RASSEGNA STAMPA

10 MAGGIO 2002
FRANCA D'AGOSTINI
Le basi scettiche della ragione moderna

Cosa si intende per teoria critica? La domanda classica della scuola di Francoforte torna a guidare l'indagine di un gruppo di giovani filosofi, riuniti intorno al "Seminario di Urbino". Dal loro lavoro, una collettanea di saggi usciti da Carocci con il titolo "Ragionevoli dubbi"

La prima operazione necessaria di una teoria interessata al presente è individuare le alternative in gioco, nei diversi campi problematici, e definire la propria posizione, oppure giocare (in molti modi diversi) la mossa della sintesi. Ora è probabile che in filosofia, al di là di qualsiasi contrapposizione tra correnti filosofiche, sia stata a lungo in questione l'alternativa tra una teoria che vede solo distinzioni di grado, e una teoria che invece si affida all'autolimitazione della teoria. Si è cercato di sintetizzare entrambe le posizioni con la fortunata espressione "pensiero debole": il pensiero - la teoria filosofica - è debole perché non riesce a cogliere contrapposizioni effettive, ma solo sfumature e gradualità; ed debole perché se si confronta con la propria verità trova qualcosa che non è pensiero, ma vita, volontà di potenza, e volontà di forma che nasconde volontà di potenza... non resta che ammettere questo smacco, se mai trasformandolo in una occasione di stile. Ma forse era una sintesi che assecondava un po' troppo il dato di fatto, anche se forniva una specie di salvataggio in corner per la filosofia. Da qualche tempo, invece, molti stanno lavorando in una direzione diversa, per esempio ripercorrendo le ragioni dell'alternativa di cui abbiamo parlato, e in una qualche misura mettendola in dubbio: perché non dovrebbe essere possibile dare conto di differenze dure ed esatte (che peraltro esistono, e sono ben chiaramente avvertibili tanto sul piano empirico quanto su quello ideale)? A che cosa (a quali strutture inaggirabili del nostro pensiero) si dovrebbe ascrivere il primato della ragion pragmatica, o delle forme di vita, o dell'extrateorico? Quali sono le condizioni di una critica del presente che possa muoversi con orientamenti teorici determinati, riflettendo la varietà delle differenze e delle difficoltà reali senza cadere nel fango di un pragmatismo cinico e/o anti-teorico?

Non è facile, e per ogni grande speranza del logos c'è sempre qualche piccolo interesse personale che fa da freno, rendendo il quadro confuso. E forse non è un caso che tra le migliori esperienze di ridefinizione delle condizioni di una teoria critica ci sia il lavoro di alcuni studiosi piuttosto giovani, che da qualche anno si riuniscono nel cosiddetto Seminario di Urbino, sezione distaccata del più noto Seminario permanente di teoria critica. Probabilmente, la condizione giovanile è quasi indispensabile, in un certo tipo di ricerca: non nel senso che ci si debba affidare a basi neurologiche intoccate (come avviene, pare, per i matematici, che dopo i venticinque anni, se non hanno avuto risultati rilevanti, devono affrettarsi a tentare la via della divulgazione), ma piuttosto nel senso che gli interessi che guidano la conoscenza - per usare la vecchia espressione weberiana resa canonica da Habermas - in età giovanile sono per lo più interni all'oggetto; il che è un vantaggio, perché si riduce molto la zavorra delle intenzioni e degli interessi extra-teorici.

È ora uscito un volume di saggi che rende conto di una parte significativa di queste ricerche: Ragionevoli dubbi, a cura di Paolo Costa, Massimo Rosati, Italo Testa (Carocci, pp. 159; 13,43 euro). Il tema di fondo è la domanda classica, che ha guidato il destino della teoria critica francofortese fin dagli esordi: "che cosa significa per una teoria essere, in qualche modo, critica?". Si tratta, naturalmente, di mantenere l'esigenza di (relativa) universalità propria della teoria, accanto all'esigenza di normatività propria della critica. Come fare? La risposta degli autori è anzitutto rivedere lo sfondo della tensione tra teoria e norma, ossia le basi scettiche della ragione moderna, che sono implicite tanto al funzionalismo kantiano quanto alla dialettica hegeliana, e tanto alla razionalità analitica quanto al pensiero debole.

I saggi, raccolti in tre sezioni, "Critica e scepsi", "Critica e fondazione", "Critica e società", danno conto in modo esaustivo della situazione attuale: sia misurandosi con autori oggi centrali nel dibattito interno alla teoria critica, come Michael Walzer, Ernst Tugendhat, Donald Davidson, Karl-Otto Apel, Dieter Henrich (saggi di Rosati, Testa, Matteo Bianchin); sia affrontando il problema in chiave teorica generale: è il caso del testo di Alessandro Bellan, sulla "prassi del limite", e dei saggi della prima sezione - di Enrico Dosaggio, Rino Genovese, Paolo Costa - che sviluppano il tema di fondo: le condizioni di una critica senza normatività o di una normatività capace di resistere alla critica.

