![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 GIUGNO 2002 |
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In libreria la ristampa del "Discorso sul libero
scambio" con una ricca appendice di interventi
"Ma in
generale il protezionismo è, ai nostri giorni, conservatore, mentre il sistema
del libero scambio è distruttivo. Distrugge le antiche nazionalità e spinge
all'estremo l'antagonismo tra la borghesia e il proletariato. In una parola, il
sistema della libertà commerciale promuove la rivoluzione sociale. E' solo in
questo senso rivoluzionario, Signori, che io voto a favore del libero
scambio". Con queste parole - che non mancheranno di suscitare un effetto
di sorpresa nel lettore odierno - Karl Marx concludeva il Discorso sul libero
scambio il 9 gennaio 1848 nella sede della "Association démocratique"
di Bruxelles, un'organizzazione che riuniva socialisti, comunisti e liberali di
sinistra e della quale lo stesso Marx era vicepresidente.
Da tempo
esaurita l'ultima ristampa che ne avevano curato gli Editori Riuniti, il testo
viene ora ripubblicato da DeriveApprodi (Karl Marx, Discorso sul libero
scambio, pp139, euro 10,00). A motivo di tanto interesse per questo testo,
spiegano i curatori Alberto Burgio e Luigi Cavallaro, c'é il fatto "che
esso presenta forti spunti d'attualità, non solo e non tanto per il suo
contenuto, quanto soprattutto per lo "spirito" che lo informa e che
ne fa, a nostro avviso, un testo cruciale (al pari del coevo Manifesto del
partito comunista) per intendere l'atteggiamento di Marx nei confronti della
modernità".
Il Discorso
è pronunciato nel clima che segue all'abolizione in Inghilterra delle Corn laws
- le leggi protezionistiche che imponevano tasse doganali sui cereali
d'importazione. La questione accende i contrasti tra due partiti: quello degli
industriali favorevoli all'abolizione per ridurre il prezzo del pane e, quindi
dei salari, e l'altro dei proprietari terrieri, interessati alla conservazione
degli alti livelli di rendita, resi possibili dalla legislazione
protezionistica. Dopo aver riassunto le ragioni dei due schieramenti, Marx
prende posizione a favore dei liberoscambisti. Non ignora, certo, gli effetti
oppressivi per i lavoratori che derivano dal concedere libertà al capitale, e
tuttavia è consapevole che solo attuandosi la vocazione del capitalismo ad
espandersi e distruggere i residui del feudalesimo (gli interessi dei grandi
proprietari terrieri), si possa generalizzare la contraddizione tra capitale e
lavoro. Non l'utopia del ritorno al passato - più o meno idealizzato - ma uno
sguardo al futuro e alle potenzialità di sviluppo ch'esso incorpora.
Conflitto
capitale-lavoro
Al fondo c'è
l'idea di una struttura dialettica e contraddittoria che tende al proprio
superamento solo se sviluppa in pieno tutte le sue implicazioni, positive e
negative. Il capitale dispiega i propri effetti nelle relazioni complesse di un
unico processo sistemico. E' nel punto nevralgico della modernizzazione che
questa "struttura contraddittoria" emerge in maniera visibile: nel
rapporto tra lavoro salariato e capitale, tra operai e padroni (dei mezzi di
produzione). A questa interpretazione della modernità Marx si avvicina fin dai
giovanili Manoscritti economico-filosofici del 1844, per effetto anche delle
sue acquisizioni negli studi sulla filosofia hegeliana. Il capitale, essenza
della società moderna, non è "un'opposizione indifferente", ma va
inteso "come sviluppato rapporto di contraddizione e però rapporto
energico, motivo di risoluzione". Operaio e capitalista sono le figure di
un unico processo che nell'atto stesso in cui li contrappone, pure li
presuppone reciprocamente. La "contraddizione" è il terreno sul quale
avviene lo sfruttamento e l'immiserimento dell'operaio, ma per un altro verso è
anche "rapporto energico", "motivo di risoluzione" e di
spinta al superamento del capitalismo. "A questo primo livello - scriveva
Mario Dal Pra in un commento sui Manoscritti (La dialettica in Marx, Laterza,
Roma 1977) - l'indagine critica di Marx si può dire dialettica particolarmente
per l'individuazione d'un ricco contenuto di fatti in cui si prospetta operante
quel principio della negazione, per cui lo sviluppo del lavoro dell'uomo corrisponde
pienamente allo sviluppo della miseria del lavoratore". La struttura
dialettica della modernità è presentata con parole più aderenti all'esperienza
dei fatti in un altro scritto marxiano degli stessi anni, Lavoro salariato e
capitale del 1849: "Il capitale presuppone dunque il lavoro salariato, il
lavoro salariato presuppone il capitale; essi si generano a vicenda... Il
capitale può accrescersi soltanto se si scambia con forza-lavoro, soltanto se
produce lavoro salariato... Aumento del capitale è quindi aumento del
proletariato, cioè della classe operaia".
