![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 GIUGNO 2002 |
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L'APPELLO
DEI PREMI NOBEL IN DIFESA DELLA RICERCA
A poco
servirà l'appello per la ricerca di cinque Premi Nobel se non si radicano le
idee scientifiche nelle persone comuni. Sulla Stampa di sabato è rimbalzato da
Le Monde il documento che un gruppo di scienziati europei ha inviato all'Unione
Europea "affinché siano evitati, con adeguati finanziamenti e con urgenza,
il declino della scienza e la fuga dei cervelli". È la risposta al grande
VI Programma Quadro che "mira a costruire uno spazio europeo di ricerca e
mobiliterà dal 4 al 5% del bilancio dell'Unione".
Gli
scienziati nel loro appello fanno riferimento alla necessità di una maggiore
attenzione alla ricerca di base: aggiungerei per chiarezza, precompetitiva e
libera, non vincolata a speciali progetti e quindi soggetta a ogni sorta di
copyright. Ma la voce degli estensori del "programma di riforma"
rischia di rimanere inascoltata perché il "voto" di sette scienziati
vale esattamente quanto quello di sette "ignoranti", e tutto ciò i
politici lo sanno benissimo. Nella società contemporanea sono cambiate alcune
regole nel gioco della conoscenza e di ciò bisogna prendere coscienza.
Da un lato i
confini nazionali, già stretti nel Settecento, non possono essere più assunti
come riferimento, dall'altro a fianco degli "stati-nazione" sorgono
sempre più imponenti i "blocchi-produzione", che alcuni chiamano più
semplicemente trust, in cui sembra che si debba avere fiducia (to trust)
proprio come le verdi banconote ricordano si debba fare con Dio. La cultura,
concetto assai difficile da definire soprattutto negli epocali
"passaggi" che stiamo attraversando sia sul piano della conoscenza
sia su quello della coscienza, non ha mai avuto bisogno di grandi capitali per
essere stimolata.
Magari essa
ha avuto bisogno di chi, avendo troppe risorse, si è potuto permettere di
destinarne alune a qualcosa di "apparentemente superfluo" che si è
solo in seguito dimostrato fondante per il futuro. Memoria e futuro, ricerca e
sapienza spesso fanno a pugni tra di loro ma solo il loro equilibrio sta alla
base della "saggezza", di quella saggezza che oculatamente Francis
Bacon riconosceva "agli antichi" quando voleva porre di fronte agli
occhi degli inglesi che si affacciavano alla "nuova scienza" e alla
"nuova industria" nuovi e vecchi paradigmi: le regole del gioco a cui
non ci si può sottrarre.
Le chiamava
Prometeo, Dedalo, Atalanta e Pasifae... Purtroppo di fronte alla scacchiera (il
ricordo di Max von Sidow nel famoso film di Ingmar Bergman è vivo di fronte ai
miei occhi) non ci sta un eroe, ma una folla di personaggi a cui preme di più
il futuro prossimo (anzi immediato) che la sopravvivenza culturale della
società. Non si possono applicare alla scienza le stesse regole con cui si
organizza un ammortizzatore sociale o si incentiva la produzione o la vendita
di questo o quel prodotto.
La scienza,
soprattutto oggi, è materia corale, deve coinvolgere diffusamente tutti e
soprattutto non deve rimanere "muta". Spesso purtroppo il suo
"mutismo" è la giustificazione per una libertà, per un privilegio di
libertà a cui spesso non si vuole accompagnare la responsabilità, la disponibilità
di accettare le conseguenze delle scelte fatte, e di pagarne gli effetti.
Anche chi lavora "privatamente" - uso questo termine nel senso in cui in inglese private significa "soldato semplice", ricordate il Soldato Ryan? - deve avere il coraggio di fare sentire la propria voce, "nel coro". Altrimenti, muti, rimarremo tutti, incantati dalle sirene che ci offrono quanto di meglio ci possiamo immaginare in un futuro di cui nulla sappiamo.