RASSEGNA STAMPA

23 GIUGNO 2002
LUCIO VILLARI
Così spiavano Don Benedetto

Croce, il fascismo e una giornata particolare

Era luminosa e calda l'alba del primo giorno d'estate di settanta anni fa, ed erano le 5.55 quando alla stazione di Campobasso si fermava, sbuffando, il diretto proveniente da Napoli.  Ne scendevano pochi viaggiatori insonnoliti e tra questi due signori, uno anziano l'altro più giovane, dall'aria tranquilla e distinta.  Al cocchiere della vettura pubblica chiesero di essere portati al Grand Albergo.  Era il 21 giugno 1932.  Poco più di un mese dopo, il 28 luglio, il prefetto di Campobasso veniva raggiunto da un secco telegramma del capo della polizia Arturo Bocchini.

«N° 18440/442.  Viene riferito che notte 21 giugno decorso giunse codesta città noto Senatore Benedetto Croce cui sera successiva fu offerta cena dal Ragioniere Alberto Cancellario Vice Podestà codesto Comune et alla quale parteciparono anche Avv.  Antonino Mancini Archivista presso codesta Amministrazione provinciale, elemento notoriamente avverso Regime, Avv.  Alberto Florio Podestà codesto Comune et tale Cortese Lino stop Pregasi riservati accertamenti riferendo esito pel Ministro Bocchini».

Evidentemente il capo della polizia citava informazioni ricevute da agenti che da tempo, per ordine di Mussolini, tenevano sotto controllo Benedetto Croce e ne seguivano puntigliosamente gli spostamenti segnalando anche (vi era un agente fisso nell'ingresso di palazzo Filomarino di Napoli, dove Croce abitava) le persone che lo frequentavano.  C'era però nel telegramma di Bocchini una malcelata irritazione, presagio di una tempesta in arrivo, per la familiarità dimostrata al «noto Senatore» dal podestà e dal vice podestà, autorità di sicura fede fascista.

Il lavoro di Intelligence degli agenti era stato impeccabile ma non era andato oltre il racconto minuzioso della giornata particolare trascorsa da Croce a Campobasso.  Il 22 giugno era stata stilata una «Relazione circa il soggiorno in questa città di S.E. il Senatore Croce Benedetto», dove la cronaca nuda e cruda da «mattinale», dell'agente che seguiva i passi di Croce non avrebbe certamente soddisfatto il capo della polizia.  Anche in questa occasione il puntuale servizio di Intelligence non investigava, naufragando nel povero linguaggio della burocrazia.

«S.E. Benedetto CROCE furono Pasquale e Sipari Luigia, nato a Pescasseroli il 25.2.1866, Senatore    del Regno, residente Napoli, arrivò in questa Città alle ore 5,55 di ieri in compagnia del Prof. di Università     CORTESE Lino fu Vincenzo e di Spermide Emilia, nato a Perugia il 25.9.1896, residente a Napoli, prendendo alloggio al locale Grand Albergo.

Verso le 9 circa, in compagnia del Cortese e dell'Avv.  Mancini Antonino, archivista della locale Biblioteca di Stato, si recarono sui Monti, ove visitarono quei paraggi.

Verso le ore 11 discesero recandosi al Municipio ove incontrarono il V. Podestà Sig.  Cancellario, il quale li accompagnava, a desiderio di S.E. Croce, negli Uffici di detto Municipio.

Alle ore 15 circa discesero dal Municipio recandosi al Grand Albergo ove consumarono il pasto in compagnia anche del Podestà Avv.  Florio, del V. Podestà Sig.  Cancellario e delle surripetute persone.

Verso le ore 15 circa tanto il V.  Podestà che il Podestà e il Mancini se ne andarono.

Verso le ore 17.30 venne rilevato dal Mancini e dal Prof. Verrecchia del locale R. Liceo-Ginnasio e insieme si recarono di nuovo al Monte Monforte ove visitarono la Chiesa di S. Giorgio in quei paraggi, il Castello Monforte e la Chiesa dei Cappuccini discendendo verso le ore 19 circa, per recarsi alla Biblioteca di Stato di via Pennino.

Verso le 20 dopo aver passeggiato per la città rincasava al Grand Albergo ove consumò la cena col prof. Cortese.

Stamane verso le 8.30 è uscito dall'albergo in compagnia del Prof. Cortese del Prof. Verrecchia e dell'Avv.  Mancini e si è recato con essi a visitare la Chiesa di S. Antonio Abate.

Alle ore 9,15 sempre insieme si recarono al Convitto Nazionale Mario Pagano per salutare quel Preside.

Alle ore 10 ha fatto visita a S.E. il Vescovo e alle 11 si è recato nello studio fotografico del Prof. Trombetta.

Accompagnato dal Prof. Trombetta verso le 11,40 è tornato all'albergo ove ha pranzato insieme al Prof. Cortese.

