![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 MAGGIO 2002 |
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Il dibattito
sulle manipolazioni genetiche dei cibi si va facendo sempre più articolato
Occorre sperimentare
come fanno negli Usa. Ne parliamo con Francesco Sala
A fine
mese il presidente Bush viene a Roma per firmare l'accordo relativo all'ingresso
della Russia nella Nato. Ma nell'agenda
delle conversazioni con Berlusconi c'è un altro tema a cui gli americani
tengono molto: il trattamento che l'Unione Europea riserva alle piante
transgeniche, di cui gli Stati Uniti sono forti produttori: l'88 per cento dei
semi di soia che seminiamo in Italia vengono d'oltreoceano. In sostanza gli Stati Uniti dicono
all'Europa: dimostra che gli Ogm, gli organismi geneticamente modificati, sono
dannosi per la salute e per l'ambiente, e noi li blocchiamo o per lo meno li etichettiamo. Ma se ti limiti a opporre il principio di
precauzione, non andiamo d'accordo. Abbiamo
già esaminato gli Ogm in lungo e in largo
per cinque anni e mai nessuno ha dimostrato che provochino allergie, attentino
all'ambiente eccetera. Quindi non
vediamo perché dovremmo sottostare alle regole di estrema cautela che voi
europei vi siete imposti. Lo scontro è
frontale ma probabilmente si arriverà a un compromesso. Lo lascia prevedere la presenza a Roma in
quei giorni di Charles Arntzen, professore all'università dell'Arizona e
consigliere di Bush nonché degli
altri esperti convenuti per esaminare l'uso biomedico delle piante transgeniche
in un convegno organizzato per la Fondazione Einaudi da Barbara Basso e Manuela
Rigano.
Professor Sala la discussione intorno
agli Ogm è fossilizzata sulla tolleranza zero, come se il mais contaminato fosse
l'unico esito delle biotecnologie. Ma il panorama è più ampio.
«In
effetti comprende prodotti che sfuggono all'equazione, cara all'integralismo verde:
transgenico uguale demonio. Per esempio il Golden Rice che salva i bambini del
terzo mondo senza ingrassare le multinazionali; il melo della Valle d'Aosta o
il peperone di Cuneo modificati per evitarne l'estinzione; o infine i
vaccini. Arntzen ha già un vaccino in
pianta - patata e pomodoro - contro la dissenteria batterica o virale. Ora sta sperimentando su volontari una banana
immunizzante che dovrebbe dirninuire il rischio di epatite B e di dissenteria
in popolazioni esposte all'infezione, in Messico come in Indonesia. Per quanto ci riguarda, all'università di Milano
stiamo lavorando a un vaccino contro la tubercolosi. Partiamo da frammenti di materiale genetico del bacillo di Koch
come per produrre il vaccino in cellule animali o di lievito. Ma, ecco la novità, li inseriamo nel Dna
della pianta».
Con quale vantaggio?
«La
vaccinazione contro le malattie infettive non è più un problema nelle nazioni
ricche ma in quelle povere, ovvero nella maggior parte del mondo, ha costi tuttora
eccessivi. Il problema più grosso, tuttavia,
è che i vaccini tradizionali devono essere iniettati (salvo quello della polio e
pochi altri) e le mamme africane hanno paura della siringa. Non solo. I vaccini devono arrivare sul posto in
condizioni di refrigerazione e venirvi conservati talvolta per mesi, cosa
impossibile dove non esiste catena del freddo. Infine, i vaccini convenzionali
sono pur sempre sotto il controllo delle multinazionali. Producendoli in pianta se ne riduce il costo
a un ennesimo. Ciò spiega tra l'altro
perché non c'è grande interesse per questo tipo di ricerca da parte dell'industria
farmaceutica: tutti i gruppi che ci lavorano, dagli Usa alla Cina, sono a
carattere pubblico».
Anche quello contro la polio, come lei ricordava, è un
vaccino commestibile. In questo caso,
qual è il vantaggio aggiuntivo?
«La
somministrazione è facile come mangiare un frutto. E anche la produzione, o meglio la coltivazione. Nel pomodoro
vaccinico il sistema immunizzante è contenuto nel seme, che può essere
conservato e riprodotto ovunque, ovviamente sotto il controllo dell'autorità sanitaria».
Il consumatore è disorientato. Se gli nomini le piante transgeniche,
l'italiano pensa subito al cibo di Frankenstein, al mais contaminato, alla Monsanto,
e si chiede perché mai dovrebbe
mangiare cose che gli vengono presentate
come nocive e che, comunque, portano vantaggio solo agli americani.
«E' vero. L'errore delle multinazionali è non avere
mai messo sul mercato qualcosa di appetibile per il consumatore. In Italia
questa miopia ha suscitato una levata di scudi contro una tecnologia che
invece è molto promettente. Tanto più
che nella versione nostrana le biotecnologie avrebbero un impiego diverso, soddisfarebbero
necessità e interessi italiani. A noi
non interessano le grandi colture (salvo quella del riso, che però non è un
buon business per i signori del transgenico. Noi siamo interessati alle piccole
colture, alle varietà tipiche, al cibo di qualità, vedi le varietà locali, una
trentina, che abbiamo censito all'università di Milano e che stanno per
scomparire. Sono varietà sensibili a
insetti e virus che l'agricoltura tradizionale non può salvare ma che semplici
interventi biotecnologici ci restituirebbero.
