Einstein e Pitagora? Una volta erano arabi
C’è stato un momento nella storia dell'umanità,
tra il nono e il quindicesimo secolo, in cui la lingua della scienza era
l'arabo. Dalla matematica all'astronomia, dalla chimica alla medicina, il
sapere scientifico parlava con la voce del Corano.
Questo accadeva mentre nell'Europa del medioevo l'invenzione degli ellenisti,
la scienza che si muove per modelli ed esperimenti, era ormai dimenticata da
molto tempo. Anche a causa dell'incapacità dei romani di capirle e farle
proprie, infatti, le conoscenze di chimica erano state via via adulterate dalla
magia trasformandosi nel girare a vuoto dell'alchimia. L'astronomia si era
tradotta in pura e semplice divinazione astrologica. La medicina in una pratica
che, quasi sempre, peggiorava la malattia.
Poi arrivano gli arabi. Il popolo venuto dal deserto che aveva riempito una
grande parte del mondo allora conosciuto - dall'India alla Spagna, dalla
Sicilia allo Yemen - di giardini e porti commerciali, di fontane e di minareti.
E che riprende, riscopre e valorizza la scienza ellenistica.
Traducendo i testi dei grandi pensatori greci, prima di tutto. E poi, una volta
ereditata quella cultura di mille (e più) anni prima, ecco fiorire nuove
conoscenze per la medicina, la matematica, l'astronomia, la fisica, la
geologia, l'ottica, la botanica, la chimica.
Questa lunga parentesi extraeuropea della cultura scientifica ci viene
raccontata da Ahmed Djebbar, storico della scienza all'Università di Parigi
(Paris-Sud) e matematico. Il suo libro, Storia della scienza araba, è in
libreria in questi giorni per i tipi della Raffaello Cortina Editore (366
pagine, 26 euro).
E' la storia di un Islam che non crede - come invece accadeva in quegli anni al
cristianesimo - che le conoscenze scientifiche siano un insulto a Dio. I
sapienti, anzi, si fanno forti del motto del Profeta: "Cercate la scienza,
perfino in Cina".
E' il periodo dell'enciclopedico Avicenna (ibn Sina), di Averroè (Ibn Rushd),
di Al-Kindi e di centinaia di scienziati - non tutti musulmani, anzi spesso
cristiani, ebrei o di altre religioni - che hanno tradotto dapprima Aristotele,
Tolomeo e gli altri greci. Non solo: alla fine del 900, il califfo di Cordova,
al-Hakam II finanzia vere e proprie spedizioni scientifiche inviate in Oriente
per "catturare" i testi scientifici e filosofici più importanti.
Ma perché proprio nell'Impero arabo? E perché proprio allora? Djebbar
suggerisce che tra le cause vi sia anche la necessità - allora imprescindibile
- di autenticare il Corano che, per molto tempo dopo la morte di Maometto, è un
testo solo orale. «I metodi - spiega Djebbar - erano diversi: paragonare tra di
loro le tradizioni orali, procedere per induzione, per analogia, cercare le
eventuali contraddizioni interne... Questi lavori condotti attorno alla
convalida del messaggio del Profeta, hanno contribuito, grazie al loro spessore
critico... a creare una mentalità scientifica. E hanno fondato un corpus
intellettuale razionale che ha preluso allo sviluppo della scienza araba».
Che non si staccherà mai del tutto dall'abbraccio della religione. La pratica
dell'astronomia, ad esempio, sarà anche motivata dalla necessità di determinare
i momenti della preghiera, stabilire un calendario lunare che dia certezza su
quando cade il Ramadan (il periodo del digiuno e della preghiera), conoscere la
direzione della Mecca, per orientare moschee e preghiere.
Sta di fatto che questa spinta religiosa porterà a riflettere sulla possibilità
che la Terra giri su se stessa (At Tusi, XII secolo), alle scoperte
sull'ottica, all'invenzione dell'algebra (Al Kwarizmi), alle primi intuizioni
dell'analisi combinatoria (Ibn Munim e Ibn al Banna) e del processo di
formazione delle montagne come effetto del trascorrere di ere geologiche.
Addirittura (nel decimo secolo) alle prime intuizioni di una evoluzione naturale
"dai minerali, ai vegetali, agli animali, all'uomo". E poi la
tecnologia: dalla stilografica inventata dal califfo fatimide al-Mu'izz, agli
orologi meccanici realizzati in Andalusia nell'XI secolo.
Ma uno dei maggiori contributi alla diffusione della scienza in tutto il
Mediterraneo e l'Europa è stato dato dagli arabi con una scelta industriale e
culturale insieme: la fabbricazione su grande scala della carta e il suo
utilizzo come supporto per l'insegnamento delle conoscenze scientifiche. I
califfi hanno costruito decine di cartiere in tutto l'impero, adattando i
prodotti alla necessità di trasmettere: quando si doveva portare informazioni
su lunghe distanze servivano i piccioni viaggiatori e c'erano delle cartiere
arabe specializzate nella fabbricazione di carta così leggera da poter essere
trasportata da questi messaggeri anche in grande quantità.
Poi, quasi all'improvviso, tra il XV e il XVI secolo, il Rinascimento fa
compiere alla scienza un salto di qualità, la affranca dalla teologia e la
vincola all'esperienza. Ma la sua lingua non è più l'arabo, i suoi mecenati non
sono più i califfi. Sono l'Europa, i Comuni, le Signorie, il latino, il volgare
italiano ad esprimerla. Da allora l'arabo non sarà più la lingua franca della
conoscenza.
Perché? Il libro di Djebbar non si sofferma molto su questo, ma quando ne parla
accenna ai due grandi shock del XII e XIII secolo: l'invasione dei mongoli (che
arrivano a conquistare Bagdad e a decapitarne il califfo) e le crociate. E vi
aggiunge il pesantissimo confronto ideologico interno tra ortodossi e sciiti.
Il risultato finale sarà la fine della egemonia culturale araba. |