![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 LUGLIO 2002 |
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In dodici
anni di vita, il Comitato Nazionale di Bioetica (che ieri si è presentato ai
giornalisti nella sua nuova veste) ha prodotto 53 pareri. E il Governo e il
Parlamento non ne hanno - in pratica - utilizzato nessuno. Eppure, triennio
dopo triennio, la Presidenza del Consiglio nomina comitati sempre più numerosi.
Quello presentato ieri dal nuovo presidente, Francesco D'Agostino, è composto
da 55 persone. Quello precedente (presidente Giovanni Berlinguer) ne aveva 42.
Il primo (presidente Adriano Bompiani) ne aveva una trentina. Insomma, sembra
che il potere politico sia cosciente della crescente importanza dei temi
bioetici e tenti di avere uno strumento di consultazione sempre più
rappresentativo. Solo che, una volta nominati i membri e soprattutto il
presidente, addio, l'interesse sembra svanire nel nulla. Una singolare
indifferenza, condivisa peraltro dall'opinione pubblica: qualcuno si è accorto
che il Comitato Nazionale di Bioetica è scaduto a dicembre ed è stato nominato
solo a fine giugno?
Ieri, il
neopresidente D'Agostino ha concordato su questo: "E' vero - ha detto - il
peso politico del comitato è insufficiente". Ha rimandato, anche, la palla
ai politici: "E' colpa loro se pagano un taxi e poi non lo usano". Ma
ha aggiunto: "Resistiamo alla tentazione di avere un potere decisionale.
La responsabilità politica è del Parlamento e noi non dobbiamo dare pareri
"tagliati" in modo tale da poter essere facilmente fatti propri dal
Parlamento".
Ma è chiaro
che il problema è grosso: la bioetica investe sempre più la società civile e il
potere politico. Dall'eutanasia ai trapianti, dalla fecondazione artificiale
alla genetica, dalla clonazione alla ricerca biomedica, i temi incalzano e le
decisioni sono sospinte dagli eventi. Tant'è che il ministro Frattini ha
proposto una quindicina di giorni fa una Authority tecnica e neutrale per la
bioetica che intervenga sui casi specifici. Una struttura indipendente dal
Comitato Nazionale di Bioetica, evidentemente, ma che avrebbe una maggiore
incidenza sulla politica. Ieri, questa tesi è stata attaccata da un membro del
Comitato, il ginecologo Romano Forleo, che ha parlato di "paura per un
potere concentrato in una sola persona". A lui ha replicato Cinzia
Caporale, bioetica, che invece ne ha parlato come di una "strada
eccellente", già percorsa, ad esempio, dai britannici.
Anche questo
episodio riflette la crisi di ruolo del Comitato. Che si percepisce bene dentro
e fuori questa struttura. Il filosofo Gianni Vattimo, ad esempio, è convinto
che "così sembra il Parlamento europeo: tutti sono convinti che serva, ma
nessuno si preoccupa minimamente di quello che dice. Avrebbe senso se
suscitasse più discussioni, se tutto fosse chiaro ed evidente
all'esterno". Vattimo, poi, è convinto che questo Comitato "sia
troppo sbilanciato dalla parte cattolica, cioè da una maggioranza che non vuole
trovare nuove soluzioni ai problemi nuovi, ma difendere lo status quo il più a
lungo possibile". Ma, a parte l'inevitabile polemica tra laici e cattolici
(che nel Comitato si sovrappone a quella destra-sinistra in moltissimi casi),
Vattimo è convinto che occorra "aprire le finestre, andare ai talk show
televisivi, proporre all'opinione pubblica temi che oggi vengono discussi nel
chiuso delle commissioni".
Già, aprire.
Ma non è proprio la cosa più facile del mondo. Il professor Antonio G.
