![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 GIUGNO 2002 |
|
Solo
con i sentimenti si può lavorare perché la dignità un diventi un diritto:
incontro con la filosofa americana Martha Nussbaum
Non
c'è possibilità di libertà quando è negata l'istruzione che nutre la ragione e
fa maturare il pensiero
Oggi
che la vita vera viene ignorata e la sofferenza spettacolarizzata, bisogna insegnare la compassionee per gli
altri
«Nelle politiche pubbliche
c'è bisogno di un ampliamento dello sguardo che potenzi l'immaginazione». Un'affermazione che ricorda sentimenti
sessantottini. E che applicata alla
filosofia propugnata da Martha Nussbaum suonerebbe piuttosto come:
«l'immaginazione femminile al potere».
Slogan riduttivo, comunque, per definire la portata innovativo e la
complessità della teoria di questa delicata ed energica professoressa
statunitense di Legge ed Etica. Che,
nel libro Giustizia sociale e dignità
umana, (E Mulino, pagine 149, euro 11), azzarda affermazioni del tipo:
«La politica internazionale e il pensiero economico devono esser femministi»,
e ancora: «Non vi è dignità urnana, e possibilità di libertà, quando è negata
l'istruzione che nutre la ragione e fa maturare il pensiero».
In che senso, professoressa
Nussbaum?
Non ravviso la necessità che
nella politica si introduca un punto di vista femminile, piuttosto, sostengo
che le donne, in qualunque parte del mondo vivano, in qualunque condizione economica
o sociale, condividono gli stessi problemi. Perché a loro è affidata la cura
dei più deboli, e dunque solo le donne possono immaginare e provare empatia,
sentimenti necessari perché nella nozione di beni primari per l'uomo venga
incluso anche il diritto alla dignità soprattutto per chi, per vecchiaia o
handicap mentali, incidenti o svantaggiate condizioni economiche, non ha pari
possibilità di sviluppo.
Lei chiede qualcosa che può essere imposto per
legge, dall'alto, o deve nascere
dalle ríchieste dei cittadini?
Il posto migliore dove acquisire questa
sensibilità ed ampliare l'immaginazione è indubbiamente la scuola. Ma negli Stati Uniti non esiste una politica
scolastica comune stabilita dall'alto, come accade qui in Italia. Io già
qualche anno fa nel libro Coltivare
l'umanità proponevo che nell'istruzione venissero inseriti elementi comuni
per tutti, tra cui l'insegnamento della nozione di diritto alla dignità. Ma credo che la proposta di rinnovamento
debba necessariamente partire dal basso, perché solo così le persone
comprenderebbero appieno il significato di questo ampliamento dello sguardo.
In Italia si sta per attuare una riforma del sistema
scolastico, peraltro realizzata da
una donna, Letizia Moratti, che
porterà i ragazzi, già a 13 anni e
mezzo, a dover scegliere un tipo di
scuola che li prepari al lavoro
oppure alla continuazione degli studi. Che ne pensa?
Non conosco il dibattito in
corso, ma mi sembra problematico che ragazzi tanto giovani debbano prendere una
decisione così impegnativa, perchédi solito a quell'età non amano la scuola, e
men che meno sanno cosa vorranno fare nella vita. E ormai in tutto il mondo è
necessaria un'istruzione minima fino a 17-18 anni per poter accedere a
qualsiasi tipo di lavoro. Ovunque, inoltre, si tende ad aggiungere contenuti
educativi sulla storia degli altri paesi.
E l'istruzione è importante perché a scuola si impara il concetto di
cittadinanza, il senso di diversità, la curiosità verso il confronto. Come si potrebbero insegnare a bambini
troppo piccoli questi concetti? Come
potrebbero assímilarli se non in almeno 12 anni di scuola?
Lei chiede anche un forte cmbiamento
politico. In Italia, strutturalmente, un
cambiamento politico è già in atto, con la progressiva bípolarizzazione, personalizzazione, e, come dimostra il vertice di Pratica di Mare, anche spettacolarizzazione. Pensa ci si stia avviando nella direzione
giusta?
Il problema vero sta nel fatto che alla
gente interessano solo gli eventi apocalittici, si annoiano ad ascoltare i
problemi di tutti i giorni. Per questo,
anche negli Stati Uniti, si assiste a una progressiva spettacolarizzazione
soprattutto nei media, che diventano sempre più sensazionalistici e tendono
ad ignorare sistematicamente la vita vera delle persone se non quando sono
vittime di terremoti o altri eventi tragici.
E' un circolo vizioso dettato dalle pressioni economiche legate agli
indici di ascolto.
La lectio magistralis che ha presentato a Torino in occasione del conferimento della laurea honoris causa si
intitolava «Comopolitan Emotions?». Pensa davvero che sia il momento giusto per ribadire la necessità dell'attenzione a sentímenti cosmopoliti e altruistici quando sembra piuttosto più urgente difendere i diritti acquisti in materia di privacy, libertà di movimento, di pensiero, di associazione,
minacciati negli Usa in nome della
sicurezza e in Italia da una destra che vorrebbe schedare gli extracomunitari tramite le impronte digitali?
Quando
parlo della necessità di una prospettiva cosmopolita mi riferisco alla necessità
di sentimenti di compassione anche verso le sofferenze degli altri, sentimento
che si può insegnare solo, lo ribadisco, tramite un'educazione pubblica. Storicamente da sempre le emozioni più forti
si vivono all'intemo della famiglia e nella sfera del personale, e queste vanno
mantenute e difese, indubbiamente, ma bisogna includervi anche le emozioni di
chi è più lontano. Un sentimento che
non è incompatibile con la difesa degli altri diritti, anzi è pericoloso
separare le due sfere, perchè la storia ci dimostra che quando la famiglia si
chiude in se stessa e non accetta interventi esterni, si provocano cose molto
negative. Penso alle donne picchiate e
violentate da padri, fratelli, cugini, che non vengono difese dalla società e
dallo Stato perchè «sono fatti di famiglia».
Proprio
mercoledì a New York è stato chiuso Ground Zero. Si avverte negli statunitensi il bisogno impellente di
dimenticare il lutto dell'11 settembre.
Pensa che siano davvero capaci di superare la radicalizzazione della
politica estera che stanno attuando o che continueranno a considerarsi
minacciati e si isoleraanno ancora di più?
Dopo l'11 settembre gli americani sono rimasti sotto shock molto a lungo, ma d'altro canto si sono resi conto che esiste tutto un mondo al di fuori degli Stati Uniti, e molti hanno cominciato a porsi domande sul Pakistan o l'Afghanistan e su tutte quelle culture di cui ignoravano l'esistenza. Questo è stato indubbiamente un fatto positivo, che ha accresciuto le potenzialità culturali e immaginative. Ma adesso tutto questo è passato, si supera il lutto, e c'è il serio rischio che, tornando alla normalità, si ritrovi quell'isolazionismo e quel senso di superiorità che ha sempre caratterizzato gli Usa, che si sono in ogni momento sentiti i più ricchi, i più potenti, superiori anche per il semplice fatto che la loro, lingua viene parlata in tutto il mondo.