RASSEGNA STAMPA

9 LUGLIO 2002
GIUSEPPE CANTARANO
Pareto Vita quotidiana di un sociologo

Il teorico delle élites raccontato attraverso una serie di saggi. Il risultato è un'operazione culturale di alto livello: novemila documenti, comprese molte lettere inedite, offrono un ritratto a tutto tondo dello scienziato sociale e dell'uomo

Sono un ateo di tutte le religioni... e di tutte le metafisiche; ma un ateo che riconosce il valore grande che hanno per la società religioni e metafisiche»: così scrive al giornalista e scrittore Roberto Marvasi il 23 aprile 1917 dal suo ritiro svizzero di Cèligny Vilfredo Pareto.  Questa lettera - insieme ad altre sessantadue, tutte inedite - si trova nel prezioso volume Vilfredo Pareto. 1848-1923.  L'uomo e lo scienziato, curato da Gavino Manca (Scheiwiller, pagg. 420).

Le lettere, con altri novemila documenti, fanno parte del fondo che la Banca Popolare di Sondrio ha acquisito nel 1996.  Un'operazione culturale davvero encomiabile.  Che ha inoltre il merito di offrire, non solo agli studiosi, un ricco materiale ancora tutto da compulsare.  Già da adesso, per chi volesse sondare la personalità e l'opera del grande economista e sociologo, può farlo collegandosi al sito Internet www.popso.it/fondopareto.

Ma torniamo al libro.  E a quella singolare confessione citata all'inizio.  La «non religiosità» di Pareto venne per la prima volta sottolineata nel 1917 da Giovanni Papini, in un saggio dedicato al Trattato di sociologia generale apparso sul Resto del Carlino.  Pareto fu entusiasta di essere classificato in quel modo, come scrive Gianfranco Ravasi nel saggio contenuto nel volume.  E tuttavia, l'intellettuale disincantato, scettico, pungente che disprezza le sociologie che si autodefiniscono «umanitarie» e «metafisiche», oppure «cristiane» e «marxiste», il pragmatico economista che rifiuta «la propaganda e le ideologie», non è antireligioso.

E’ senz'altro vero che il suo atteggiamento critico verso le religioni, anche quelle cosiddette laiche, fu «costante, coerente e sistematico», fino ad approdare - ricorda Ravasi - alla sepoltura senza cerimonie religiose.  Eppure, l'interesse di Pareto per la religione è insistente e percorre tutta la sua opera.  Basta sfogliare il suo Trattato di sociologia generale per averne una prova.

In quelle dense pagine, la critica alla religione è radicale.  In quanto non verificabile sotto il profilo scientifico-sperimentale, la religione «vaga nelle nuvole della metafisica».  Noi scienziati, invece - osserva Pareto dobbiamo occuparci di ciò ché esiste e non cercare ciò che dovrebbe esistere.  Tuttavia, non esita a riconoscere l'utilità della religione.  Che deriva dai suoi effetti sociali. I soli sperimentabili, dunque degni di attenzione scientifica.  Gli effetti sociali della religione, per Pareto, rappresentano «il cimento indispensabile di ogni sorta di società umana».

Il passaggio dall'economia alla sociologia - comune peraltro a Marx e a Max Weber, come ricorda Salvatore Veca nel suo saggio - sta forse qui.  La sociologia, per Pareto, è il logico completamente dell'economia.  Certo, l'economia è uno degli elementi costitutivi della società.  Ma l'economia «non esaurisce gli aspetti e i fondamenti della società», scrive il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio nella prefazione al volume.

E Pareto non ha mai dimenticato di sottolineare che l'attività economica non è mai qualcosa di staccato dalla vita sociale. Lo studio dei fenomeni economici, controllabili empiricamente, viene sempre intrecciato al resto dell'attività umana. Dove a prevalere non sono le «azioni logiche» degli uomini, bensì quelle «non-logiche».  Che, nonostante siano scientificamente false perché non verificabili, svolgono tuttavia un ruolo centrale nella società, dominando il comportamento umano.

E’ soprattutto nel suo Manuale di Economia Politica e non tanto nel suo Trattato di sociologia che si può comprendere come lo studio dell'economia sia connesso con gli effetti sociali della religione. Dunque, con l'etica.  Perché se si vuole comprendere ciò che avviene nell'economia sociale è necessario, osserva il governatore Fazio, «superare l'homo oeconomicus» e considerare «anche l'homo ethicus e l'homo religiosus».  Era stato del resto Aristotele a spiegarci che l'economia è solo una parte della politica.  Mentre questa è una parte dell'etica.

Ma nel libro emerge anche un altro Pareto. E’ il Pareto scrittore e ce lo fa scoprire Giuseppe Pontiggia.  Non è detto, infatti, che per diventare scrittore sia necessario pubblicare un romanzo. Non servono inesistenti romanzi, a Pontiggia, per rintracciare un Pareto scrittore.  Sono sufficienti gli incipit delle opere più importanti di Pareto.  Che Pontiggia passa magistralmente in rassegna.  Certo, a Pareto manca quella leggerezza, quello stato di grazia che consentono ad Erasmo - osserva Pontiggia - di scrivere in sette giorni l'Elogio della follia.  Il suo tono appassionato indulge spesso a una «declamazione enfatica».  Ma il Pareto scrittore sta nell'immediatezza del tono, nell'espressione asciutta.  Sta nella «precisione chirurgica del taglio aforistico... nel recidere il superfluo fino a lasciare l'essenziale».  Come nell'incipit lettera che scrive al suo amico Pantaleoni nel 1901, quando ha cinquantatré anni: «Caro amico, un fatto doloroso mi è capitato, mia moglie è andata via col mio cuoco».

In questa dolente lettera Pareto scrive a un amico per chiedergli consigli di carattere legale circa la separazione ed eventuali diritti patrimoniali.  E tuttavia, in poche battute emerge un ritratto «stranito, straniato, stralunato e lucido, toccante e beffardo di un uomo beffato da una donna, ma non dalla intelligenza, tradito dalla moglie e da un cuoco - annota Pontiggia - ma non da se stesso».

E’ un libro da leggere, insomma perché oltre a presentare altri saggi che analizzano vari aspetti della personalità e dell'opera di Pareto, insegna che è vano andare alla ricerca di certezze e assoluti.  Mentre ci suggerisce, come scrive nella sua bella introduzione Giovanni Busino - il maggiore studioso di Pareto - «un modello di società in cui il ragionare non deve diventare terrorismo intellettuale né strumento di costrizione totalitaria».
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