![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 LUGLIO 2002 |
|
L'ambiente:
Ginevra, la sede del Cern (Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare), il più
grande centro di ricerche sulla fisica delle particelle. Nei suoi tunnel a un centinaio di metri
sotto terra è ospitato il Lep (Large Electron-Positron collider), l'enorme
acceleratore di 27 chilometri di circonferenza. Agli esperimenti del Cern collaborano centinaia di scienziati
sparsi in tutto il mondo, con la necessità, quindi di collegamenti costanti e
di un rapido accesso a dati e documentazioni.
L'epoca:
il 1989, l'anno del crollo del Muro di Berlino e della nascita delle prime
televisioni satellitari. Solo da pochi
anni è stato immesso sul mercato il primo personal computer Ibm.
I
protagonisti: numerosi, tanto che è impossibile qui citarli tutti. Ci
limiteremo a ricordare i nomi di Tim Bemers-Lee e Robert Cailliau, considerati
gli iniziatori della «ragnatela mondiale», il World Wide Web. Uno strumento che, grazie a un computer e
una connessione a Internet, permette a
chiunque di accedere a informazioni provenienti da tutto il pianeta
semplicemente cliccando sul mouse.
Robert
Cailliau, a Milano per presentare la traduzione italiana del suo libro «Com'è
nato il Web» (Baldini & Castoldí, Milano 2002, pp. 430, 17,20 euro),
scritto in collaborazione con James Gillies, ci illustra brevemente la storia
del Web e, del suo sviluppò, uno sviluppo cosi veloce e inarrestabile che
questa parola è ormai diventata sinonimo di Internet. «Il World Wide Web nasce
essenzialmente dalla convergenza di tre fattori: il computer, le reti e
l'ipertesto (cioè il testo contenente collegamenti a ulteriori informazioni) -
spiega Cailliau - Questi elementi sussistevano già, ma a nessuno era venuto in
mente di metterli insieme. Del resto
anche il mouse era stato inventato nel 1968, ma fino a quel momento non era
stato utilizzato. Proprio l'ipertesto è
alla base della prima proposta per la distribuzione delle comunicazioni tra i
lavoratori del Cern, presentata nel 1989 da Tim Berners-Lee».
«La
nota con cui Berners-Lee accompagnava il suo progetto - racconta ancora
Cailliau - recava in copertina un complicato schema a base di frecce e
nuvolette. Il suo capo di allora, Mike
Sendall, non capi l'idea fino in fondo, ma ebbe il merito di non bloccarla;
anzi il suo commento, scritto a mano sulla stessa copertina, fu: "Vago, ma
entusiasmante". In seguito Sendall
confessò: "Quando lessi la proposta di
Tim non riuscivo a immaginare che cosa fosse; pensavo comunque che fosse
grandiosa". In maniera
indipendente anch'io stavo riflettendo in quel periodo sugli stessi problemi:
verso la fine del 1989 mi trovai a lavorare insieme a Tim e già l'anno seguente
avevamo messo a punto un protocollo funzionante».
I primi
programmi per consentire l'accesso al Web e l'invio di documenti, realizzati
nel 1990, erano limitati a un
particolare sistema operativo, A NeXTStep, ma servirono a fissare gli standard
per il futuro. Grazie a due computer,
il primo installato nell'ufficio di Cailliau, il secondo in quello di
Berners-Lee, i due divennero i primi navigatori del Web. E già nel 1991 la studentessa di matematica
Nicola Pellow, al Cern per un anno di tirocinio, sviluppava un programma di
accesso adattabile a tutti i sistemi di computer esistenti. Era quello che ci voleva per suscitare
l'interesse generale e dare una spinta al processo innovativo. Nel 1993 il National Center for
Supercomputing Applications degli Stati Uniti realizzava il browser X-Mosaic,
che permetteva la visione di immagini colorate, e le versioni per Apple
Macintosh e Microsoft Windows, che aprirono il Web al grande pubblico. Infine nel maggio 1994 si tenne al Cern la
prima conferenza internazionale sul tema, definita la «Woodstock del Web». Con
una sovrabbondanza di iscritti e centinaia di partecipanti. Mentre i media si impadronivano
dell'argomento, il numero degli utenti registrava un'impennata: alla fine del
'94 erano già dieci milioni, con un traffico al secondo equivalente alla
trasmissione dell'intera raccolta delle opere di Shakespeare.
Da
allora il Web non ha fatto che crescere in maniera esponenziale. Ed espandendosi su tutto il globo ha perso
la memoria delle sue origine europee. Sono molti oggi a pensare erroneamente
che sia nato negli Stati Uniti. Su questo punto Cailliau appare
rassegnato. Apre il libro appena uscito
in Italia e ci mostra sconsolato quello che è scritto sul frontespizio:
«Traduzione dall'americano». «E dire che io sono belga e James Gillies è
britannico. Al di là della battuta, in
Europa non siamo ancora abituati a pensare a livello continentale: se non
troviamo qualcosa in Italia, non ci diciamo che forse potremmo cercarla in
Finlandia, andiamo subito al di là dell'Oceano. La strada per cambiare questo tipo di mentalità è ancora
lunga». Concludiamo l'incontro con
Cailliau chiedendogli un parere sul presente della «ragnatela»: ci sono aspetti che considera negativi e
che andrebbero cambiati o corretti?- «Sì, un aspetto, che riguarda la qualità
dell'informazione. La situazione non
è disastrosa, però sarebbe positivo
arrivare a un sistema che garantisse meglio gli utenti. Per venire a Milano ho cliccato sul sito
delle Ferrovie dello Stato e non avevo dubbi sulle informazioni che
ottenevo. Non si può fare lo stesso discorso
per quanto riguarda ad esempio i siti di argomento medico-sanitario.
Fino a che punto possiamo fidarci delle cure che propongono, dei rimedi che pubblicizzano?».