RASSEGNA STAMPA

20 GIUGNO 2002
editoriale
La lezione di Verra da Kant all'utopia

Alla scuola torinese del grande Luigi Pareyson

Un anno fa moriva improvvisamente Valerio Verra. La filosofia italiana perdeva una figura di grande rilievo, uno studioso e uno storico del pensiero che ha arricchito - con straordinaria acutezza intellettuale, profondità ed estensione d'indagine e ironica, appartata non-chalance - non solo la vita universitaria e la formazione di tanti studenti ed allievi, ma anche il dibattito culturale, la circolazione di idee, la discussione su temi fondamentali per la comprensione della nostra epoca e del nostro destino quali il nichilismo, gli sviluppi della filosofia kantiana e hegeliana, la visione del mondo nata dallo storicismo tedesco. Io ho perduto un grande amico, un fratello maggiore dal quale ho tanto imparato - sin dal primo anno universitario a Torino, e poi per tutta la vita - e chi mi ha aiutato in misura determinante, illuminandomi su tanti aspetti della cultura e letteratura tedesca, sorreggendomi con affetto e consiglio in scelte difficili e seguendomi e appoggiandomi nel mio percorso accademico.

L'ho conosciuto nelle prime settimane del mio primo anno di studi a Torino, nei seminari dell'Istituto di Estetica diretto dal grande Luigi Pareyson, di cui Verra, laureatosi con una tesi su Dewey assegnatagli da Augusto Guzzo, era allora assistente. Di quell'anno, 1957, è il suo volume Dopo Kant, al quale egli deve la libera docenza.

In quel fervido ambiente la speculazione filosofica s'intrecciava alla riflessione sulla letteratura, in una simbiosi che riprendeva la grande tradizione tedesca, rinnovata dall'ermeneutica. Grazie a quelle lezioni e seminari, proseguite nelle chiacchierate per le strade o nei caffè torinesi, ho potuto accostarmi a problemi, figure e temi essenziali della cultura tedesca: i rapporti fra idealismo e nichilismo, illustrati magistralmente da Verra in quel capolavoro che è il libro su Jacobi (1963) - o fra mito, rivelazione e filosofia in Herder, splendidamente analizzati nell'omonimo volume del 1966, e tra dialettica e filosofia in Plotino (fondamentale testo del 1963 riedito nel 1992); autori e movimenti come Hamann o lo Sturm und Drang, per non parlare della filosofia hegeliana, sulla quale Valerio Verra ha continuato a lavorare durante tutta la sua esistenza, dalla Introduzione a Hegel (1988) a Letture hegeliane (1992) alla traduzione della Logica e della Filosofia della natura a molti altri articoli e saggi. Alcuni libri di germanistica che ho scritto su Heinse e su Hoffmann sono nati da queste discussioni, che venivano a integrare la grande lezione di Leonello Vincenti e di Giovanni Getto, il grande italianista da poco scomparso, per tacere di altri maestri, in quei fervidi anni in cui l'università di Torino era incredibilmente stimolante e creativa, nutrita di una ricchissima tradizione e dell'esperienza antifascista, che il giovane Verra aveva succhiato col latte dall'atmosfera della sua Cuneo e della sua famiglia, anche tramite l'impegno partigiano del più anziano fratello Aurelio.

Professore ordinario a Trieste, Valerio Verra aveva recato una grande vitalità di iniziative e di contatti nell'ateneo triestino, che poi aveva lasciato per la cattedra a Roma. È stato un protagonista sino all'ultimo, con l'attività universitaria, l'Accademia dei Lincei, gli studi che spaziano da Maimon al nichilismo, da Kant all'utopia; un protagonista che non amava mettersi in primo piano, ma piuttosto reggere e tirare le fila standosene un po' nascosto, più eminenza grigia che mattatore. La fede religiosa gli aveva impresso un ironico, beffardo scetticismo pessimista sugli uomini e su tutto. Talora sarcasticamente sottolineato, ma che in realtà era una ruvida e burbera maschera di una grande capacità di affetto e di amicizia. Negli ultimi anni lo vedevo poco, ma lo sentivo spesso; gli telefonavo ogni volta che avevo bisogno di un chiarimento o di una precisazione su qualche argomento filosofico e anche per chiedere alla sua intelligenza disincantata, cinica e piena di bontà un consiglio che mi aiutasse, come ai vecchi tempi di Torino e di Trieste a cavarmi da qualche imbarazzo o da qualche situazione difficile.

Oggi Giuseppe Riconda, Pietro Rossi e Gianni Vattimo lo ricorderanno, in nome dell'università e dell'Accademia delle Scienze di Torino; io lo ricordo quando, passeggiando per Torino con un soprabito sempre molto lungo, quasi una palandrana, e il cappello in testa, cercava di aiutarmi, nelle mie tante indecisioni, insegnandomi, fra le altre cose, anche l' amor fati, la capacità di accettare, senza troppe discussioni, le improvvise chances e chiamate del destino.
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