In un certo senso, Genovese è per età e impegno filosofico il capofila del gruppo, e un suo noto libro del 1995, La tribù occidentale (Bollati Boringhieri), ha forse segnato il momento di avvio dell'intero percorso. Ma spiccano nel volume due saggi centrali, che suggeriscono rispettivamente un rimpianto e una speranza: il testo di Giovanni Battista Clemente, su "Universalismo e svolta linguistica nel pensiero di Karl-Otto Apel", e quello di Ingrid Salvatore, "Teoria femminista e critica". Il primo è opera di un valente studioso, immaturamente scomparso nel 2000 (a ventinove anni), e a lui il volume è dedicato. Clemente ricostruisce con estrema leggerezza espositiva e con grande competenza il nesso tra universalismo e primato del linguaggio in Apel, e conclude con una mozione a favore dell'anti-fondazionalismo di Wittgenstein, e con una domanda. Se - come sembra - la ragione è linguaggio, ci dice, la logica del suo sviluppo è governata dall'incompiutezza, dalla "(s)chiusura dei possibili": intorno al nucleo degli edifici antichi, che costituiscono la nostra lingua razionale, sorgono continuamente nuovi sobborghi; ma non soltanto: sopra la vecchia città, sulle sue rovine, nascono edifici nuovi. Non c'è universalità razionale se non nella consapevolezza di questo movimento, di questo avvicendarsi dei linguaggi nel linguaggio. Naturalmente ciò significa che non c'è propriamente universalità della ragione. Ma Clemente lascia aperto un interrogativo, e i fatti della sua vita rendono la sua domanda equivalente alla positiva, effettiva richiesta di un impegno da parte nostra. Questo non-esserci dell'universale, ci dice, dipende molto da come si concepisce l'universo: si tratta allora di interrogarsi su che cosa è per noi l'universo rispetto al quale la teoria avanza le sue pretese di universalità descrittiva. "Ma questa - conclude l'autore - è una questione che vorrei lasciare aperta".

Il secondo saggio colpisce per l'estrema lucidità delle argomentazioni e la serietà del programma proposto. Ingrid Salvatore riprende e discute due snodi cruciali della riflessione teorica femminista recente: l'etica della cura, di Carol Gilligan, e la teoria del dominio sessuale di Catherine MacKinnon. Di entrambe mostra i punti di forza e le ragioni, di entrambe suggerisce il comune, inequivocabile punto debole: il non riuscire affatto a dire che cosa potrebbe o dovrebbe essere una teoria femminista, che cosa potrebbe differenziarla da una anti-teoria o dal mero smascheramento dell'incapacità maschile di comprendere le donne. Gilligan rifiuta l'universalismo morale presentando il punto di vista femminile come portatore di un buon contestualismo, amorevole e sollecito, e viene naturale questa obiezione: è certo vero che le donne sono grandi prestatrici di cure, però la cura è anche ciò che il mondo maschile ha sempre voluto dalle donne, e non è detto che coincida con quello che le donne desiderano. Più precisamente, aggiunge Salvatore: se Gilligan vuole dare voce alle donne, occorre che tale voce sia sostanziata da una teoria normativa su ciò che effettivamente vale come punto di vista femminile. Quanto a MacKinnon, se è vero che "le parole con cui le donne parlano, i pensieri che pensano, non sono affatto le loro parole e i loro pensieri", come lei suggerisce criticando il "buonismo" di Gilligan, ci si chiede da dove MacKinnon trovi le parole e i pensieri per dire ciò che dice e pensare quel che pensa.

Dal momento che - come scrive Salvatore - "non c'è modo di sbarazzarsi così facilmente delle teorie" ci occorre "una teoria femminista che sia in grado di dirci come potrebbe esser fatto un mondo accogliente per le donne e rispetto a cui dunque misurare il mondo in cui viviamo". Come dunque potrebbe essere fatto questo mondo? La domanda, lo si vede, è parallela all'interrogativo che si pone Clemente su come è fatto quell'universo che implicitamente ammettiamo parlando in termini universali, o negando la possibilità di parlare in termini universali. Ma forse il programma della teoria critica femminista, così delineato da Salvatore, offre già, indirettamente, un passaggio in più. Anzitutto, lascia intendere che la condizione preliminare per la delineazione di tale mondo-universo dovrebbe consistere nel fatto che donne e uomini smettano di sopravvalutare la teoria e, insieme, di averne una ingiustificata diffidenza e paura. In secondo luogo, conferma ancora una volta che in questa impresa il contributo critico delle parti di mondo dimenticate, incomprese, marginalizzate, potrebbe essere indispensabile.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti