![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 MAGGIO 2002 |
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Pubblicate le "Conferenze di Brema e Friburgo" sulla
tecnica e sulla logica
Continua la
grande scelta editoriale di Adelphi, inerente la pubblicazione delle opere di
Martin Heidegger (1889-1976), iniziata nel 1987, diretta da Franco Volpi. Le
"Conferenze di Brema e Friburgo", a cura di Petra Jaeger, con
edizione italiana curata da Volpi e traduzione di Giovanni Gurisatti,
offrono agli appassionati di filosofia, un grande viaggio dentro il pensiero
heideggeriano, sulla questione della tecnica, quale chiave essenziale per la
comprensione del mondo odierno (1949- Brema) e sulle distanze che prende
l'autore dai tradizionali principi della logica (1957-Friburgo).
Con le sue
riflessioni sulla tecnica, Heidegger pone il dito dentro le piaghe e le
angoscie dell'epoca: siamo nel periodo di ricostruzione postbellica; il grande
filosofo tedesco è appena stato giudicato e condannato dalla Commission
d'Epuration, per il suo trascorso nazionalsocialista; il clima è teso e si vive
un disagio di fronte al futuro del mondo tecnicizzato. Negli anni Cinquanta
ebbe grande successo il romanzo di Aldous Huxley "Il mondo nuovo",
di estremo pessimismo nei confronti del destino umano che sbocca in un sistema
totalitario del tutto privo di politica, completamente dominato dalla tecnica.
Già nel 1932
Ernst Jünger aveva esposto nell'"Operaio" la sua tesi secondo cui
il mondo tecnico è destinato ad apparire come una potenza estranea in quanto
non sarà mai raggiunta la "perfezione della tecnica" per mezzo della
tecnicizzazione dell'interiorità dell'uomo. Un'umanità nuova, sognata da Jünger
potrebbe essere impersonata dalla figura dell'"operaio", padrone
della macchina in quanto "uomo libero", nietzscheanamente inteso. Il
clima in cui prende dunque a far sentire la sua voce Heidegger è
prevalentemente quello di demonizzazione e condanna della tecnica, ritenuta
devastatrice, nefasta, demoniaca, nemica dell'uomo...
"La
tecnica - dice Heidegger - è il modo in cui il reale si disvela", ovvero
si libera, esce fuori, ("pro-vocazione") mostrandosi a noi.
L'aggressione tecnica trasforma la natura in una "risorsa" reale o
potenziale e per raggiungere fini positivi è necessario predisporre una
sicurezza pianificante della risorsa; le conseguenze della tecnica possono
essere controllate solo con i mezzi della tecnica stessa.
L'"impianto" heideggeriano - in cui tutto è interconnesso - è dunque
formato da pro-vocazione, risorsa, sicurezza della risorsa.
Heidegger -
come acutamente sottolinea Volpi nella sua Avvertenza iniziale - è
"convinto che il sistema della tecnica non dipenda da una macchinazione
dell'uomo né da una sua voluta malvagità, Heidegger ritiene che oggi "ciò
che è veramente inquietante non è il fatto che il mondo diventi un mondo
completamente tecnico. Di gran lunga più inquietante è che l'uomo non sia
affatto preparato a questa trasformazione del mondo". "E soprattutto
ritiene - prosegue il curatore dell'opera - che il sistema della tecnica non
sia sussumibile o governabile sotto una forma politica piuttosto che un'altra:
"Il movimento planetario della tecnica moderna è una potenza la cui
grandezza, storicamente determinante, non può essere affatto sopravvalutata. E'
per me oggi un problema decisivo come si possa assegnare un sistema politico -
e quale - all'età della tecnica".
L'aspetto
pericoloso, il rischio del pericolo, agli occhi del filosofo appare consistere
nel fatto che la vita diventi unidimensionale, priva di alternative e che
l'uomo dimentichi un altro modo di incontrare il mondo, vivendo in esso.
"Che cosa significa pensare?" - chiede Heidegger, a proposito della natura del pensiero e delle sue leggi.