![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 MAGGIO 2002 |
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Al convegno
della Fondazione Balzan il presidente della Royal Society fa il punto sui
rapporti tra scienza e pubblico
E'
giusto incoraggiare il perseguimento della conoscenza scientifica? Il motivo principale del sempre più generoso
finanziamento pubblico della ricerca sta nel fatto che, per dirla con Tony
Blair, «la "Base Scienza" è il fondamento assoluto della performance
economica». Le analisi di un tempo
indicavano che nei Paesi industrializzati l'aumento di produttività era dovuto
agli investimenti in capitale e lavoro, ma non riuscivano a spiegare la
crescita economica dell'ultimo mezzo secolo; invece le analisi attuali
attribuiscono fino al 50% di quell'aumento alle nuove conoscenze.
Più
in generale, i Governi hanno tre buone ragioni per investire nella Base
Scienza. In ordine di importanza
crescente, sono queste: per le conoscenze che così si acquisiscono; per pagare
l'ingresso nel club più ampio dei produttori di sapere; per avere quadri
giovani con una buona formazione, alcuni dei quali rientreranno nel processo
di produzione del sapere, mentre altri ne trasferiranno i prodotti negli
affari, nell'industria, nella finanza, nella pubblica amministrazione.
In
breve, nell'ampio spettro che va dall'arte alle discipline umanistiche, alle
scienze sociali, alla scienza, alla medicina e all'ingegneria (da qui in poi
riunirò le ultime tre sotto la voce "scienza") quelli che conquistano
nuovi territori sono spinti per lo più dalla curiosità mentre i loro mecenati -
i Governi in primis, per conto dei contribuenti - lo sono da interessi
economici concreti. Questo patrimonio
di interessi diversi provoca tensioni a volte, soprattutto quando il mecenate
vuole incanalare una curiosità che non lascia arginare. A conti fatti però l'unione ha dato frutti
spettacolari.
Una seconda domanda deriva
dalla prima; come usare la consulenza scientifica per prendere misure politiche
e conservare la fiducia dell'opinione pubblica? Il nuovo ha sempre suscitato diffidenza: nei confronti del fatto
che il nostro pianeta non fosse al centro dell'universo, o della vaccinazione
contro il vaiolo duecento anni fa, o dei treni che correvano veloci nelle
gallerie per cui i viaggiatori, sarebbero rimasti asfissiati. Oggi, e ce ne
rallegriamo, le nostre conoscenze sul mondo sono state applicate allo scopo di
allungarci la vita (mediamente di 46 anni mezzo
secolo fa, ora di 64); per
raddoppiare la produzione di cibo, negli ultimi 35 anni, usando soltanto un
10% di superficie in più; per alleviare la fatica quotidiana con - in media globale
- un sussidio energetico pro capite 14 volte superiore alle necessità
metaboliche fondamentali, cioè a quelle che dovevano bastarci ai tempi in cui
eravamo cacciatori-raccoglitori. Al contempo, ci accorgiamo delle conseguenze
negative e inaspettate a dispetto delle buone intenzioni: nei Paesi sviluppati
così come in quelli in via di sviluppo, il miglioramento della salute significa
che la popolazione continua ad aumentare; la Rivoluzione verde ha costi
ambientali sempre più evidenti, e quei sussidi energetici tratti da
combustibili fossili (sussidi che variano molto da Paese a Paese) stanno
modificando il clima globale.
Questa consapevolezza - non
una sfiducia nella scienza, ma la consapevolezza delle conseguenze impreviste -
cresce insieme alle conoscenze scientifiche della cittadinanza e ci porta a
interrogarci sull'uso che faremo delle conoscenze di domani, su quale domani
vogliamo creare con le possibilità offerte dalla scienza, con i vincoli che la
scienza mette in luce, invece di lasciare che le cose accadano. Dovremo ammettere con maggior franchezza
che esistono zone di dubbio, che non sempre sappiamo definire con precisione i
possibili benefici e il loro rovescio; i rischi per la sicurezza o i problemi
etici che potrebbero comportare.
Vorrei
riflettere sulle vie di uscita da questo labirinto, prima accennando a precetti
ideali e poi alle
zone d'ombra, che separano
l'ideale dalla sua realizzazione. Lo
farò seguendo i principi espressi dal professor David King, Primo consulente
scientifico del Governo britannico, nelle «Guidelines for Scientific Advice in
Policy Making», appena ripubblicate dopo un riesame approfondito a cinque anni
dalla loro adozione. Innanzitutto, il processo di consulenza scientifica deve
essere aperto e complessivo, richiamare gli esperti più qualificati e tenere
conto delle voci dissenzienti. Oltre
alle competenze strettamente scientifiche, ha bisogno di esperti in
giurisprudenza, etica, sociologia. I
conflitti d'interesse dei partecipanti vanno sempre identificati ma, in linea
generale, non devono portare a esclusioni.
