![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 GIUGNO 2002 |
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La rivoluzione della coscienza
Una
rivoluzione silenziosa sta interessando da qualche anno il mondo della
psicoterapia, quella forma di intervento terapeutico su persone portatrici di
un disagio psichico più o meno grave che utilizza esclusivamente, o
prevalentemente, l'arma del colloquio, il colloquio psicoterapeutico appunto.
Si comincia a proporre di agire sulla nostra mente conscia e sulle sue facoltà,
mentre fino a qualche tempo fa non si parlava che di agire sull'inconscio, con
o senza iniziale maiuscola. Qualcuno parla di "ritorno alla
coscienza". E' legittimo chiedersi che cosa è successo. Una buona
introduzione si può trovare nel libro Le opere della coscienza (Cortina, 2001)
di Giovanni Liotti, presidente della Società italiana di terapia
comportamentale e cognitiva, mentre Bollati Boringhieri ha appena pubblicato
Fondamenti di cognitivismo clinico a cura di Castelfranchi, Mancini e Miceli.
Da segnalare inoltre che la stessa Bollati Boringhieri ristampa il suo Manuale
di psicoterapia cognitiva a cura di Bruno Bara, autore anche del trattato
introduttivo Il metodo della scienza cognitiva uscito nel 2000, sempre da
Bollati Boringhieri. Negli ultimi trent'anni le ricerche intorno alla mente e
al suo funzionamento si sono andate consolidando in una disciplina articolata e
rigorosa, seppure ancora acerba, che ha preso il nome di Scienza cognitiva. E'
nata dalla confluenza di molti approcci diversi, dall'antropologia filosofica
alla cosiddetta intelligenza artificiale, e si è fatta interprete dell'idea di
studiare il cervello e la mente con i metodi delle scienze sperimentali. Le
procedure della biologia moderna vengono così combinate con le tecniche
tradizionali della psicologia sperimentale e con i risultati della
visualizzazione del cervello in azione, resi possibili dall'uso di apparecchi
prodigiosi quali la Pet o la risonanza magnetica funzionale.
Non è che ci
si possano aspettare miracoli, ma giorno dopo giorno, vengono chiarite sempre
nuove questioni per quanto riguarda la percezione, la memoria, il ragionamento,
la volontà e in certa misura anche le emozioni e il loro rapporto con il
pensiero. Il quadro che ne viene fuori è ancora frammentario, ma sufficiente
per poter concludere che si è sulla buona strada. Alcuni arrivano a coniugare
questo approccio, che ormai tutti chiamano cognitivo, con un'impostazione di
tipo più marcatamente evoluzionistico, che tende a chiedersi se un certo
comportamento o un certo modo di ragionare possono recare qualche vantaggio,
prevalentemente di natura sociale, all'individuo che li mette in atto.
Alcune cose
sembrano definitivamente acquisite, come l'identificazione delle varie forme di
memoria e molti meccanismi della categorizzazione, della rappresentazione e del
linguaggio. Soprattutto ci si rende sempre più conto che non è necessario invocare
oscuri meccanismi inconsci, quando di molti fenomeni ci si può fare un quadro
più che soddisfacente semplicemente esplorando i processi consci della memoria
e dell'elaborazione dei ricordi e delle emozioni. Non di tutto ciò che ci
accade siamo immediatamente consapevoli. Anzi, solo una minima parte dei nostri
processi nervosi e mentali giungono con chiarezza alla coscienza. Ma questo non
significa che i meccanismi che regolano il nostro comportamento siano
intrinsecamente inaccessibili e perversamente relegati in una non meglio
identificata regione inconscia della psiche. Il raggiungimento del livello
della coscienza è una sorta di "gita premio" per molti processi
psichici. Non tutti vi possono accedere, perché non c'è spazio sufficiente, non
perché qualcuno o qualcosa li ricaccia indietro. La ricerca neuropsicologica e
l'indagine strumentale ci portano anzi ad attribuire sempre maggior importanza
ai processi di regolazione e controllo dei contenuti cognitivi e emozionali
della nostra mente che possono essere studiati rimanendo tranquillamente al
livello della coscienza.
La scienza
cognitiva promette in sostanza di fornirci informazioni preziose sulle funzioni
della nostra mente e sui moti del nostro animo e costituisce un superbo
strumento di lavoro. Tutto bene allora? E' presto per dirlo. Dal punto di vista
teorico non c'è dubbio che le nuove "spiegazioni" sono molto più
comprensibili delle vecchie e del tutto compatibili con quanto sappiamo del
mondo, del corpo e del cervello. Ma dietro l'angolo c'è il rischio di smettere
di ricercare e di riflettere, di contentarsi dei modelli interpretativi
esistenti e di trasformare così la materia di studio in un movimento, una
scuola o addirittura una confessione. In fondo un nome c'è già ed è uno di
quelli che finiscono in ismo: cognitivismo. Un secondo rischio è quello di dare
per scontato che un colloquio psicoterapeutico basato su questi nuovi principi
si debba per forza rivelare più efficace e risolutivo di un trattamento basato
su una delle numerose teorie psicodinamiche oggi in auge.
E' al momento sempre più chiaro che per trattare adeguatamente certi disturbi psichici occorre affiancare un trattamento psicoterapeutico a eventuali trattamenti farmacologici. Nella sua forma ideale il colloquio psicoterapeutico dovrebbe essere quindi una disamina, la più ampia e disincantata possibile, delle vicende della propria vita, condotta insieme a una persona di cui ci si fida, che abbia una certa esperienza, che sia capace di ascoltare e che non ci appaia vincolata a schemi mentali troppo rigidi. In questa ottica, per alcuni problemi, forse, va bene qualsiasi tipo di trattamento, o quasi. Personalmente però, mi sono sempre chiesto come sia possibile raggiungere l'inconscio se non passando attraverso la coscienza. Il colloquio è comunque un'attività cosciente e quando pure si postuli che l'obiettivo da raggiungere è l'inconscio, è sempre per il conscio che bisognerà passare. E allora tanto vale prendersi un po' di cura anche del conscio. Mi chiedo se era necessario tutto questo tempo per farci riflettere su questa semplice affermazione. "Ma per questa via non si possono raggiungere le regioni più profonde e riposte dell'inconscio" obietterà qualcuno. Può anche darsi; staremo a vedere.