RASSEGNA STAMPA

24 MAGGIO 2002
ROMEO BASSOLI
Einstein e Pitagora? Una volta erano arabi
C’è stato un momento nella storia dell'umanità, tra il nono e il quindicesimo secolo, in cui la lingua della scienza era l'arabo. Dalla matematica all'astronomia, dalla chimica alla medicina, il sapere scientifico parlava con la voce del Corano.
Questo accadeva mentre nell'Europa del medioevo l'invenzione degli ellenisti, la scienza che si muove per modelli ed esperimenti, era ormai dimenticata da molto tempo. Anche a causa dell'incapacità dei romani di capirle e farle proprie, infatti, le conoscenze di chimica erano state via via adulterate dalla magia trasformandosi nel girare a vuoto dell'alchimia. L'astronomia si era tradotta in pura e semplice divinazione astrologica. La medicina in una pratica che, quasi sempre, peggiorava la malattia.
Poi arrivano gli arabi. Il popolo venuto dal deserto che aveva riempito una grande parte del mondo allora conosciuto - dall'India alla Spagna, dalla Sicilia allo Yemen - di giardini e porti commerciali, di fontane e di minareti. E che riprende, riscopre e valorizza la scienza ellenistica.
Traducendo i testi dei grandi pensatori greci, prima di tutto. E poi, una volta ereditata quella cultura di mille (e più) anni prima, ecco fiorire nuove conoscenze per la medicina, la matematica, l'astronomia, la fisica, la geologia, l'ottica, la botanica, la chimica.
Questa lunga parentesi extraeuropea della cultura scientifica ci viene raccontata da Ahmed Djebbar, storico della scienza all'Università di Parigi (Paris-Sud) e matematico. Il suo libro, Storia della scienza araba, è in libreria in questi giorni per i tipi della Raffaello Cortina Editore (366 pagine, 26 euro).
E' la storia di un Islam che non crede - come invece accadeva in quegli anni al cristianesimo - che le conoscenze scientifiche siano un insulto a Dio. I sapienti, anzi, si fanno forti del motto del Profeta: "Cercate la scienza, perfino in Cina".
E' il periodo dell'enciclopedico Avicenna (ibn Sina), di Averroè (Ibn Rushd), di Al-Kindi e di centinaia di scienziati - non tutti musulmani, anzi spesso cristiani, ebrei o di altre religioni - che hanno tradotto dapprima Aristotele, Tolomeo e gli altri greci. Non solo: alla fine del 900, il califfo di Cordova, al-Hakam II finanzia vere e proprie spedizioni scientifiche inviate in Oriente per "catturare" i testi scientifici e filosofici più importanti.
Ma perché proprio nell'Impero arabo? E perché proprio allora? Djebbar suggerisce che tra le cause vi sia anche la necessità - allora imprescindibile - di autenticare il Corano che, per molto tempo dopo la morte di Maometto, è un testo solo orale. «I metodi - spiega Djebbar - erano diversi: paragonare tra di loro le tradizioni orali, procedere per induzione, per analogia, cercare le eventuali contraddizioni interne... Questi lavori condotti attorno alla convalida del messaggio del Profeta, hanno contribuito, grazie al loro spessore critico... a creare una mentalità scientifica. E hanno fondato un corpus intellettuale razionale che ha preluso allo sviluppo della scienza araba».
Che non si staccherà mai del tutto dall'abbraccio della religione. La pratica dell'astronomia, ad esempio, sarà anche motivata dalla necessità di determinare i momenti della preghiera, stabilire un calendario lunare che dia certezza su quando cade il Ramadan (il periodo del digiuno e della preghiera), conoscere la direzione della Mecca, per orientare moschee e preghiere.
Sta di fatto che questa spinta religiosa porterà a riflettere sulla possibilità che la Terra giri su se stessa (At Tusi, XII secolo), alle scoperte sull'ottica, all'invenzione dell'algebra (Al Kwarizmi), alle primi intuizioni dell'analisi combinatoria (Ibn Munim e Ibn al Banna) e del processo di formazione delle montagne come effetto del trascorrere di ere geologiche. Addirittura (nel decimo secolo) alle prime intuizioni di una evoluzione naturale "dai minerali, ai vegetali, agli animali, all'uomo". E poi la tecnologia: dalla stilografica inventata dal califfo fatimide al-Mu'izz, agli orologi meccanici realizzati in Andalusia nell'XI secolo.
Ma uno dei maggiori contributi alla diffusione della scienza in tutto il Mediterraneo e l'Europa è stato dato dagli arabi con una scelta industriale e culturale insieme: la fabbricazione su grande scala della carta e il suo utilizzo come supporto per l'insegnamento delle conoscenze scientifiche. I califfi hanno costruito decine di cartiere in tutto l'impero, adattando i prodotti alla necessità di trasmettere: quando si doveva portare informazioni su lunghe distanze servivano i piccioni viaggiatori e c'erano delle cartiere arabe specializzate nella fabbricazione di carta così leggera da poter essere trasportata da questi messaggeri anche in grande quantità.
Poi, quasi all'improvviso, tra il XV e il XVI secolo, il Rinascimento fa compiere alla scienza un salto di qualità, la affranca dalla teologia e la vincola all'esperienza. Ma la sua lingua non è più l'arabo, i suoi mecenati non sono più i califfi. Sono l'Europa, i Comuni, le Signorie, il latino, il volgare italiano ad esprimerla. Da allora l'arabo non sarà più la lingua franca della conoscenza.
Perché? Il libro di Djebbar non si sofferma molto su questo, ma quando ne parla accenna ai due grandi shock del XII e XIII secolo: l'invasione dei mongoli (che arrivano a conquistare Bagdad e a decapitarne il califfo) e le crociate. E vi aggiunge il pesantissimo confronto ideologico interno tra ortodossi e sciiti. Il risultato finale sarà la fine della egemonia culturale araba.
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