RASSEGNA STAMPA

3 LUGLIO 2002
editoriale
L'imprenditore è un esploratore dell'ignoto, nonostante le authority

Immaginate che l'arbitro di una partita di calcio possa cambiare il punteggio, a fine gara, perché la spunti la squadra che vuole lui. Immaginate un gran premio di Formula uno, e Bernie Ecclestone che tiri fuori la bandiera a scacchi quando passa in testa chi gli garba, accada al primo o al sessantesimo giro.

Sarebbe un ciao ciao al "vinca il migliore" di olimpica memoria, un "de profundis" per la competizione: ed è esattamente quanto avviene puntualmente nei mercati drogati e imbavagliati dalle normative anti-trust. Lo spiegano bene Jerry O'Driscoll e Mario Rizzo, ne "L'economia del tempo e dell'ignoranza", un'opera di grande respiro teorico, opportunamente tradotta dall'editore Rubbettino (a cura di Emma Galli e impreziosito da una prefazione di Lorenzo Infantino).

Soffermiamoci su un punto in particolare: il problema dell'anti-trust. O'Driscoll e Rizzo si pongono in continuità con il Nobel Friedrich von Hayek che già nei primi anni '60 denunciava come "le concezioni correnti di politica anti-monopolistica sono in gran parte fuorviate dall'applicazione di certe idee sviluppate dalla teoria della concorrenza perfetta". L'idea stessa di una authority anti-trust, volta cioè a presidiare il corretto svolgimento del "gioco" di mercato, si basa sul presupposto che esista una "concorrenza perfetta". Cioè la convinzione che sia giusto chiamare "concorrenza" un contesto nel quale noi vediamo una pluralità di produttori vendere un identico prodotto.

Questa è la definizione canonica dell'economia neoclassica: eppure, non ha alcun fondamento nella realtà con cui ci confrontiamo giorno per giorno. Come ricordano O'Driscoll e Rizzo, noi non viviamo in un mondo "in equilibrio", statico. Viviamo invece in un mondo assolutamente dinamico, nel quale l'innovazione è un valore importante. L'innovazione è il pane quotidiano dell'imprenditore: cioè di chi punta su quel che crede di vedere e gli altri non vedono ancora.

L'argomento sembra essere messo a dura prova dalla constatazione empirica che gli imprenditori sovente sbagliano, e per così dire "sprecano". Attenzione: è vero che il mercato, coi suoi tentativi ed esperimenti, molti dei quali destinati a fallire, "spreca" rispetto a un immaginario esperto, il quale per ipotesi conosca a priori chi e cosa riuscirà meglio. Ma il fatto è che nessuno sa, neanche gli esperti, e non possono che ricostruire a posteriori, le rotte azzardate da imprenditori partiti alla volta di territori inesplorati.

Che si stabiliscano lungo la strada posizioni temporanee di monopolio, "posizioni dominanti", poco importa, finché c'è libera entrata in un mercato. I veri monopoli si vanno a configurare quando esiste una qualche norma legislativa che impedisca a nuovi competitori di inventarsi un'alternativa migliore. E tali norme sono precisamente il frutto di provvedimenti contrabbandati come "tutela della concorrenza" (un esempio vicinissimo a noi è la legge Mammì).

Ma la concorrenza non è un un grafico, non è un'equazione, è conquistare l'ignoto, pensare l'impensabile, osare l'inosato. È roba per coraggiosi, è roba per visionari. È roba per chi non farebbe mai l'impiegato di un'authority anti-trust.
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