Gompers e Viktor Kraft. Da loro mutuò alcuni concetti fondamentali della sua filosofia, come la critica all'induzione e la concezione della scienza come un insieme di teorie che vanno sottoposte a falsificazione". - È quest'idea, nota come falsificazionismo, che Popper trasformò nel manifesto della sua filosofia... "Sì. Tutto il metodo scientifico, per Popper, si può riassumere in tre parole: problemi, congetture, confutazioni. La ricerca consiste nella soluzione di problemi, per risolvere i quali gli scienziati inventano dei mondi possibili, delle congetture coerenti, che poi devono essere continuamente sottoposte a controllo. È a questo punto che Popper introduce una novità fondamentale nell'epistemologia del Novecento: per controllare una teoria non dobbiamo cercare di verificarla, bensì di falsificarla. Data una teoria, il compito del ricercatore è di trovare il fatto, l'osservazione empirica che ne dimostri l'inesattezza, perché solo dalla consapevolezza dei propri errori la scienza trova la spinta a proseguire il suo cammino verso una verità che non potrà mai essere definitiva". - Come si collega questa teoria epistemologica con la sua concezione della politica e della società? "Il rapporto tra epistemologia e filosofia politica nel pensiero di Popper è indissolubile. Il falsificazionismo ci insegna ad essere consapevoli della nostra fallibilità, e coloro che sanno di poter sbagliare sono disposti a discutere, a confrontarsi con gli altri per risolvere problemi comuni: e la discussione è la base di ogni democrazia. All'opposto, uomini convinti di possedere la verità saranno portati a imporre il proprio dominio sui propri simili con forme di governo illiberali". - La società aperta di Popper è regolata da leggi che limitano i diritti individuali per garantire la libertà collettiva. E se tutti gli uomini sono fallibili, come scegliere i legislatori? "Popper accusa Platone di aver inquinato la politica occidentale proprio con una domanda come questa: "Chi deve comandare?" I pensatori politici di ogni epoca hanno dato una risposta diversa a questa domanda, individuando il governante ideale ora nei filosofi, ora nel Principe, nel Re per Grazia di Dio e Volontà della nazione, in una classe sociale, razza o nazione. Tutto questo è irrazionale, poiché come non esiste una teoria che possa considerarsi immune da falsificabilità, così non esiste individuo, classe o nazione che sia venuto al mondo con l'attributo della sovranità. Razionale, invece, è domandarsi in che modo i governati possano controllare i governanti. Popper risponde teorizzando una forma di governo democratico fondato sul consenso di una maggioranza, ma anche su regole che tutelino la possibilità di ogni cittadino di esprimere il proprio dissenso" . - Popper invocava anche una forma di controllo delle emittenti televisive da parte degli spettatori, cosa per cui fu accusato di essere un illiberale. "Sulla sua concezione della televisione vanno sfatati alcuni luoghi comuni. Non era un nemico della televisione in quanto tale, ma condannava l'eccesso di scene di violenza, capaci di far credere ai bambini che la violenza sia una cosa normale, inevitabile. Popper, inoltre, era consapevole dell'enorme potere della televisione e per questo sosteneva la necessità di leggi che regolamentassero il controllo delle emittenti televisive, evitando ogni forma di monopolio".