![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 MAGGIO 2002 |
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Tra poche
ore a Seul comincerà il campionato mondiale di calcio. Bisogna aggiungere
"tra umani", perché in parallelo si svolgerà in terra giapponese, a
Fukuoka, un campionato di calcio tra umanoidi. Allestito dalla RoboCup,
un'organizzazione internazionale di ricercatori che si prefigge di promuovere
scienza e tecnologia mediante il gioco del calcio, il campionato alternativo
sarà giocato da squadre di tre "elementi" al massimo.
Gli
"elementi" saranno robot umanoidi suddivisi in quattro classi, a
seconda dell'altezza: 40, 80, 120, 180 centimetri. Date le difficoltà tecniche
da superare, le partite saranno quasi certamente uno contro uno, ma l'ottimismo
della RoboCup supera quello di Trapattoni: il traguardo che si prefiggono i
ricercatori è quello di costruire una squadra di robot capace di sfidare e
battere una rappresentativa umana entro il 2050.
Del resto le
premesse ci sono: Deep Blue ha battuto Kasparov a scacchi. Tra gli scacchi e il
calcio, tuttavia, ci sono parecchie differenze: la principale è che nel calcio
entra in gioco il corpo, che negli scacchi ha poca importanza. Gli studi
tradizionali di Intelligenza Artificiale hanno sempre privilegiato la mente, il
formalismo astratto, il linguaggio, la logica e hanno trascurato quello che,
nell'uomo, è il supporto indispensabile delle capacità cognitive. I limiti di
questa impostazione sono apparsi subito evidenti.
I programmi
linguistici e astratti se la cavano piuttosto bene con i problemi di matematica
e di logica, ma si rivelano disastrosi nei settori che hanno a che fare con la
materialità: parcheggiare un'automobile, cucinare o attraversare una strada
sono compiti che gli umani affrontano con disinvoltura, ma per l'IA di tipo
tradizionale sono insuperabili. I ricercatori hanno allora dovuto corredare
l'intelligenza disincarnata dei loro programmi con un corpo artificiale, capace
di ricevere stimoli e informazioni dall'ambiente e di agire di conseguenza.
Insomma l'IA
si è alleata alla robotica, cioè alla disciplina che studia e costruisce quelle
macchine da fantascienza che imitano il comportamento meccanico degli umani. La
parola robot deriva da una radice slava che significa lavorare: il robot è
dunque un lavoratore che, come il golem di tradizione ebraica, è al servizio
dell'uomo per sollevarlo dai compiti più pesanti (e oggi, sembra, dalle fatiche
sportive). Ma, come il golem, anche il robot può ribellarsi al suo costruttore
e metterne in pericolo la vita.
È questo il
soggetto di un dramma del boemo Karel Capek,
R.U.R, Rossum's Universal Robots, che andò in scena a Londra nel 1923 e,
grazie al suo successo, decretò la diffusione della parola robot. All'origine
dell'intreccio c'è una strabiliante scoperta dello scienziato Rossum (da
un'altra radice slava, che significa ragione): la formula della sostanza che
può dare la vita alla materia inanimata. Ma quando i robot diventano troppo
simili agli uomini si ribellano e uccidono i detentori del potere. Ci sono
tutti i temi dell'ambivalente rapporto tra il creatore e la creatura (si pensi
al mostro del dottor Frankenstein, nato dalla fantasia di Mary Shelley).
Il sogno di
Rossum, di Frankenstein e dei loro piccoli e grandi epigoni sta forse per
avverarsi: costruiremo una stirpe di creature a nostra immagine e somiglianza.
Per ora capaci (quasi) di giocare al pallone, ma in futuro, chissà, capaci di
sostituirci a tutti gli effetti.
Alla gara per la costruzione degli androidi pedatori parteciperà anche l'Italia, con una squadra di robot non ancora umanoidi, bensì quadrupedi: un passo alla volta, come nell'evoluzione biologica. Questi animaloidi appartengono alla categoria Aibo, dal nome del cane-robot costruito dalla Sony qualche anno fa, il quale obbedisce a certi comandi vocali ("siediti", "alzati"), apprende con l'esperienza, sa esprimere col muso rabbia, gioia e tristezza, reagisce ai colori ed evita gli ostacoli. Ora Aibo impara il gioco del calcio.