RASSEGNA STAMPA

18 LUGLIO 2002
ANTONIO IANNACONE
Le caravelle dello spazio

Nell'anno del Signore 2002, Cristoforo Colombo potrebbe avere il volto rubicondo e beffardo del premio Nobel Carlo Rubbia. Con la sana impudenza di chi vuole essere innovatore, infatti, il fisico italiano ha recentemente sostenuto a Versailles, in occasione del Symposium sulla propulsione spaziale, che i "nuovi mondi" (Marte, per cominciare, ma anche Giove e Saturno) sono concretamente raggiungibili e che la via migliore per farlo passa, oggi come mezzo millennio fa, da un "veliero". In termini tecnici, si parla di "veliero solare", ossia di un vascello costituito per lo più da superfici riflettenti infinitamente estese (pare, per migliaia di metri quadrati!) che avrebbero lo scopo di convogliare la luce solare e di provocare il movimento grazie all'espulsione di energia fotonica. Meccanismo di moto che ricorda quello che avviene tra vela ed energia cinetica del vento, per le imbarcazioni. Il problema principale di quest'idea, la cui formulazione teorica risale a cinquant'anni fa, è che l'energia fotonica diminuisce con la lontananza dal Sole. L'unica possibilità sarebbe quindi di eseguire una traiettoria il più possibile chiusa sulla stella, in modo da ottenere un'accelerazione che consentirebbe poi, sfruttando anche i campi di forze delle orbite dei pianeti, di varcare le colonne d'Ercole del Sistema Solare. Ciò però imporrebbe criteri fatalmente restrittivi sulla leggerezza dei materiali e sulla resistenza degli stessi alle radiazioni e al calore. Qui interviene il Nobel italiano, con una soluzione "talmente semplice" che "c'è da essere stupiti che nessuno ci abbia pensato prima": se il Sole è lontano, perché non portare un "sole di riserva" sui vascelli stessi? L'uovo di Rubbia-Colombo, insomma, sarebbe la tanto bistrattata energia nucleare, la quale, in effetti, nella sua forma di energia prodotta dalla fusione di nuclei leggeri non è nient'altro che la riproduzione artificiale e "terrena" di quanto avviene in natura sulla nostra stella. In concreto il piccolo sole da viaggio può essere paragonato, come funzionamento, a una lampadina della potenza luminosa e termica di circa 3 miliardi di Watt, in cui il filamento di tungsteno è sostituito per l'appunto da un reattore nucleare. Quest'ultimo, alla temperatura di 3000 °C e mediante un cono riflettente in grado di incanalare il flusso di radiazioni, sarebbe in grado di emettere il "vento di luce" necessario a gonfiare le vele spaziali. Una proposta ardita e non priva di punti interrogativi, a cominciare da quella enorme potenza richiesta, 3 GW, superiore a quella prodotta dalle più grandi centrali nucleari esistenti. Eppure le principali obiezioni alla realizzazione di un motore nucleare non sono state tanto di natura fisica, ma piuttosto legate a cause politiche e a un diffuso e radicato sentire comune. Già nel 1955, Ulam ed Everett, due inventivi ingegneri del centro studi di Los Alamos (in cui fu realizzata anche la prima bomba atomica), avevano concepito una sorta di motore atomico "a scoppio", in cui l'energia di propulsione era assicurata da piccole esplosioni nucleari. Dopo 10 anni di risultati non disprezzabili e di spese rilevanti per l'epoca (50 milioni di dollari), il progetto Orion (così era stato battezzato) decadde sotto la spinta della moratoria sugli esperimenti nucleari e della sua improvvida somiglianza con gli ordigni bellici. Un tentativo più solido (per una spesa complessiva di circa 4 miliardi di dollari, fra il 1961 e il 1973) fu costituito dal progetto Nerva, che intendeva utilizzare, sulla tecnologia di propulsione "chimica" esistente (basata sul principio dell'espulsione di gas ad alta velocità), la potenza termica di un reattore nucleare, in modo da riscaldare e accelerare più efficacemente un gas leggero (propulsione "termonucleare"). I risultati, dopo alcune incertezze iniziali, furono sorprendentemente positivi: nel 1969, mentre tutto il mondo guardava allo sbarco dell'uomo sulla Luna, una serie di esperimenti riusciti rendeva perfettamente plausibile la realizzazione di un propulsore Nerva operativo, potenzialmente in grado di portare l'uomo su Marte. Nel 1973, anche questo progetto fu bruscamente interrotto e proprio nell'imminenza di un possibile risultato concreto. Per ragioni contingenti, certo (la guerra in Vietnam cominciava a pesare anche economicamente, e inoltre, stavano nascendo tecnologie di esplorazione basate su robot che promettevano informazioni su Marte più facili da ottenere), ma anche efficacemente sostenute da gruppi ecologisti ben addestrati nell'orientamento dell'opinione pubblica. Come dimostra l'episodio della protesta anti-nuclearista organizzata per il lancio della sonda di esplorazione planetaria Cassini, "colpevole" di caricare a bordo 32 kg di diossido di plutonio. Nel campo della propulsione, la "parola N" (così gli inglesi indicano l'innominabile nuclear) pare a tutt'oggi forse l'unica effettivamente pronunciabile per raggiungere più alte velocità nello spazio (quelle ottenute con propulsione chimica sono di poco superiori a quelle di quarant'anni fa), senza dover rinunciare a grosse masse da trasportare. Si è calcolato che i tempi di viaggio sarebbero circa dimezzati, il che avrebbe un'importanza decisiva per un'eventuale sbarco su Marte; infatti, portando da 6 a 3 mesi la durata del viaggio di andata, si eviterebbe, agli eventuali astronauti in procinto di ritornare, di dover aspettare un ulteriore anno e mezzo perché il pianeta rosso completi la sua rivoluzione (della durata complessiva di due anni) e ritorni ad avere la Terra nel suo orizzonte.
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