RASSEGNA STAMPA

19 MAGGIO 2002
ROBERT M. MAY
L'«audience» della ricerca

Al convegno della Fondazione Balzan il presidente della Royal Society fa il punto sui rapporti tra scienza e pubblico

E' giusto incoraggiare il perseguimento della conoscenza scientifica?  Il motivo principale del sempre più generoso finanziamento pubblico della ricerca sta nel fatto che, per dirla con Tony Blair, «la "Base Scienza" è il fondamento assoluto della per­formance economica».  Le ana­lisi di un tempo indicavano che nei Paesi industrializzati l'au­mento di produttività era dovu­to agli investimenti in capitale e lavoro, ma non riuscivano a spiegare la crescita economica dell'ultimo mezzo secolo; inve­ce le analisi attuali attribuisco­no fino al 50% di quell'aumen­to alle nuove conoscenze.

Più in generale, i Governi hanno tre buone ragioni per in­vestire nella Base Scienza.  In ordine di importanza crescente, sono queste: per le conoscenze che così si acquisiscono; per pagare l'ingresso nel club più ampio dei produttori di sapere; per avere quadri giovani con una buona formazione, alcuni dei quali rientreranno nel pro­cesso di produzione del sapere, mentre altri ne trasferiranno i prodotti negli affari, nell'indu­stria, nella finanza, nella pub­blica amministrazione.

In breve, nell'ampio spettro che va dall'arte alle discipline umanistiche, alle scienze socia­li, alla scienza, alla medicina e all'ingegneria (da qui in poi riunirò le ultime tre sotto la voce "scienza") quelli che con­quistano nuovi territori sono spinti per lo più dalla curiosità mentre i loro mecenati - i Governi in primis, per conto dei contribuenti - lo sono da interessi economici concreti.  Questo patrimonio di interessi diversi provoca tensioni a vol­te, soprattutto quando il mece­nate vuole incanalare una curio­sità che non lascia arginare.  A conti fatti però l'unione ha da­to frutti spettacolari.

Una seconda domanda deri­va dalla prima; come usare la consulenza scientifica per prendere misure politiche e conser­vare la fiducia dell'opinione pubblica?  Il nuovo ha sempre suscitato diffidenza: nei con­fronti del fatto che il nostro pianeta non fosse al centro dell'universo, o della vaccinazione contro il vaiolo duecento anni fa, o dei treni che correva­no veloci nelle gallerie per cui i viaggiatori, sarebbero rimasti asfissiati. Oggi, e ce ne rallegriamo, le nostre conoscenze sul mondo sono state applicate allo scopo di allungarci la vita (mediamente di 46 anni mezzo

secolo fa, ora di 64); per rad­doppiare la produzione di cibo, negli ultimi 35 anni, usando soltanto un 10% di superficie in più; per alleviare la fatica quotidiana con - in media glo­bale - un sussidio energetico pro capite 14 volte superiore alle necessità metaboliche fondamentali, cioè a quelle che dovevano bastarci ai tempi in cui eravamo cacciatori-raccoglito­ri. Al contempo, ci accorgiamo delle conseguenze negative e inaspettate a dispetto delle buo­ne intenzioni: nei Paesi svilup­pati così come in quelli in via di sviluppo, il miglioramento della salute significa che la po­polazione continua ad aumenta­re; la Rivoluzione verde ha co­sti ambientali sempre più evi­denti, e quei sussidi energetici tratti da combustibili fossili (sussidi che variano molto da Paese a Paese) stanno modificando il clima globale.

Questa consapevolezza ­- non una sfiducia nella scienza, ma la consapevolezza delle conseguenze impreviste - cre­sce insieme alle conoscenze scientifiche della cittadinanza e ci porta a interrogarci sull'uso che faremo delle cono­scenze di domani, su quale do­mani vogliamo creare con le possibilità offerte dalla scien­za, con i vincoli che la scienza mette in luce, invece di lascia­re che le cose accadano.  Dovre­mo ammettere con maggior franchezza che esistono zone di dubbio, che non sempre sap­piamo definire con precisione i possibili benefici e il loro rovescio; i rischi per la sicurezza o i problemi etici che potrebbero comportare.

Vorrei riflettere sulle vie di uscita da questo labirinto, prima accennando a precetti ideali e poi alle

zone d'ombra, che separano l'ideale dalla sua realizzazione.  Lo farò seguendo i principi espressi dal profes­sor David King, Primo consu­lente scientifico del Governo britannico, nelle «Guidelines for Scientific Advice in Policy Making», appena ripubblicate dopo un riesame approfondito a cinque anni dalla loro adozio­ne. Innanzitutto, il processo di consulenza scientifica deve es­sere aperto e complessivo, richiamare gli esperti più qualifi­cati e tenere conto delle voci dissenzienti.  Oltre alle compe­tenze strettamente scientifiche, ha bisogno di esperti in giurisprudenza, etica, sociologia.  I conflitti d'interesse dei parteci­panti vanno sempre identificati ma, in linea generale, non devo­no portare a esclusioni.  Le preoccupazioni per la sicurezza vanno trattate in maniera commisurata ­al rischio incorso.  Le incertezze scientifiche vanno ammesse esplicitamente (così come va ammesso che, proprio nel caso di problemi che stanno ai limiti delle attuali cono­scenze o li superano, servono gli scienziati migliori, quelli capaci di scalare la roccia nu­da senza l'ausilio della via fer­rata - pioli e corde - lascia­ta dai pionieri).  Cosa ancora più importante, e ancora più difficile, occorre cercare di di­stinguere tra i fatti e le incer­tezze scientifiche che fanno da quadro al dibattito, e le scelte politiche guidate dall'opinione pubblica, che spesso hanno a che fare con valori, sentimenti e credenze.

