RASSEGNA STAMPA

13 GIUGNO 2002
LUCIO LOMBARDI
Parola e farmaci, la nuova alleanza

A Trieste si apre il XII congresso della Società psicoanalitica italiana. Temi centrali lo studio della memoria e l'integrazione del trattamento analitico con le scoperte della medicina. Quasi una rivoluzione

Un secolo fa Sigmund Freud, mentre mattone su mattone andava innalzando l'ardita costruzione psicoanalitica, s'interrogava da medico sulle possibilità terapeutiche che in futuro si sarebbero aperte alla farmacologia, quasi ad ipotizzare che gli sviluppi delle neuroscienze un giorno avrebbero dato una risposta forse definitiva a quegli interrogativi sui quali lui si stava tormentando con la consapevolezza di essere solo un pioniere.

Ed in effetti, già a partire dalla metà del Novecento, l'avvento degli psicofarmaci ha aperto una strada nuova alla terapia del disturbo psichico. I successi indiscutibili della chimica hanno però finito per enfatizzare l'approccio essenzialmente farmacologico alla patologia e per qualche decennio si è assistito ad una progressiva contrapposizione di due riduzionismi, organicismo e psichismo. Neuroscienze e psicoanalisi si sono a lungo ignorate, spesso vicendevolmente disprezzate, a solo discapito dei pazienti, costretti a subire veri e propri aut-aut terapeutici di dubbia efficacia.

Oggi questa polarizzazione culturale sembra aver ceduto il passo ad una più feconda ricerca di convergenze, al di là di assunti teorici che restano inevitabilmente separati ma non più ostilmente contrapposti. A questo aspetto sarà dedicata una delle sessioni del dodicesimo Congresso della Società Psicoanalitica Italiana che si apre a Trieste, città che ebbe in Edoardo Weiss uno dei pionieri della psicoanalisi di casa nostra. La Spi dal lontano 1925 è cresciuta molto, arrivando ad essere con i suoi 620 soci e 294 allievi, la seconda in Europa. A distanza di quattro anni dal Congresso romano sul sogno, gli analisti freudiani si interrogano - da oggi fino a domenica - sui "fattori terapeutici in psicoanalisi", titolo generale del congresso.

E un contributo importante al lavoro clinico analitico è arrivato dagli ultimi studi della neurofisiologia, che si stanno rivelando preziosi per l'approfondimento di aspetti della memoria che la psicoanalisi tiene in gran conto, fondandosi sulla strettissima relazione tra vissuti del passato, più e meno remoto, e situazione presente.

Ce ne parla Mauro Mancia, psicoanalista didatta della Spi e direttore del Centro di Ricerca Sperimentale sul Sonno dell'Università di Milano e relatore al congresso triestino: "Freud ai suoi tempi aveva scarse nozioni sui meccanismi della memoria, un campo in cui oggi le neuroscienze ci hanno aperto orizzonti straordinari, che hanno grandi ripercussioni sulla teoria dell'inconscio. Tenga presente che la funzione inconscia della mente è sempre attiva e che condiziona tutto il nostro vissuto, dagli affetti fino alla sessualità".

"La neuropsicologia ci ha permesso di scoprire che abbiamo due tipi di memoria. Una autobiografica, nella quale immagazziniamo i nostri ricordi, situata nell'ippocampo e nei lobi temporali; un'altra, "implicita", non autobiografica, che si riferisce alle esperienze non legate a ricordi, dunque non verbalizzabili: sono le prime esperienze neonatali o addirittura risalenti anche alla fase della gestazione, che coinvolgono strutture cerebrali della corteccia parieto-temporo-occipitale. Sono esperienze che non possono essere recuperate come ricordi perché la parte della memoria che presiede ai ricordi fino al secondo-terzo anno di vita non è completamente strutturata, ma che comunque operano come brace che cova sotto la cenere. Non sono ricordi rimossi, quando invece Freud teorizzava che l'inconscio fosse dovuto solo alla rimozione. Ma hanno una intensità affettiva straordinaria, legata a sensazioni corporee remotissime.

"Qui - prosegue Mauro Mancia - la psicoanalisi deve cambiare registro. Trattandosi di esperienze non verbalizzabili da parte del paziente, l'analista dovrà essere molto attento alla comunicazione non verbale, a quella che io chiamo la dimensione musicale del transfert: il ritmo della voce, i silenzi, la sintassi, i tempi del linguaggio".

Dunque è superata ogni contrapposizione tra cura con i farmaci e cura con la parola? "Direi proprio di sì, c'è una via finale che è comune. Il premio Nobel statunitense Eric Kandel ha dimostrato come le esperienze affettive e relazionali agiscano, allo stesso modo dei farmaci, sull'espressione proteica dei geni che regolano la trasmissione sinaptica dei segnali fra i neuroni. Parola e farmaco uniti, dunque, nella cura del disturbo psichico".

Per lo psichiatra Paolo Cancheri "la rivoluzione registratasi negli ultimi 15 anni nelle neuroscienze ha cambiato molte prospettive, mutando i modelli descrittivi e interpretativi della psicoanalisi che però ha saputo reagire adeguandosi alla nuova realtà. Molti vecchi psicoanalisti vivevano come fuori dal mondo, ancorati a vecchi schemi, ma oggi per fortuna non è più così. Del resto si va perdendo la divisione netta tra biologico e psichico. Questa aveva un senso quando il cervello veniva studiato tagliandolo a fette, oggi siamo arrivati a studiare gli scambi molecolari e questo confine non c'è più: un lutto può modificare l'espressione del genoma e un farmaco può condizionare un ambiente psicologico. Taluni campi clinici, indubbiamente, si prestano meglio all'uso dei farmaci, parlo della schizofrenia o del disturbo bipolare, mentre la medicina può poco nei confronti dei disturbi della personalità, di quelli dissociativi, di coscienza. Un medico deve sapere valutare e scegliere".

Tra i campi privilegiati della parola rispetto al farmaco c'è sicuramente quello infantile. Oggi più di prima i bambini tendono ad avere una sintomatologia molto vicina a quella degli adulti: "Vanno diminuendo i classici disturbi dell'età come enuresi e fobie - ci spiega la psicoanalista della Spi Maria Chiara Risoldi - mentre aumentano i disturbi alimentari e lo stress. Alla base c'è una grande solitudine del bambino, perché i genitori sono fragili e infantili e non riescono a gestirlo. Così il piccolo deve farsi carico della propria crescita, esposto allo stesso stress dell'adulto, ma senza nessuna protezione: da una parte è schiacciato dai compiti di cui lo carica la scuola, che non ha mai avuto una minima competenza psicologica, dall'altra è travolto dalle aspettative e dalle proiezioni dei genitori che lo asfissiano con agende fittissime di impegni. Tant'è che spesso è difficile trovare spazio per le sedute di psicoterapie, tra una lezione di lingue e un corso di nuoto. Credo che alla base ci sia un problema transgenerazionale; i genitori di oggi a loro volta sono stati lasciati soli, non hanno giocato con i propri genitori e oggi non giocano con i propri figli. Temo che l'emancipazione femminile negli anni Sessanta abbia recitato un ruolo determinante: le donne sono uscite di casa, la società non è stata in grado di supportare la loro scelta di lavoro e i bambini ne hanno fatto le spese".
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