La
contraddizione come chiave di lettura della modernità è utilizzata da Marx sia
come arma teorica critica sia come strumento politico. "Così come nel
Manifesto, il presupposto da cui muove il Discorso marxiano è costituito
dall'idea che al superamento del capitalismo si possa giungere solo attraverso
il pieno dispiegarsi dei suoi effetti, a un tempo positivi e negativi... In
quest'ottica, obiettivi polemici del Discorso sono sia quegli apologeti del
capitalismo che, ignorandone i costi e la stessa limitatezza storica, ne vedono
solo gli aspetti progressivi, sia quegli apocalittici che, altrettanto
unilateralmente, ne percepiscono soltanto gli effetti distruttivi sulle
precedenti forme della vita sociale e non colgono il progresso che, rispetto a
queste ultime, la stessa "libertà del capitale" indubbiamente
rappresenta". Nel fuoco della polemica contro le posizioni apocalittiche -
come nella Miseria della filosofia (1847) contro l'anarchismo di Proudhon -
Marx sviluppa la propria concezione "per la prima volta in modo
scientifico", per dirla con le parole di Engels. Se, dunque,
"semplicismo e volontarismo - scrivono Burgio e Cavallaro -, estremismo
verbale e predicazione utopica del "salto immediato" dalla società
capitalistica al mutualismo e all'autogoverno di "zone franche
sociali" sono gli ingredienti fondamentali del "radicalismo
moderato" di Proudhon", la posizione di Marx evita i pericoli di
visioni apocalittiche della modernità - radicali nelle parole, ma moderate
perché lasciano sussistere il rapporto tra capitale e lavoro salariato.
L'attualità
La scommessa che sostiene la riedizione del Discorso, sta nel trarre dall'impianto del ragionamento marxiano categorie valide per interpretare l'attualità "in questi tempi di mondializzazione del commercio di merci e denaro e di movimenti di contestazione no global". Da qui la scelta di pubblicare, in appendice al volume, una silloge di interventi sul dibattito politico presente di diversi autori, tra cui Emiliano Brancaccio, Andrea Fumagalli e Giovanni Mazzetti. Obiettivo non è mettere in discussione le domande di giustizia, uguaglianza e libertà del movimento non global, quanto interrogarsi criticamente sulle categorie utilizzate. "Ciò di cui non siamo sicuri - continuano Burgio e Cavallaro - è che certi strumenti di cui si serve, a cominciare dalle analisi che, fino a prova contraria, sono indispensabili a capire chi sia l'avversario e come si possa contrastarlo, siano adeguati allo scopo. E' chiaro a tutti, per esempio, che l'attuale mobilitazione contro il "neoliberismo" non presuppone la critica del capitalismo?". Come pure altri interrogativi riguardano la logica della "rete": "Sarà permesso rilevare che, mentre parla di solidarietà e di coesione sociale, il "movimento dei movimenti" pratica in realtà forme di radicale individualismo anarchico, nel senso preciso che questo termine ha nella critica marxiana dell'anarchia del mercato capitalistico?". Se è vero, allora, che non c'è una politica nella pratica senza una teoria in grado di interpretare il mondo, c'è da augurarsi che intorno a questo movimento "non si crei una malsana atmosfera di dogmatica intolleranza". Tanto più se si presta attenzione ai tanti fermenti del popolo di Seattle, per nulla schiacciato sulla nuova "narrazione" dell'Impero di Toni Negri e Michael Hardt. Contro "l'idea che il mondo sia già unificato sotto il tallone del capitale transnazionale, che quest'ultimo non abbia più patria e abiti il pianeta come proprio dominio", relegando le contraddizioni politiche tra gli Stati a fenomeni ormai irrilevanti, "non pochi dei suoi appartenenti la pensano diversamente. Ad esempio, opinano che la credenza nella sopravvenuta inefficacia di qualsiasi politica economica nazionale sia uno dei miti regressivi prodotti dalla cosiddetta globalizzazione".