Nella pratica, le difficoltà sono varie e numerose.  In pri­mo luogo, molti partecipanti al processo di consultazione pos­sono avere fini estranei al di­battito in corso, come attori che salgono sul palco masche­rati.  Possono trasformare una discussione sul da farsi, basata su valori esplicitati, guidata e vincolata dalla miglior com­prensione possibile dei fatti e delle incertezze scientifiche pertinenti, in qualcosa che somiglia allo scontro tra le parti in un'aula di tribunale, in cui la scienza viene ritoccata delibera­tamente, presentata in maniera selettiva o addirittura distorta al servizio di un'inconfessata crociata ideologica.  In secondo luogo, anche quando è possibi­le una valutazione accurata e oggettiva, questa può divergere parecchio dai sentimenti sog­gettivi.  Più problematiche, an­che se frequenti, sono le circo­stanze in cui non ne sappiamo abbastanza per valutare il ri­schio ma possiamo fornire sol­tanto stime approssimate, pro­babili ordini di grandezza, o elementi su cui basare una con­gettura (per analogia con la scraple endemica da secoli nel­le pecore, era pensabile che nemmeno l'encefalopatia spongiforme bovina infettasse gli es­seri umani: un buon punto di partenza per una congettura che si dimostrò tuttavia sbaglia­ta).  E bisogna resistere alla ten­tazione, sempre presente, di evitare il conflitto tra le voci discordanti che si contendono il mercato delle idee, un conflit­to spesso irritante per governanti usi a raggiungere pacatamente un consenso a porte chiuse. Ma nei secoli la contesa fra opinioni diverse è stata utilissi­ma alla scienza e forse dovrem­mo imparare ad allargarla a tut­te le forme di consulenza scien­tifica al servizio dell'agire poli­tico: rendere pubblici i consigli ricevuti e le incertezze non può che ingenerare fiducia.

Citerò due casi in cui questi precetti sono stati messi in pra­tica nel mio Paese.  Per decide­re se la ricerca sulle cellule staminali embrionali (fino a 14 giorni), applicata fino a quel momento soltanto alle cure dell'infertilità, andava estesa per indirizzarsi ad altre terapie potenziali, ci sono stati tre anni di consultazioni e di dibattiti pubblici, divisi in due tappe di 18 mesi ciascuna.  La comunità dei ricercatori è stata attiva nel chiarire i possibili benefici in campo medico, e i limiti della ricerca sulle cellule staminali adulte (una situazione che po­trebbe cambiare in futuro, probabilmente sulla scia della ri­cerca sulle cellule embrionali).  Su questo sfondo si è svolto un dibattito democratico e ancora­to ai valori, nel quale alcuni volevano estendere la legisla­zione precedente, e altri si opponevano.  Il voto secondo co­scienza ha espresso nelle due camere del Parlamento una chiara maggioranza a favore dell'estensione.  Per me, si trat­ta di un bell'esempio di coin­volgimento aperto e ampio, di distinzione tra fatti e incertezze scientifiche da un lato e dibatti­to sulle scelte politiche dall'al­tro (in queste ultime, la scienza in quanto tale non ha voce in capitolo più di altri).

Al contrario, qui e nel resto del Vecchio Mondo, nel dibatti­to sulle piante transgeniche la cittadinanza ha mostrato scarso entusiasmo per una tecnologia che potrebbe comportare alcu­ni rischi (più per l'ambiente che per la salute umana) senza offrire per ora prodotti vantag­giosi ai consumatori dei Paesi industrializzati.  Lo trovo un at­teggiamento sensato.  Quando arriveranno gli organismi gene­ticamente modificati di secon­da generazione e offriranno al consumatore vantaggi nutritivi o di altro tipo, prevedo che l'opinione pubblica tornerà a dibattere e a soppesarne i bene­fici e i problemi potenziali sen­za pregiudizi né dogmatismi, con lo stesso buon senso.

Invece di lasciare che le co­se accadano con le conseguen­ze impreviste verificatesi in passato, conviene imparare a scegliere meglio come sfruttare il sapere scientifico per costruire il mondo che vogliamo. La scienza ci mette a disposizione il palco e delinea le scelte possi­bili.  A scrivere la trama della recita sono i nostri valori, i no­stri sentimenti per la società che vogliamo edificare nel mondo più saggio di domani.  Da dove vengono questi valori, come si formano, come orientano le nostre scelte?  A queste domande fondamentali trovere­mo risposta soltanto se sapremo intessere i fili della cultura in un'unica tappezzeria che comprenda tutte le discipline umanistiche e scientifiche, fa­cendola finita con la trivialità delle «due culture».
inizio pagina
vedi anche
Cultura-Impresa scientifica