Le preoccupazioni per la sicurezza vanno trattate in maniera commisurata
al rischio incorso. Le incertezze
scientifiche vanno ammesse esplicitamente (così come va ammesso che, proprio
nel caso di problemi che stanno ai limiti delle attuali conoscenze o li
superano, servono gli scienziati migliori, quelli capaci di scalare la roccia
nuda senza l'ausilio della via ferrata - pioli e corde - lasciata dai
pionieri). Cosa ancora più importante,
e ancora più difficile, occorre cercare di distinguere tra i fatti e le incertezze
scientifiche che fanno da quadro al dibattito, e le scelte politiche guidate
dall'opinione pubblica, che spesso hanno a che fare con valori, sentimenti e
credenze.
Nella pratica, le difficoltà
sono varie e numerose. In primo luogo,
molti partecipanti al processo di consultazione possono avere fini estranei al
dibattito in corso, come attori che salgono sul palco mascherati. Possono trasformare una discussione sul da
farsi, basata su valori esplicitati, guidata e vincolata dalla miglior comprensione
possibile dei fatti e delle incertezze scientifiche pertinenti, in qualcosa che
somiglia allo scontro tra le parti in un'aula di tribunale, in cui la scienza
viene ritoccata deliberatamente, presentata in maniera selettiva o addirittura
distorta al servizio di un'inconfessata crociata ideologica. In secondo luogo, anche quando è possibile
una valutazione accurata e oggettiva, questa può divergere parecchio dai
sentimenti soggettivi. Più
problematiche, anche se frequenti, sono le circostanze in cui non ne sappiamo
abbastanza per valutare il rischio ma possiamo fornire soltanto stime
approssimate, probabili ordini di grandezza, o elementi su cui basare una congettura
(per analogia con la scraple endemica da secoli nelle pecore, era pensabile
che nemmeno l'encefalopatia spongiforme bovina infettasse gli esseri umani: un
buon punto di partenza per una congettura che si dimostrò tuttavia sbagliata). E bisogna resistere alla tentazione, sempre
presente, di evitare il conflitto tra le voci discordanti che si contendono il
mercato delle idee, un conflitto spesso irritante per governanti usi a
raggiungere pacatamente un consenso a porte chiuse. Ma nei secoli la contesa
fra opinioni diverse è stata utilissima alla scienza e forse dovremmo
imparare ad allargarla a tutte le forme di consulenza scientifica al servizio
dell'agire politico: rendere pubblici i consigli ricevuti e le incertezze non
può che ingenerare fiducia.
Citerò
due casi in cui questi precetti sono stati messi in pratica nel mio
Paese. Per decidere se la ricerca
sulle cellule staminali embrionali (fino a 14 giorni), applicata fino a quel
momento soltanto alle cure dell'infertilità, andava estesa per indirizzarsi ad
altre terapie potenziali, ci sono stati tre anni di consultazioni e di
dibattiti pubblici, divisi in due tappe di 18 mesi ciascuna. La comunità dei ricercatori è stata attiva
nel chiarire i possibili benefici in campo medico, e i limiti della ricerca
sulle cellule staminali adulte (una situazione che potrebbe cambiare in
futuro, probabilmente sulla scia della ricerca sulle cellule embrionali). Su questo sfondo si è svolto un dibattito
democratico e ancorato ai valori, nel quale alcuni volevano estendere la
legislazione precedente, e altri si opponevano. Il voto secondo coscienza ha espresso nelle due camere del Parlamento
una chiara maggioranza a favore dell'estensione. Per me, si tratta di un bell'esempio di coinvolgimento aperto e
ampio, di distinzione tra fatti e incertezze scientifiche da un lato e dibattito
sulle scelte politiche dall'altro (in queste ultime, la scienza in quanto tale
non ha voce in capitolo più di altri).
Al
contrario, qui e nel resto del Vecchio Mondo, nel dibattito sulle piante
transgeniche la cittadinanza ha mostrato scarso entusiasmo per una tecnologia
che potrebbe comportare alcuni rischi (più per l'ambiente che per la salute
umana) senza offrire per ora prodotti vantaggiosi ai consumatori dei Paesi
industrializzati. Lo trovo un atteggiamento
sensato. Quando arriveranno gli
organismi geneticamente modificati di seconda generazione e offriranno al
consumatore vantaggi nutritivi o di altro tipo, prevedo che l'opinione pubblica
tornerà a dibattere e a soppesarne i benefici e i problemi potenziali senza
pregiudizi né dogmatismi, con lo stesso buon senso.
Invece di lasciare che le cose accadano con le conseguenze impreviste verificatesi in passato, conviene imparare a scegliere meglio come sfruttare il sapere scientifico per costruire il mondo che vogliamo. La scienza ci mette a disposizione il palco e delinea le scelte possibili. A scrivere la trama della recita sono i nostri valori, i nostri sentimenti per la società che vogliamo edificare nel mondo più saggio di domani. Da dove vengono questi valori, come si formano, come orientano le nostre scelte? A queste domande fondamentali troveremo risposta soltanto se sapremo intessere i fili della cultura in un'unica tappezzeria che comprenda tutte le discipline umanistiche e scientifiche, facendola finita con la trivialità delle «due culture».