![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 LUGLIO 2002 |
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Secondo l'antropologo Mario Ceruti "non è mai esistita una
purezza culturale assoluta": aveva ragione Darwin sull'evoluzione, ma solo
come necessità sociale.
Sempre più
frequentemente negli ultimi anni - dibattendo sulla costruzione dell'Unione
Europea piuttosto che sulle interazioni multiculturali e sui conflitti etnici e
nazionali - si ricorre all'uso del termine di 'identità', pronunciato in tutte
le accezioni possibili: culturale, nazionale, etnica o religiosa.
Ed è emerso
sempre più chiaro un contrasto fra due concezioni antitetiche dell'identità,
quella 'fissa' e quella 'evolutiva'. La prima è stata spesso adottata -qualche
volta con esiti addirittura 'distruttivi' - da singole culture, nazioni, etnie
e religioni turbate e inquiete dinanzi ai processi di omologazione forzata
imposti dalla globalizzazione, e decise a difendere a tutti i costi le loro
specificità e le loro radici, considerandole immodificabili e in qualche modo
al di sopra della storia. La seconda, fatta propria dagli apporti scientifici e
culturali più interessanti dei nostri giorni, ci 'spiega' che la storia si è
sempre sviluppata sotto il segno dell'interazione, dell'ibridazione e della
costruzione reciproca delle culture e delle identità. Chi è nel giusto? L'antropologo
Mario Ceruti, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia all'Università di
Bergamo intervenuto al dibattito organizzato dalla Fondazione Sigma Tau nel
corso degli incontri tradizionali di Spoletoscienza, non ha dubbi: "Nel
corso di tutta la storia umana non è mai esistita una purezza culturale
assoluta. Le culture e le identità umane sono certo autonome ma si evolvono
costantemente, in una rete di comunicazioni, di interazioni e di ibridazioni,
in una tensione dinamica di aperture e chiusure. Le operazioni di traduzione e
di nuova interpretazione fra culture e identità differenti sono alle radici di
tutte le innovazioni di idee - scientifiche, tecnologiche, spirituali - della
storia umana".
Insomma,
oggi il dialogo fra le culture non è solo una necessità etica, ma è anche un
presupposto irrinunciabile per l'evoluzione ulteriore e per la sopravvivenza
stessa della nostra specie. Tutto chiaro, quindi? Tutt'altro: il dialogo fra le
culture diventa possibile solo se queste "riescono ad essere vicendevolmente
aperte e chiuse ad un tempo spiega Ceruti - capaci di contaminarsi senza avere
paura di perdere la loro identità".
La nozione
di identità, quindi, è quanto mai interdisciplinare e si pone oggi al centro di
vari dibattiti scientifici e culturali che costituiscono alcune fra le
avventure di pensiero più interessanti del mondo contemporaneo. Ma come
possiamo trasformare le nostre narrazioni storiche e le nostre informazioni sul
presente - che soprattutto per le giovani generazioni diventano un elemento
essenziale della loro forma di cittadinanza (nazionale, europea, planetaria) -
in modo da basarle su un'idea di identità multipla, evolutiva, stratificata?
Quali sono gli strumenti più adeguati per narrare come le identità culturali,
nazionali ed etniche siano definite non da uno ma da molti passati, non da uno
ma da molti tempi, non da una ma da molte radici? Ceruti ha risposto a queste
domande disegnando tre differenti percorsi-scenari:
1) La
costruzione di una storia planetaria della specie e delle culture umane sui
tempi lunghi, che a partire dall'origine africana di Homo Sapiens (100.000 anni
fa) mira a ricostruire l'albero genealogico delle culture, delle etnie e delle
lingue umane; i tempi e i percorsi delle grandi diffusioni e delle grandi
migrazioni umane; i circuiti di interscambio fra le coltivazioni agricole, le
tecnologie, i miti. Grazie a una serrata collaborazione fra genetisti,
linguisti, archeologi, antropologi sono stati già raggiunti risultati assai
significativi, che mostrano il sottile equilibrio fra unità e diversità che
caratterizza tutta la storia della nostra specie: la specie umana è sempre
restata una, sempre pronta all'interscambio fra le singole popolazioni, e
tuttavia ogni popolazione costituisce un'esperienza materiale e mentale unica,
autonoma, irripetibile.
2) Il
dibattito sulle identità, sugli spazi, sui tempi, sulle frontiere europee (sia
a livello delle singole nazioni che del continente intero) che negli ultimi
anni è stato ancor più ravvivato dal crollo del Muro di Berlino e dalle vicende
che hanno interessato i Balcani e l'Europa centro-orientale. Le varie identità
nazionali europee appaiono oggetto di costruzioni continue e controverse, in
cui le varie dimensioni politiche, narrative, linguistiche, religiose, economiche,
culturali, sociali, immaginarie, mitologiche, rituali, persino sportive si
intrecciano con modalità sempre nuove e sempre innovative.
3) Le
indagini sul ruolo giocato dalle città e dalle metropoli nel corso della storia
umana quali terreno di incontro, di confronto e di interazione fra le culture.
Oggi, nei tempi della globalizzazione, questo ruolo viene sempre più esaltato e
sfocia non soltanto nella convivenza, fianco a fianco, di culture provenienti
dalle più diverse aree del mondo, ma anche nell'emergenza di nuove culture
urbane quanto mai originali e innovative. Le città e le metropoli contemporanee
risultano veri e propri 'microcosmi privilegiati' per indagare sperimentalmente
i grandi processi identitari in atto nel mondo contemporaneo.
E che c'entra, allora, Darwin e l'evoluzionismo? Si chiede Ceruti: "aveva ragione Darwin quando parlava dell'origine delle specie come del risultato di progressi storici? Lui delineò l'idea che solo la storia consente la definizione di una particolare specie, mentre per il naturalista le modificazioni intervenute sono degli accidenti che non 'toccano' l'identità storica della specie". Insomma, per gli evoluzionisti l'identità è in movimento, per i naturalisti è un quid fisso, iniziale, e le eventuali modificazioni e aggiustamenti sono da intendere come 'deviazioni', incidenti di contaminazione delle forme iniziali.