![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 GIUGNO 2002 |
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Pianeta a rischio Le scorie prodotte dall'uomo minano l'equilibrio
ecologico. Un libro del fisico Luigi Sertorio edito da Bollati Boringhieri
Da tempo, in
campo ambientale, accanto allo studio di problemi specifici, si sta sviluppando
un'attenzione all'ecosistema nel suo complesso, basata su teorizzazioni
scientifiche e riflessioni sulle tendenze e sui limiti, oggettivi, dello
sviluppo possibile. Forse questo modo di affrontare il tema dell'interazione
uomo-ambiente deriva dall'imporsi, anche a livello culturale, del fenomeno
della globalizzazione, per cui la stessa "scienza sociale" è portata
maggiormente ad occuparsi di macrosistemi dopo aver indagato per secoli
essenzialmente microsistemi. Si tratta di un passaggio fondamentale, ricco di
implicazioni di non facile soluzione. Come il fatto che lo studioso, trovandosi
all'interno di quello stesso sistema che intende studiare, deve affrontare la
crisi del proprio ruolo tradizionale di osservatore esterno e neutrale. O
ancora, la difficoltà di determinare limiti certi e impermeabili all'oggetto di
studio, che può non presentarsi come sistema chiuso ma rivelarsi, al contrario,
un sistema aperto alle più disparate influenze dall'esterno.
Questo modo
di accostarsi all'ecologia nella sua globalità e sulla scorta di una solida
teoria scientifica in grado di indagare le radici profonde dei problemi e di
individuarne sviluppi e possibili soluzioni, è ben esemplificata da un volume
come Storia dell'abbondanza (Bollati Boringhieri, pp. 180, euro 16) di Luigi Sertorio.
Il libro è
composto da sei saggi differenti, legati da un filo comune: in tutti si
analizza dal punto di vista scientifico e storico l'affermarsi della società
umana come società "energivora" in cui la ricerca del benessere si
identifica con il consumo di energia.
Fisico
teorico, professore di Ecofisica all'Università di Torino, Sertorio individua
uno snodo fondamentale nel passaggio dall'"era fisiocratica" a quella
tecnologica. La prima, durata per secoli, fino al grande sviluppo della scienza
e della tecnica nell'Ottocento, era caratterizzata dall'uso di risorse
energetiche naturali, come ad esempio il legno, e dall'utilizzo del lavoro
umano o animale. La produzione di scorie, dunque, era perfettamente compatibile
con la capacità di smaltimento da parte dell'ambiente. L'"era
tecnologica" trova le sue radici nel periodo dell'avvento della società di
massa, e vive il suo vero sviluppo dopo la seconda guerra mondiale, quando lo
sfruttamento energetico di risorse fossili, prima fra tutte il petrolio, si
impone definitivamente. Tali risorse, pur garantendo una produzione di energia
in grado di supportare lo sviluppo tecnologico e diffondere l'abbondanza,
almeno all'interno dell'Occidente industrializzato, producono scorie che
l'ecosistema non è in grado di smaltire.
La
situazione è resa ancora più drammatica dalla separazione di tre linguaggi
disciplinari dell'uomo: l'economia, la scienza e l'etica. Una disgiunzione tra
sfere di pensiero da sempre comunicanti, che comincia ad attuarsi durante il
Rinascimento e trova la sua radice nella crisi della società medievale
fortemente centralizzata culturalmente sulla base del pensiero di stampo
aristotelico e nella nuova formalizzazione del linguaggio scientifico data da
Galileo, incentrata proprio sulla separazione della scienza dalla teologia e da
ogni verità rivelata. La conseguenza di questo lungo processo di divaricazione
è che ognuno di tali ambiti culturali offre oggi una rappresentazione della
realtà differente, impedendo di fatto di affrontare i conflitti incorporati
nello sviluppo tecnologico in maniera unitaria ed efficace.
Se la
produzione umana va sempre più caratterizzandosi come produzione di scorie, la
lotta per il potere, a livello globale, si identifica con il controllo delle
risorse energetiche che, a partire dal 1991, sono gestite in maniera egemone
dagli Stati Uniti. In quest'ottica, vengono interpretati anche alcuni
avvenimenti storici recenti, come la guerra in Iraq o i bombardamenti in
Iugoslavia. La prima rientrerebbe "nella strategia per così dire classica
dei petrolieri, cioè quella di controllare il prezzo del petrolio, che si
ottiene tenendo sotto controllo, con amicizia forzata, gli emiri". I
bombardamenti ordinati da Clinton nei Balcani, invece, sarebbero stati causati
dalla necessità "che i dollari spesi dall'America per comprare petrolio
tornino in America sotto forma di investimenti. Per questo bisogna frenare
l'appetibilità dell'euro. All'uopo serve una presenza militare attiva in
Europa". Anche la scelta statunitense di proibire la proliferazione
nucleare si fonda sul bisogno di mantenere il controllo delle fonti
energetiche. Infatti il plutonio indispensabile per le bombe all'idrogeno è
anche uno dei prodotti di combustione basilari per i reattori
autofertilizzanti, tra i più idonei a garantire un futuro nucleare. E con il
suo impegno rivolto a contrastarne la diffusione incontrollata, l'America
"si prepara a diventare l'unico gestore del plutonio".
La speranza di modificare la situazione attuale si fonda sullo studio e la comprensione dell'ecosistema, reso possibile, paradossalmente, dall'utilizzo di quei satelliti lanciati nello spazio per scopi militari. Grazie ai dati da loro trasmessi è possibile monitorare lo stato del pianeta. E conoscere le condizioni del "malato" è l'unico modo per poter intervenire in maniera efficace. L'intervento, però, sostiene l'autore, dovrà essere non soltanto rapido, ma strutturato a partire dalla ricomposizione comunicativa di scienza, economia ed etica.