Purtroppo nessuno lo sa, neppure in alto loco. Il presidente della commissione agricoltura
del senato Losurdo, credendo forse di dare
prova di apertura mentale, propone di sviluppare un "Filone qualità"
e un "filone transgenico". Aberrante: è proprio il transgenico
a migliorare la qualità e a salvare la biodiversità».
Di fronte a tanti equivoci, che fare?
«Se
diamoci a un tavolo ed esaminiamo la questione in modo scientifico, sulla
base di quanto già esiste. Il pomodoro
San Marzano, ormai praticamente introvabile, è pronto nella versione resistente
al virus. Lo ha messo a punto la Metaponto
Macrobios, piccola società biotecnologica di proprietà della Regione, che lo
ha anche sperimentato in campo. Ma non
è utilizzabile perché illegale.
Sediamoci, dunque, e se vediamo che i benefici sono grandi e i rischi
ridotti o nulli, procediamo. Però con
una analisi caso per caso, che è il contrario della condanna in blocco del
transgenico decretata dai verdi.
L'olismo ambientalista è un prodotto dell'ignoranza».
Un transgenico adatto all'Italia, dunque. Ma i vaccini di cui lei parlava riguardano i paesi poveri.
«Si e
no. Al vaccino contro l'Aids o contro
il melanoma sono interessati anche gli italiani. Per il melanoma lavoriamo con l'istituto Pasteur di Parigi. Loro hanno cominciato a fare il vaccino
nello scimpanzé, noi nella lattuga e in una varietà di tabacco. Se funziona, in futuro potremo avere vaccini
contro molti tumori o addirittura un vaccino anti-cancro unico. Riuscendo a produrlo in pianta, avremmo il
vantaggio della sicurezza. I vaccini coltivati in cellule umane o in tessuti
animali si portano dietro il rischio che qualche virus o agente patogeno
ignoto, vedi il caso dei prioni, sia
presente nel tessuto di coltura e possa esprimersi dopo anni nell'uomo, mentre
un vaccino prodotto in pianta non avrebbe tale controindicazione. Per consentire ai gruppi italiani di
proseguire in queste ricerche basta una cifra inferiore al costo di un
giocatore di calcio di serie C. Ma la scienza è l'ultima preoccupazione dei governi».
Il suo collega Arntzen ha ottenuto dall'Amministrazione
Bush un cospicuo finanziamento.
«Con
l'antrace, gli Stati Uniti hanno avuto un attimo di panico. Se la minaccia fosse diventata più seria,
si sarebbero dovuti vaccinare tutti i cittadini, come dire 350 milioni di dosi, che a un dollaro per dose fanno 350 milioni
di dollari. Ma a parte il costo, le
dosi disponibili erano solo 800.000 e si sarebbe dovuto procedere a una vaccinazione
selettiva. A questo punto, con pragmatismo tutto americano, il dipartimento
di Stato ha convocato il professor Arntzen e gli ha assegnato un milione di
dollari perla ricerca di vaccini contro l'antrace e altri patogeni, come il
vaiolo, che i bioterroristi potrebbero diffondere. L'idea è arrivare, per esempio, a semi di pomodoro con dentro il
vaccino, da conservare in comuni sacchi e che costerebbero 350 mila e non 350
milioni di dollari. Il discorso vale
per altre malattie scomparse ma che potrebbero ritornare: prepariamo allora
semi di lattuga immunizzante, che potremmo far germinare per avere in tre
settimane insalata profilattica da distribuire a tutta la popolazione».
Secondo lei si è lavorato a sufficienza sulla biosicurezza o occorrono altri
studi?
«Sugli effetti collaterali del transgenico (come dei farmaci, dei prodotti di consumo eccetera) non si smetterà mai di studiare. Manco si può far finta di non sapere che sulla biosicurezza esiste una massa imponente di studi americani, e qualora il made in Usa insospettisse, che l'Unione Europea ha prodotto altrettanto. Continua a sorprendermi il silenzio su un rapporto reso pubblico sei mesi fa dall'Unione in cui sono riassunti i risultati di 15 anni di studi comunitari sulla sicurezza delle piante transgeniche: 400 gruppi di ricerca coinvolti, al 90 per cento di istituzioni pubbliche tra cui Cnr, Max Planck, Pasteur; 70 milioni di euro spesi, una quantità di dati impressionante. Ebbene, dal rapporto non emerge alcuna minaccia alla salute e all'ambiente da parte delle piante transgeniche fino a oggi studiate. Il documento è fondamentale e i verdi dovrebbero contestarlo invece di ignorarlo, per continuare a sbandierare la questione della farfalla monarca (che sta benissimo) e altri argomenti già confutati dal testo. Naturalmente un documento del genere non fa "audience", non può andare in televisione. Ma se venisse divulgato, consentirebbe di far crescere la discussione ora bloccata sulla tolleranza zero».