RASSEGNA STAMPA

31 MAGGIO 2002
editoriale
L'apocalisse dell'Occidente

Pubblicato da Marsilio "Nietzsche. L'apolide dell'esistenza" di Massimo Fini

Friedrich Nietzsche può esser considerato, in qualche modo, uno dei padri del movimento no global? E' una tesi audace, non certo peregrina: la avanza Massimo Fini, nel suo ultimo libro. Una biografia, appunto, di Friedrich Nietzsche, che, lo diciamo subito, viene intanto a colmare una seria lacuna editoriale: di studi critici dedicati al grande pensatore tedesco, ne esistono moltissimi (e molti di altissimo livello), di biografie vere, accessibili per di più a un pubblico largo, quasi non ne esistono. Bene ha fatto, dunque, questo giornalista sopraffino - che talora scrive "cose di sinistra" sui giornali di destra - a cimentarsi con un'impresa così rilevante. Con motivazioni che affondano le loro radici nella piena attualità.

Scrive Fini: "Quella crisi dell'Occidente che Nietzsche per primo annunciò, oltre un secolo fa, sta venendo a piena maturazione solo oggi. Aggredito dall'esterno da un terrorismo che esso stesso ha evocato e che ne è una proiezione, corroso all'interno da inquietudini e frustrazioni profonde di cui il movimento no global è solo la manifestazione più vistosa, l'Occidente sembra sull'orlo di una distruzione che Nietzsche preconizzò, perdendo in questa visione che appariva visionaria la propria mente...". Sono parole apocalittiche, in realtà profondamente "nicciane", anche se Fini rifiuta di definirsi come un seguace dell'autore di Al di là del bene e del male. E che ci danno conto, da sole, dell'utilità di questo lavoro.

Non è scontata, certo, l'attualità di un filosofo tedesco del secondo ottocento, pur poi diventato quasi "popolare" (si pensi al fulminante attacco sonoro di "2001 Odissea nello spazio", con le note straussiane di Zarathustra). Eppure, se si prende per buona la provocazione di Fini, l'ipotesi non di una primogenitura, ma di una misteriosa sintonia che corre da un secolo all'altro ci appare credibile. Era ai suoi posteri, a noi, insomma, a coloro che non sopportano l'ordine esistente, che Nietzsche si rivolgeva, con quasi un secolo di anticipo.

Un destino singolare

Del resto, la sorte di Friedrich Nietzsche, specie in Italia, è sempre stata alquanto singolare. A lungo amato e coltivato solo dalla destra (dal fascismo, dai filonazisti o giù di lì, che interpretavano assai sbrigativamente a loro pro la teoria dell'Uebermensch, del Superuomo), a sinistra lo si considerava a stento un filosofo. Quella sua riflessione priva, perfino, di ogni volontà organica e sistematica, e quella sua scrittura così letterariamente godibile lo collocavano, lukacsianamente, nel filone irrazionale del pensiero occidentale: come, insomma, una testimonianza della crisi che, nel '900, avrebbe investito la filosofia, la cultura, la stessa civiltà, piuttosto che come un riferimento in qualche modo "utilizzabile".

A tutt'oggi, a dispetto delle molte "rivalutazioni" nel frattempo intervenute, su Nietzsche continua a pesare una notevole diffidenza politica, come se davvero egli fosse uno dei numi tutelari del nazismo e dell'estrema destra. Anche su questa non marginale faccenda, la biografia di Fini contribuisce a portare chiarezza: Nietzsche fu soprattutto un uomo singolarmente "apolitico" ed appartato, ma sicuramente ebbe orrore dell'antisemitismo e lo avversò (a differenza della sorella Elizabeth Forster) finché fu lucido.

Al di là di tutto, è bene considerarlo per quello che certamente fu: un critico implacabile delle grandi costruzioni della cultura cristiana e liberale e, soprattutto, di quell'ottimismo "assoluto" che tanto informa di sé il capitalismo occidentale. Il Nietsche "protonazista", o il Nietzsche pazzo per sifilide, è ancora parte integrante della incapacità dell'establishment di fare i conti con un messaggio che sgretola ogni certezza e ogni rassicurazione. E fa paura.

Un libro "da bere"

Frutto, dunque, di un lavoro di elaborazione e ricerca durato vent'anni, questo Nietzsche. L'apolide dell'esistenza (Marsilio, Venezia, 2002), non si fa leggere d'un fiato, si fa "bere". Per quasi quattrocento pagine, Fini racconta una vita nella quale non succede quasi nulla, nella quale, cioé, gli eventi essenziali si contano sulle dita di una mano: lo spostamento di Nietzsche da un albergo all'altro, tra Italia e Francia, gli attacchi di emicrania continui, la tormentatissima scrittura e pubblicazione di libri che si rivelano veri e propri fiaschi editoriali, la costruzione di pochi intensi rapporti umani e di clamorose rotture - fino all'evento più tristemente celebre, quello della follia e della demenza che occupa gli ultimi undici anni della sua vita.

Dal punto di vista della cronaca, insomma, si tratta di una vita quasi da "borghese piccolo piccolo", da professore di provincia timido, imbranato, malato cronico, che non riuscì a trovar moglie (e non ebbe mai una vera storia d'amore o di sesso con una donna). Eppure Fini rende questa esistenza così scarna esteriormente (e dentro così intensa, ricca e "patologica") più avvicente di un romanzo d'avventura. Nella sua scrittura, c'è passione - anzi, com-passione - ma c'è soprattutto rigore critico e anche una notevolissima capacità di contestualizzare: la sua chiave di lettura è quella che vede in Nietzsche non solo un filosofo troppo in anticipo rispetto al tempo in cui visse, destinato per forza all'incomprensione e all'ostracismo dei suoi contemporanei, ma una figura nella quale la persona e il pensatore vivono, da sempre, in drammatica antitesi. Per poter elaborare, da "dilettante" (come filosofo Nietzsche può esser considerato tale) le sue straordinarie intuizioni sull'"eterno ritorno", ma soprattutto sulla crisi irreversibile di tutti i valori fondanti della civiltà occidentale (dal cristianesimo alla famiglia, fino ai "buoni sentimenti"), il filosofo deve rinunciare a vivere una vita normale: questa tesi di Fini ci pare persuasiva. E l'esplosione della pazzia si produce nel momento in cui la convivenza tra le due dimensioni non è più, umanamente, possibile. Le pagine in cui Fini ricostruisce - con pudicizia estrema ed estremo vigore drammatico - il Nietzsche che perde la ragione, abbracciando tra i singhiozzi un vecchio ronzino percosso, sono tra le più belle e toccanti del libro. Alla fine, è quasi impossibile non identificarsi, non provare un moto profondo di pietà, una sensazione forte di rammarico: quella di Friedrich Nietzsche, in fin dei conti, fu una lunga vita di sofferenza e infinita solitudine. Ogni essere umano, forse, è condannato ad una dose più o meno grande, di solitudine: ma quell'enfant prodige, quel filologo precoce, quel geniale pensatore, fu più solo di tutti.

P. S. - Su questo libro, assolutamente da leggere, faccio un solo appunto critico: è afflitto da misoginia. Tutte le donne che hanno a che fare con Nietzsche sono, in qualche modo, pessime. Come la sorella, che usò i libri (e la popolarità postuma) del suo povero fratello per fare i soldi (e poi diventare nazista). Come l'arrogante Cosima Wagner. Come la madre, che non era cattiva, ma stupida. Come la celebre Lou Salomè, rappresentata, a dir poco, come perfida. Possibile che non se ne salvi una?
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