Spagnolo, direttore dell'Istituto di Bioetica dell'Università Cattolica di
Roma, spiega che "non è mai esistito un piano economico per diffondere il
lavoro del Comitato. I membri debbono pagarsi tutto da soli, non ricevono
nessun gettone di presenza, e nemmeno il Comitato ha le risorse per promuovere
i propri pareri all'esterno". E su questo concorda anche un collega
"laico", il bioeticista Demetrio Neri, uno dei veterani del Comitato.
Che aggiunge: "Viviamo dell'elemosina della Presidenza del
Consiglio". Neri è convinto che la struttura stessa vada cambiata.
"Non ha più senso avere un Comitato di decine di membri, nominato dalla
Presidenza del Consiglio. Occorre che siano i presidenti delle Camere a
nominare un comitato snello, con un nucleo operativo di docenti universitari
che lavorino a tempo pieno".
Ma per fare
che cosa? Cinzia Caporale insiste: "Il Comitato ha limitato la sua
discussione alla teoria: è un dibattito interessante, ma non è componibile. Il
luogo della mediazione non può essere in una sorta di accademia nobile, ma
senza potere. E senza responsabilità". Anche per Sandro Spinsanti, medico
e direttore della rivista Janus, "il Comitato non fa che riproporre le
solite contrapposizioni, senza trovare un punto di vista superiore. E questo in
qualche modo dà ai politici l'alibi per non utilizzarlo".
Dunque,
povero Comitato di Bioetica: senza soldi, gonfio di persone, inevitabilmente
diviso all'interno, ignorato. Eppure i problemi premono. Ieri D'Agostino (e con
lui Adriano Bompiani) hanno elencato le scadenze per i prossimi mesi: la
formazione bioetica nelle scuole, non più rinviabile (con, in testa,
l'educazione sessuale), il trattamento dei pazienti in coma irreversibile, gli
errori dei medici, le medicine "alternative" e la loro eticità, la
farmacogenetica, la proteomica (cioè la nuova frontiera della genetica dopo il
sequenziamento del genoma umano), la clonazione, i trapianti dall'animale
all'uomo, la tutela dell'embrione. Tutti temi che premono dalle porte dei
laboratori e degli ospedali. E che non è facile affrontare. Ci sono
ricercatori, come Giuseppe Novelli, genetista di punta dell'Università di Tor
Vergata, che vedono una grave lacuna: "Da noi - spiega - il comitato di
bioetica non arriva prima, non propone temi di discussione e conoscenza al
mondo scientifico. Arriva dopo, a volte in modo censorio. E spesso senza
coinvolgere gli esperti di questa o quella ricerca. La scienza si muove
velocemente ma soprattutto su terreni che pochi conoscono. Negli Usa quando
parte un grande progetto di ricerca, parte in parallelo anche lo studio etico.
Il guaio è che da noi non si fanno grandi progetti".
Anche per un
altro scienziato che lavora sul campo, Ignazio Marino, direttore dell'Istituto
per i trapianti (Ismett) di Palermo, "un organismo di bioetica che stia al
passo con i tempi della scienza non può limitarsi ad essere un club di
intellettuali preparatissimi su alcune cose che dà pareri di fatto non
applicati. Se questa opinione non è presa in considerazione dal Parlamento, di
fatto si svuota di significato il lavoro svolto prima".
Ma come si
regolano, su questo, gli altri paesi europei? La Gran Bretagna non ha un
comitato permanente, ma ricorre a commissioni di esperti che lavorano su
singoli problemi. La Francia sì, da 20 anni. "E quando si è trattato di
discutere delle leggi sui diritti del corpo - ha spiegato ieri il professor
Mauro Barni - Mitterrand ha partecipato di persona alle riunioni del Comitato
di Bioetica".
E da noi? "Una volta, anni fa, siamo stati convocati dal ministro Garavaglia - rivela Spinsanti - e l'anno scorso una mattina si è presentato Amato a fare un monologo. E questo, in dodici anni, è tutto".