![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 MAGGIO 2002 |
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Le provocazioni di un paleontologo che credeva in una scienza
pubblica
"Vi
porgo le mie scuse per intromettermi in una mattinata così compiutamente
gradevole con la notizia, potenzialmente fastidiosa, che il mondo finirà oggi.
Precisamente, a mezzogiorno". Così sorrideva, birbante, cinque anni fa
Stephen Jay Gould, fra le righe di uno dei suoi articoli al vetriolo contro
il creazionismo. Biologo teorico e paleontologo fra i maggiori del secolo,
Gould è morto di cancro a 60 anni, l'altro ieri notte a Manhattan, mentre
dormiva fra i libri del suo studio. Ancora bambino, spaventato e ipnotizzato in
un museo di fronte allo scheletro di un tirannosauro, Gould aveva capito che
sarebbe divenuto un paleontologo. Fece di più. Portò per mano la paleontologia,
scienza ibrida e a volte trattata da vicaria di discipline più accreditate, a divenire
protagonista di una delle grandi dispute scientifiche del secolo: quella
attorno alla storia della vita sulla Terra. E costrinse la comunità scientifica
a mettere in discussione idee radicate e cristallizzate sull'evoluzione
darwiniana. Nel 1972 Gould sviluppò assieme a Niles Eldredge una teoria
rivoluzionaria - e ancora oggi discussa - sulle caratteristiche dell'evoluzione
delle specie, reinterpretando i dati paleontologici. Mancavano all'appello
tanti "anelli intermedi" dell'evoluzione: fossili che facessero da
ponte fra specie diverse e mostrassero l'evolvere con continuità, milione di
anni dopo milione di anni, di un organismo in un altro. Perché? Non certo,
dissero i due giovani scienziati, perché i ritrovamenti fossili sono rari,
fortuiti e quindi incompleti. Ma per il semplice fatto che tali anelli mancanti
non esistono: che ci piaccia o ci spaventi, sostennero Gould ed Eldredge,
natura facit saltus. L'evoluzione non procede attraverso un percorso di
speciazione continuo, lentissimo, di modifiche graduali nelle caratteristiche
degli organismi, ma per periodi di stasi (gli "equilibri"), alternati
("punteggiati") con improvvisi, bruschi balzi durante i quali interi
gruppi di viventi si differenziano velocemente (su scala geologica). Non solo.
L'evoluzione non ha un fine né una direzione: gioca col caso e vive delle
contingenze storiche. Non è un percorso lineare, progressivo, dal semplice al
complesso o dall'imperfetto al perfetto, ma un cespuglio intricato,
pasticciato, affascinante. Se riavvolgessimo indietro il film della vita sulla
Terra, amava dire Gould, e poi lo lasciassimo andare avanti di nuovo, non
vedremmo accadere la stessa storia, ma una tutta diversa. Che non terminerebbe
necessariamente con noi, uomini e donne, né necessariamente con altre specie
autocoscienti.
Considerato
per anni un eretico, quando lui invece si sentiva legittimo erede del pensiero
di Darwin, Gould si scontrò con l'ultradarwinismo ("fondamentalismo",
lo chiamava lui) di Richard Dawkins, sostenitore della teoria del "gene
egoista", e quello di Daniel Dennett, il celebre filosofo della mente
riduzionista.
Professore a
Harvard, grande figura di intellettuale della sinistra americana, Gould
sembrava riunire in sé l'intelligenza pragmatica di un americano, il gusto per
l'arguzia di un Bernard Shaw e la profondità culturale, la passione per il
problema e il metodo tipiche della cultura europea. Fu divulgatore tra i più
importanti. Ogni idea scientifica, diceva, se è davvero valida, si può
comunicare a chiunque senza perdere in rigore e profondità. E lui ci riuscì: in
libri come Il pollice del panda, Quando i cavalli avevano le dita, Il sorriso
del fenicottero, La vita meravigliosa (per citare alcuni dei best seller
tradotti da noi), portò per mano il lettore non solo attraverso i fatti e le
nozioni, ma soprattutto a esplorare i processi, i dubbi, le lotte della
paleontologia e della biologia evolutiva.
Conferenziere,
opinionista, uomo pubblico (recentemente era comparso in forma di cartoon in
una puntata dei Simpsons), fu protagonista di importanti battaglie culturali e
politiche. Prima fra tutte, quella contro la lobby creazionista e i suoi
tentativi di imporre nelle scuole l'insegnamento "biblico" a fianco,
o in sostituzione, di quello darwiniano. O quella contro il razzismo
pseudoscientifico. In Intelligenza e pregiudizio, libro frizzante e geniale,
Gould mise alla berlina le teorie razziste sull'intelligenza rivestite a nuovo
nella forma scientista dei test per il QI, tramite i quali alcuni studiosi
tentarono di far rientrare dalla finestra una inferiorità razziale delle
minoranze che il politically correct aveva reso insostenibile in forma
esplicita. Gould mostrò come studi apparentemente rigorosi (quelli celebri, ad
esempio, sull'ereditarietà dell'intelligenza effettuati sui gemelli monozigoti
che vivono in ambienti diversi), fossero invece drammaticamente influenzati dai
pregiudizi sociali e culturali degli autori.
Brillante e
arrogante, caustico e impertinente, Gould fu adorato e odiato, invidiato e
lusingato dai media come dai colleghi. Eminenti biologi scrissero che era uno
"le cui idee sono così confuse che non vale granché la pena di
occuparsene".
Gould aveva già sconfitto un cancro, negli anni `80. Per farsi la forza e lottare contro il mesotelioma addominale, aveva scritto un saggio brillante intitolato, parafrasando McLuhan, The Median is not the Message. Rivisitava le statistiche di sopravvivenza per il suo tipo di tumore (la "mediana" statistica diceva: otto mesi di vita) e mostrava come invece la metà dei pazienti poteva vivere molto di più. Così fece. Solo oggi, vent'anni dopo, un nuovo tumore lo ha sconfitto. Non lo diciamo per retorica, ma con certezza: ne sentiranno la mancanza, bruciante, anche i suoi acerrimi nemici.