RASSEGNA STAMPA

9 GIUGNO 2002
GILBERTO CORBELLINI
Contro il pregiudizio del male inguaribile

I progressi nella cura delle díverse forme tumorali in un libro di Cosmacini e Sironi

Le trasformazioni neoplastiche sono oggi studiate dalla biologia molecolare in chiave evoluzionistica

Tra gli argomenti più abusati dai detrattori della scienza vi è quello che la ricerca non avrebbe migliorato la comprensione del cancro né la capacità della medicina di curarlo.  Si tratta di un punto di vista diffuso non solo tra i sostenitori delle medicine alternative o delle terapie biologiche.  Anche persone istruite sono convinte che la biologia e la medicina non siano in grado di spiegare l'origine del cancro e che l'impotenza terapeutica regni sovrana.

L'ultimo libro di Cosmacini e Sironi non dice molto sugli sviluppi più recenti delle conoscenze molecolari e cellulari circa l'origine del cancro, ma illustra in modo particolarmente efficace la transizione nell'immaginario medico-sociale del cancro da malattia inguaribile a malattia guaribile attraverso la ricostruzione di alcuni aspetti dell'evoluzione della concettualizzazione clinico-epidemiologica e dei trattamenti della malattia oncologica.  In particolare presenta una serie di quadri storici emblematici, che tra l'altro includono prevalentemente medici e ricercatori italiani.

Il libro è suddiviso in due parti. La prima, a firma di Cosmacini, si apre con la storia del dottor Palletta da Milano, che negli ultimi decenni del Settecento, sulla base di un principio vitalistico cercava di curare i tumori con "aria fissa" (anidride carbonica), e quindi prosegue con una serie di saggi che caratterizzano la fenomenologia medica che cristallizza progressivamente nella disciplina dell'oncologia: da Galeno a Parcival Pott a Virchow a Loeb a Rondoni, per fermarsi agli studi epidemiologici del secondo dopoguerra da cui scaturì l'associazione tra cancro del polmone e fumo.

La tensione epistemologico-ideologica che Cosmacini coglie molto bene in una medicina che colpevolizza l'individuo e catechizza la popolazione sugli stili di vita da adottare per prevenire il cancro speriamo che presto venga superata in una sintesi un po' più liberale, attraverso quelle applicazioni della genomica che promettono di trasformare la medicina in una pratica diagnostica e terapeutica davvero personalizzata.

Sironi ha scritto la seconda parte del libro, dove si può trovare una efficace rassegna storica delle idee e delle pratiche antitumorali.  In quanto neurochirurgo di formazione, egli si sofferma soprattutto sulla neuroncologia; ma tratta anche la gloriosa (si fa per dire, trattandosi di interventi devastanti) evoluzione dei trattamenti chirurgici di alcuni caratteristici tumori, come quelli dello stomaco, della prostata e del seno.  Gli ultimi capitoli sono dedicati allo sviluppo dell'idea di prevenzione, alla storia della chemioterapia e ovviamente, al triste capitolo delle ciarlatanerie ovvero delle terapie alternative alla Di Bella.

Il libro ricorda che l'Italia ha prodotto ricercatori davvero lungimiranti. Uno di questi fu senz'altro Pietro Rondoni, patologo generale all'Università di Milano e direttore dal 1935 dell'Istituto per lo studio e la cura dei tumori di Milano.  Rondoni elaborò, nel solco della gloriosa tradizione di studi di patologia generale che ebbe Giulio Bizzozzero come caposcuola, un approccio biochimico-sperimentale al cancro inteso come problema biologico, e fu tra i primi a ricercare e immaginare una sintesi teorica in grado di dar conto dei meccanismi interni ed esterni della cancerogenesi.  Attribuire a Rondoni l'anticipazione dell'attuale nozione genetico-molecolare della formazione e della crescita tumorale in generale sarebbe una forzatura, ma certe intuizioni - che si possono per esempio leggere in quella summa dell'oncologia del tempo che è il volume Il cancro edito da Ambrosiana nel 1946 sono abbastanza impressionanti.  Vi si trova chiaramente riconosciuto il ruolo dell'angiogenesi (vascolarizzazione) nella progressione dei tumori solidi, come hanno mostrato Domenico Ribatti e un gruppo di ricercatori baresi in un recente articolo apparso su «Haematologica».  Gli studi sull'angiogenesi, come si ricorderà, hanno portato alla ribalta negli anni scorsi il medico statunitense Folkman, e fatto sperare che interventi volti a contrastare i processi di formazione e crescita dei vasi che alimentano i tumori potessero essere risolutive dal punto di vista terapeutico.

Oggi l'oncologia ha ben chiaro quale straordinaria complessità e adattabilità sia potenzialmente in grado di esprimere un tumore.  La teoria della trasformazione neoplastica su cui converge la maggior parte degli orientamenti della ricerca molecolare spiega il tumore come risultato all'accumularsi di difetti in diversi aspetti del comportamento cellulare come conseguenza di alterazioni genetiche multiple e successive.  Successive mutazioni conferiscono a ogni progenie cellulare un vantaggio in termini di sopravvivenza e invasività determinando cicli successivi di mutazione fino a che non viene definitivamente acquisito il fenotipo maligno.  La progressione tumorale è in pratica una forma di evoluzione somatica, a spese dell'organismo ospite.
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