Alle ore 12,30 accompagnato dall'Avv. Mancini, dal Prof. Verrecchia e dal Prof. sacerdote Verna e dal Trombetta, si è diretto allo scalo ferroviario e col Prof.  Cortese è partito col treno delle ore 12,50 diretto a Benevento e Napoli».

Un profluvio di orari, avvocati, professori, eccellenze (con qualche errore: il nome di Cortese, storico del Risorgimento, era Nino, non Lino; anzi, «tale Cortese Lino», lo definiva Bocchini nel telegramma), anche un fotografo, ma nessuna spiegazione delle ragioni del viaggio di Croce, né degli incontri con le autorità podestarili.  Di qui l'intimazione del capo della polizia al prefetto che, a sua volta, chiese immediatamente informazioni al questore.  Il 29 luglio, poche ore dopo l'arrivo del tele   gramma di Bocchini, il questore era in grado di aggiungere altri particolari alla stringata relazione dell'agente pedinatore. Il questore insinuava il dubbio che Croce potesse essersi recato a Campobasso per ragioni di studio.

   L'informazione saliva di tono, anche se la lingua italiana continuava a soffrirne.

«Il Senatore Benedetto Croce, giunse in questa Città col treno delle ore 5.55 del 21 giugno u.s., segnalato dal Commissario di P.S. presso lo Scalo Ferroviario di Napoli con telegramma della sera precedente.  Il Senatore arrivò qui assieme al Professore di Università Cortese Lino fu Vincenzo e presero alloggio al Grand Albergo.  Verso le 9 i predetti, accompagnati dall'Avv.  Antonio Mancini, Archivista del locale Archivio di Stato, si recarono sul

Castello Monforte per visitare quei paraggi.  Verso le ore 11 si recarono poi sul Comune per esaminare al cune pergamene antiche, poiché sembra che il Senatore Croce stia scrivendo un libro su Cola Monforte, personaggio appartenente a nobile ed antica famiglia di Campobasso.  Verso le ore 13 i soprascritti unicamente al Podestà Avv.  Florio ed al Vice Podestà Rag.  Cancellario si recarono al Grand Albergo ove le cinque cennate persone consumarono una colazione che venne pagata dal Vice Podestà Rag.  Cancellario».  Seguivano, con qualche dettaglio in più, informazioni analoghe a quelle dell'agente, ma veniva corretta un'altra svista (restava comunque il nome errato dì Cortese): l'avv.  Mancini era archivista dell'Archivio di Stato non di una inesistente Biblioteca di Stato.

Restava però un nodo da sciogliere: che c'entravano il podestà e il vice podestà con il senatore Croce? Spettava al prefetto dare la risposta alla domanda implicita nel telegramma dei capo della polizia.  Il prefetto non si scomodò più di tanto: sulla lettera-relazione del questore scrisse a mano aggiunte e postille per poi passare il tutto verosimilmente alla dattilografa che doveva comporre la risposta a Bocchini.

Secondo il prefetto non si poteva attribuire «alcuno specifico carattere, né relazione con le idee politiche dei Senatore Croce», all'incontro con le autorità podestarili di Campobasso, «ma fu piuttosto una forma di cortesia e di ospitalità l'offerta dall'Avv.  Florio e dal Rag.  Cancellario, verso la persona che si era qui recata  per studiare e rivalutare nella storia la figura di un vecchio signore Campobassano: la colazione fu consumata nella comune sala da pranzo, ed ebbe una durata limitata al tempo appena sufficiente per la sua consumazione, infatti verso le 14 1/2 i predetti Avv.  Florio e Rag.  Cancellario lasciarono il Senatore Croce né ebbero più a rivederlo».

La lettera si concludeva con l'interpretazione non politica dei viaggio: «le persone le quali ebbero tutte quante contatto col Senatore Croce lo fecero esclusivamente per affari inerenti al motivo di studio che aveva determinato la venuta del Croce stesso in questo capoluogo».

Anche al prefetto la lingua italiana creava qualche difficoltà, ma nell'insieme le parole sue e del questore erano ispirate al buon senso e alla calma. Probabilmente Bocchini chiuse la pratica; ma il dossier è rimasto come un frammento di anni difficili, tra le carte dell'Archivio di Stato di Campobasso: il viaggio di Croce, l'allarme della polizia della stazione di Napoli che segnala la partenza del filosofo, il pedinamento dell'agente, l'inchiesta del Ministero dell'Interno, il telegramma di Bocchini, le relazioni del questore e dei prefetto.  Tutto questo perché?  Per nulla: è il tempo perduto di chi teme la libertà; il tempo dei regimi autoritari impegnati sempre a inseguire fantasmi, ombre, ad evocare la paura.  Paura, alla fine, anche di se stessi.
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