![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 MAGGIO 2002 |
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Intervista a Pietro Barcellona
Alzata con
pugno di Pietro Barcellona (edito da Città Aperta) è uno di quei libri che
sin dalla prefazione genera sconcerto. "Sono convinto che la sinistra sia
malata di libertarismo e giacobinismo, di snobismo intellettuale e disprezzo
per la democrazia". Parole pesanti che se non provenissero dal noto
intellettuale siciliano, oggi ordinario di Filosofia del Diritto all'Università
di Catania, per molti anni militante del Pci, potrebbero apparire semplicemente
reazionarie. Eppure Pietro Barcellona dichiara nel libro di votare Rifondazione
Comunista. A Roma per la presentazione del libro, l'autore è ben lieto di
discutere con noi.
Salta
all'occhio la sua avversione per i movimenti, in particolare per i cosiddetti
"no global". E' così?
Non è
esatto. Mi fa piacere che soprattutto i giovani ritrovino la voglia di
partecipare, di scendere in piazza. Non so se la mia critica sia da considerare
di destra o di sinistra ma nel movimento individuo alcuni limiti. Uno è di
carattere generale: il movimento è necessario ma non può restare tale, non può
continuare a proporre mitologie. Mobilitazione dopo mobilitazione, sembra di
vivere in un continuo orgasmo. Il movimento, per essere efficace, dovrebbe
imparare a porsi la questione della politica: cioè radicarsi, costruire pratica
politica, appartenenza. Dai leader ai militanti, invece, c'è soprattutto paura,
perché radicarsi significa faticare. E poi c'è la questione del linguaggio.
Tutto viene riassunto in termini come singolo e moltitudine. Ma le parole non
sono neutre: il singolo non è nulla, non rappresenta che se stesso e la
moltitudine è indefinita, vaga. Un'altra astrazione. I singoli debbono
realizzare spazi condivisi, mettersi insieme e progettare.
Non sono
d'accordo. Il movimento si è confrontato con questioni cruciali come la guerra
e il conflitto capitale lavoro...
Ma in
maniera ancora astratta, emotiva. E' giusto scendere in piazza per la pace o
per la difesa dei diritti ma poi bisogna anche produrre riflessioni e analisi
conseguenti. Per esempio la guerra in Medio oriente dovrebbe far riflettere sul
ruolo dell'Europa. Ma qual è l'Europa che vogliamo? Non basta la Carta dei
Diritti. A me non piace l'Europa di Prodi, ma non per questo voglio sentirmi
schiacciato su Bossi. Invece non abbiamo provato a ragionare su quello che
significa, anche per ognuno di noi, il superamento degli Stati nazionali. Le
persone hanno paura delle trasformazioni, non le capiscono, la sinistra non è
stata capace di comprendere queste paure e ha lasciato il monopolio alla
destra.
E' così che
dilaga il populismo?
Berlusconi
non ha vinto perché ha manipolato la gente, ma perché tante persone che non si
sentivano più rappresentate dalla sinistra, in qualche maniera lo hanno scelto.
Il populismo non può essere solo demonizzato, nasce e si sviluppa per ragioni
precise, come per esempio l'assenza della politica. Se la sinistra continua a
dividersi su astrazioni, è inevitabile che chi si sente abbandonato, dal
disoccupato del meridione al piccolo imprenditore del nordest, cerchi qualcuno
che parli a lui, ai suoi bisogni, alle sue richieste.
Ma la
divisione non nasce solo da astrazioni: c'è una sinistra che è interna alle
logiche di mercato ed una che prova a ragionare a partire dal suo superamento.
Il mercato
come entità a se stante non esiste. Ha una propria contingenza storica. Quello
contro cui bisogna combattere è la mercificazione di tutto, del corpo, dei
rapporti, dell'informazione. Ma anche su questo bisogna ricominciare a
ragionare e a produrre una analisi seria. E ripartire dall'idea di spazi
pubblici e di servizi sottratti alla mercificazione. Io penso una cosa che
potrà dare fastidio: non credo alla "sinistra plurale", né mi sta
bene la divisione fra un riformismo fiacco e un massimalismo sterile. Credo che
la divisione a sinistra abbia prodotto dei gruppi che rappresentano di fatto
solo se stessi. Nel Pci in cui ho militato, negli anni 70 soprattutto, c'era
forse più democrazia interna e potevo, se volevo, dissentire. Ma dietro il Pci
c'erano milioni di persone che si sentivano rappresentati. Oggi i gruppi
dirigenti sono chiusi. Una delle ragioni per cui non c'è un unico soggetto
della sinistra è perché nella divisione ci possono essere tanti generali: se ci
si unisse, qualcuno dovrebbe accettare di fare il colonnello. E poi c'è la
personalizzazione della politica a cui la sinistra si è accodata.
Anche con la
riforma dei meccanismi elettorali. Ma la responsabilità non è soprattutto di
quella parte della sinistra che considerava un fastidio la partecipazione?
Certamente.
Rischio di passare per un nostalgico ma almeno col Pci in parlamento ci
finivano anche operai, sindacalisti. Ora ci sono solo magistrati, avvocati,
notabili. E questo a destra come a sinistra.
Rifondazione
Comunista parla ormai di sinistra alternativa.
Non si tratta
di nomi. Credo che Rifondazione sbagli quando vede il futuro solo nei
movimenti: dovrebbe fungere da loro sponda politica, non assumerli come il
tutto. La sinistra deve tornare a poter parlare e a proporre un modello di
società ai soggetti che ha abbandonato, ai precari, ai disoccupati ma anche ai
padroncini che lavorano senza sosta perché schiavi delle commesse che giungono
dai grandi potentati economici per cui operano. Non sono questi padroncini i
nemici. Anche il mondo del lavoro dipendente è cambiato, ha ragione Bocca a
dire che una volta l'operaio Fiat andava a dormire con la tuta da lavoro mentre
adesso ha tutt'altre aspettative. E sempre a proposito del lavoro: la difesa
dell'art. 18 è una battaglia sui diritti ma se le persone si mobilitano per questo
è anche per una questione che la sinistra continua ad ignorare e che anzi a
volte viene considerata reazionaria: la famiglia.
In che
senso?
Nel senso
che chi vuole un lavoro stabile vuole potersi progettare un futuro e il futuro
per chi è giovane è la famiglia (non necessariamente il matrimonio), avere dei
figli. Non è possibile lasciare questa questione al mondo cattolico.
Tra le
questioni di dissenso a sinistra c'è il tema della sicurezza.
Anche qui.
La paura esiste, forse amplificata ma è un dato reale. Un filosofo ha detto che
il pensiero è una paura trasformata. La sinistra non deve ignorare il problema
ma produrre trasformazioni, intervenire. Solo così si impediscono derive
xenofobe.
Perché tanta
attenzione da parte sua ai problemi del meridione?
Perché il
meridione si sente, a ragione, abbandonato a se stesso, tradito e venduto dalla
sua classe dirigente. Un giovane del Nord ha molte più opportunità di un suo
coetaneo calabrese o siciliano. Se il Sud ha votato la Casa delle Libertà non è
perché sono diventati tutti berlusconiani ma perché la sinistra che ha
governato non è stata capace di offrire risultati validi.
In
conclusione, quali potrebbero essere le prospettive?
Bisognerebbe ricostruire un soggetto unico della sinistra che nasca dal radicamento, dai bisogni reali, dalla pratica politica. Un soggetto che sia insieme radicale nel pensiero e realista nella pratica, che sappia comunicare con la società. I giornali della sinistra debbono tornare ad essere leggibili, a interpretare i bisogni.